Il 2022 sarà ricordato come l’anno delle commodity, con un rialzo medio di circa il 25-30% grazie soprattutto alla salita di gas e petrolio che hanno tratto giovamento dalla difficile situazione in Europa con la guerra scoppiata fra Russia e Ucraina. Lo spettro della recessione sta, però, ora agendo come impulso correttivo sui prezzi e nelle ultime settimane, in particolare, il greggio è calato anche del 25-30% rispetto ai massimi annuali.
Le motivazioni di questa discesa stanno in una minore domanda attesa da Cina e dal resto del mondo e dalle indiscrezioni secondo cui l’Opec, l’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, potrebbe aumentare l’offerta dopo che per mesi aveva respinto questa possibilità nonostante le richieste dell’Occidente. C’è chi vede in questa apertura l’ipotesi che l’Arabia Saudita possa in questo modo sdebitarsi con il presidente americano Joe Biden dopo che la sua amministrazione ha concesso al principe ereditario del regno (e primo ministro), Mohammed bin Salman, l’immunità per il suo ruolo nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.
Del resto, la Cina, motore globale della crescita per la domanda di petrolio negli ultimi anni, è il problema principale. A causa della sua politica «inflessibile» zero Covid e all’economia incerta rispetto alla trionfale marcia del passato, l’Agenzia internazionale dell’energia ritiene che la domanda di petrolio da parte di Pechino alla fine del 2022 diminuirà di oltre il 3%.
«Mancano comunque poche settimane all’applicazione di più severe sanzioni alla Russia, uno dei grandi esportatori al mondo di petrolio», ricorda Salvatore Gaziano, direttore investimenti di Soldiexpert scf, «Tutto può accadere in un contesto dove si evidenzia comunque su quasi tutte le materie prime agricole e industriali una tendenza al ribasso, dopo i fasti degli scorsi mesi per effetto del calo della domanda, soprattutto cinese. L’indice Baltic dry che misura il costo del trasporto marittimo di rinfuse secche da molte settimane è in discesa e si è riportato sui valori medi storici con una discesa addirittura dell’80% rispetto ai massimi raggiunti solo a settembre di quest’anno», spiega Gaziano, «Discorso diverso si può fare per i metalli preziosi e in particolare per l’oro che nel 2022 non ha certo brillato, se si guarda al prezzo in dollari all’oncia, ma si è comportato comunque meglio di azioni e obbligazioni. Se poi si era esposti all’oro con investimento in dollari Usa (la valuta di riferimento) e non lo si possedeva con un fondo o un Etf a cambio coperto, il bilancio è positivo grazie all’effetto valutario».
Non stupisce quindi che tutti gli strumenti di risparmio gestito che investono sulle materie prime in questo anno abbiano registrato rendimenti da capogiro. Il fondo Ninety one global natural resources, ad esempio, in tre anni è salito del 77% e lo stesso vale per il Bgf natural resources (+68%) o il Vaneck global mining etf (+57%). Solo i prodotti che puntano esclusivamente sull’oro hanno registrato risultati poco soddisfacenti.
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