Mivar e Brionvega: quando i televisori erano «Made in Italy»
Stand Mivar alla Fiera Campionaria di Milano negli anni Sessanta (Archivio Fiera Milano)

Le due aziende milanesi presero il nome definitivo nel 1963. In entrambi i casi i fondatori erano ex tecnici radio. La Mivar ebbe ottimo rapporto qualità prezzo, Brionvega salì nell’empireo del design mondiale.

Gli anni Cinquanta se n’erano da poco andati, confusi nella nebbia di sigarette fumate nei bar di tutta Italia, dove la gente si ritrovava a guardare i pochi programmi sull’unico televisore pubblico disponibile. Nel 1963 il Paese era cambiato, dopo un decennio difficile durante il quale rimanevano ancora visibili le ferite della guerra. Per le strade c’erano le «500» e le «600», le cambiali per la macchina e il frigorifero. Nel passaggio dalla collettività alla società consumistica individuale (o quantomeno familiare) il televisore fu uno di quegli oggetti del benessere che misurarono la metamorfosi dell’Italia verso l’integrazione con le altre grandi potenze occidentali, a soli 18 anni dalla fine del conflitto. La spinta alla crescita, specie nella seconda metà degli anni Cinquanta, rese il terreno fertile per il fiorire di molte nuove iniziative industriali, quasi tutte partite dal know-how di un paese operaio e creativo, con un movimento dal basso che in diversi casi portò ad un successo che valicò i confini nazionali, spinto ai massimi da una domanda in continua crescita. In mezzo a quest’onda salirono sulla cresta due marchi italiani che faranno la storia, non soltanto nel Paese d’origine: Mivar e Brionvega. Non solamente questi due marchi di apparecchi Tv furono accomunati dalla tipologia di prodotto, ma anche da una duplice interconnessione spazio-temporale. Entrambe nate nella zona Est di Milano (tra Calvairate e Lambrate) erano state fondate e guidate tutte e due nel 1945 da ex dipendenti del settore radio anteguerra e videro la partecipazione attiva delle rispettive consorti dei titolari che le caratterizzarono come due aziende a guida familiare. La Mivar nacque dall’evoluzione della Var (acronimo per «Vichi Apparecchi Radio») derivava il nome dal toscano Carlo Vichi, ex operaio elettrotecnico a Milano dagli anni Trenta. Nel piccolo laboratorio di via Tommei il titolare iniziò con l’assemblaggio di piccoli apparecchi radio per conto terzi, spesso racimolando i componenti nei mercatini a causa dell’assoluta carenza di materiali che caratterizzò gli anni dell’immediato dopoguerra. La crescente richiesta di radio, aumentata grazie all’introduzione della modulazione di frequenza (FM) negli anni Cinquanta, spinse Vichi al primo ampliamento della sede produttiva in uno stabilimento a poca distanza dal primo laboratorio. Con oltre 200 dipendenti e un ulteriore ingrandimento nella zona Lorenteggio, la Var entrò nel settore televisori dal 1958. I primi modelli valvolari furono chiamati come i mari del Mediterraneo, «Ionio» ed «Egeo». La richiesta sempre maggiore di apparecchi ad uso privato nell’Italia che stava per raggiungere l’apice del «boom» economico, a soli 4 anni dall’inizio delle prime trasmissioni Rai. Sotto la guida del patron Vichi e della moglie Annamaria, all’alba degli anni Sessanta l’azienda si era ulteriormente ampliata e la produzione passò in un nuovo e spazioso stabilimento ad Abbiategrasso. Nel 1963 acquisì il nome definitivo di Mivar («Milano Vichi Apparecchi Radio») continuando accanto al nuovo business dei televisori quello degli apparecchi radio portatili. Alla fine del decennio l’azienda milanese arriverà a contare 800 dipendenti. Robusti ed economici, i televisori Mivar offrivano alla clientela un’alternativa più abbordabile rispetto ai concorrenti stranieri (in particolare tedeschi), formula vincente che permetterà alla Mivar di rimanere tra i maggiori protagonisti sul mercato italiano, raggiungendo negli anni Novanta il traguardo del 34% complessivo. La natura familiare (e paternalistica) della Mivar attraversò la difficile fase della crisi economica dei primi anni Settanta e dei grandi scioperi, proiettando la fabbrica di Abbiategrasso verso la nuova sfida del colore, un passo non poco sofferto a causa della diffidenza delle istituzioni che inizialmente ne ritardarono l’introduzione per i timori che circolavano riguardo ad una ipotetica pericolosità delle emissioni. Dagli anni Ottanta la crescita di fatturato e di mercato della Mivar vide una continua ascesa e il sorpasso sulla concorrente italiana del gruppo Zanussi, la Sèleco, fino al culmine del 1994 quando toccò l’apice di un terzo del mercato nazionale, successo affiancato anche da importanti contratti di fornitura per gli studi Rai e Mediaset. Il lento declino avvenne tra la fine del decennio e gli anni Duemila quando la concorrenza giapponese e sudcoreana, unita alle nuove tecnologie led, misero in crisi l’azienda di Vichi (sempre alla guida del marchio anche dopo i novant’anni) anche se il marchio fu in grado di resistere grazie ad accordi di fornitura con colossi asiatici come LG e Samsung. Pur producendo ancora centinaia di migliaia di tv ogni anno, la riduzione dei margini, gli effetti di delocalizzazione e globalizzazione contribuirono alla riduzione dei margini della Mivar, costretta a ricorrere alla cassa integrazione per gran parte dei suoi dipendenti. L’ultimo televisore Mivar uscirà dallo stabilimento nel 2013, mentre Carlo Vichi proseguirà l’attività di imprenditore riconvertendo il marchio Mivar in «Milano Vichi Arredi Razionali», inventandosi la produzione di mobili ergonomici e di design fino alla morte avvenuta nel 2021 all’età di 98 anni. Oggi il marchio esiste ancora e produce televisori grazie ad un accordo con una società a capitale italo- cinese, la Bolva, la cui produzione avviene in Polonia.


A poca distanza dai luoghi dove iniziò l’avventura della Mivar, un altro marchio di apparecchi radio-tv muoveva i primi passi verso un successo che in questo caso varcò i confini nazionali. Sempre nel 1945, in via Pacini nel quartiere di Lambrate nasceva la B.P. Radio, minuscola azienda elettrotecnica che prendeva il nome dalle iniziali dei cognomi dei due cofondatori: Giuseppe Brion e Leone Pajetta. Stessa città, Milano, e stessa formazione per il veneto Brioni che, come Vichi, fu operaio alla Radiomarelli prima di aprire il proprio laboratorio milanese. Nei primi anni di attività Brioni si occupò unicamente di componentistica per apparecchi radio, ma già nel 1954, anno primo delle trasmissioni televisive in Italia, presentava il suo primo televisore. Il modello Vega 717 era un tv catodico molto compatto e dal design curato, aspetto sempre messo in primo piano dall’azienda milanese. Anche gli apparecchi usciti negli anni immediatamente successivi furono caratterizzati dall’innovazione estetica che rendeva il televisore un vero e proprio complemento d’arredo. Fu il caso del modello «Cristallo» del 1959, dalle forme eleganti e minimaliste che anticipavano il modello successivo, il 23 pollici «Orion», unico nel panorama mondiale dal punto di vista del design, realizzato da talenti come Franco Albini e Franca Helg. Ma il nome che più si legherà alla Brionvega, che nel 1963 assunse la denominazione definitiva, è quello del maestro Marco Zanuso. L’architetto milanese sarà l’artefice del successo globale del marchio di Giuseppe Brion, con modelli iconici sia di televisori che di apparecchi radiofonici. Nel 1964 Zanuso insieme a Richard Sapper firma il prodotto più famoso di tutta la produzione Brionvega assieme alla coeva «Radio Cubo»: il mini-televisore «Algol» da soli 11 pollici, le cui forme in stile pop art furono realizzate con avanzatissime tecniche di stampaggio. Disponibile con il guscio in vari colori pastello, il tv Brionvega è parte oggi della collezione fissa del MoMa di New York. Altri grandi nomi del design mondiale presteranno il loro genio a Brion (e alla moglie Onorina Tomasin, da sempre suo braccio destro). Mario Bellini firmerà i televisori «Cuboglass», e «Alta Fedeltà 26”».

La morte improvvisa di Giuseppe Brion nel 1968 non fermò il successo di Brionvega, che per tutti gli anni Settanta rimarrà un marchio ammirato in tutto il mondo, mentre nel 1970 l’azienda contava 500 dipendenti. Durante il decennio faranno parte della squadra anche Achille Castiglioni e Ettore Sottsass, mentre nel 1974 arrivava il primo tv color del marchio milanese, il «Pally».

In anticipo rispetto a Mivar, la Brionvega vide il declino per la concorrenza straniera e il ritardo sull’adozione del colore in Italia già dai primi anni Ottanta. Rilevata inizialmente dalla Rel, una finanziaria appositamente istituita dal Ministero dell’Industria, per essere poi assorbita tra il 1992 e il 1997 dalla concorrente Sèleco di Pordenone fino al fallimento di quest’ultima. Dall’anno successivo il marchio, dopo essere stato acquistato all’asta, è di proprietà del gruppo lombardo Formenti.

Da non perdere

Europa a pezzi

Bruxelles regala i fondi agricoli agli sceicchi

Da anni, decine di milioni della Pac finiscono nelle casse della famiglia reale Al Nahyan (Emirati Arabi) attraverso aziende in Romania, Spagna e Italia. Interrogazione della Lega: «Perché l’Europa finanzia la sicurezza alimentare di un Paese extra-Ue?».

Urso: «Le tariffe Usa preoccupano, sveglia Ue»
Governo

Urso: «Le tariffe Usa preoccupano, sveglia Ue»

Il ministro del made in Italy pungola Ursula von der Leyen: «Conseguenze sulla filiera dell’auto, serve che l’Industrial accelerator act entri in vigore subito, poi radicale revisione del regolamento CO2 e degli Ets. Aperti ai cinesi interessati alle fabbriche Stellantis».