Di buone intenzioni sono lastricati i laminatoi del fu inferno Ilva. Si spengono i forni entro ottobre perché così hanno stabilito, con l’ennesimo intervento della magistratura sulla vicenda dell’ex più grande acciaieria d’Europa, i giudici della corte d’appello di Milano, e si fa avanti una cordata italiana futura, ma non troppo incerta.
Tanto basta al ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, al presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, e a quello di Federacciai, Antonio Gozzi, che si sono visti ieri in un incontro romano per proclamare: eppur si muove! Le Acciaierie d’Italia – in amministrazione straordinaria dal febbraio del 2024 guidate da un triunvirato di commissari (Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli) dopo la fuga di Ancelor Mittal che ha lasciato il cerino dell’altoforno acceso in mano al governo – senza la fusione del metallo valgono molto meno sia in termini economici che di occupazione.
Stop ai forni e costi per i contribuenti
Ma tant’è: se i 14.000 operai di Taranto sperano che prima o poi si trovi una soluzione dopo decenni di cassa integrazione, anche i contribuenti italiani sono sfiancati.
Romano Prodi privatizzò l’Italsider vendendola ai Riva per 800 milioni di euro, dal 2012 a oggi i contribuenti hanno bruciato negli altiforni di Taranto non meno di 4 miliardi dei loro e gli ultimi 100 milioni il governo li ha versati una settimana fa. Ecco che la prospettiva di una cordata italiana potrebbe dare sollievo.
L’ipotesi della cordata italiana: Confindustria e Federacciai
Ha detto il presidente di Confindustria Orsini: «Viste le nuove condizioni legate allo stabilimento dell’ex Ilva si aprono le possibilità per valutare una cordata italiana che abbia a cuore l’industria di base del Paese. Oltre alle persone, ci sono filiere importantissime di prodotti dietro all’Ilva».
E il presidente di Federacciai Antonio Gozzi ha ribadito: «Ci siamo impegnati a esaminare il dossier e a verificare se sussistano le condizioni per promuovere una cordata di operatori siderurgici italiani finalizzata al rilancio degli impianti non interessati dal blocco disposto dalla sentenza».
Gli investitori esteri e l’impatto occupazionale
L’eventuale cordata italiana dovrà misurarsi con la nuova offerta che l’indiana Jndal Steel – era interessata alle fusioni, ma non solo – sta preparando alla luce della sentenza di Milano mentre sembra sfumato l’interesse di Michael Flacks – a capo di Flacks Group, robusto fondo d’investimento statunitense – che persa la possibilità di far funzionare i forni non vorrebbe più impegnarsi per Taranto.
Che – lo ha certificato il ministro Adolfo Urso – si deve preparare a perdere sia in Acciaierie Italiane sia nell’indotto molti posti di lavoro. In un pre-vertice sempre ieri a Roma con la Regione Puglia, i Comuni di Taranto e Statte e la Provincia di Taranto, il ministro ha detto: «Se fra meno di 90 giorni si ferma l’area a caldo dobbiamo pensare a processi di reindustrializzazione per attutire l’impatto occupazionale negativo».
Reindustrializzazione e Tavolo Taranto: i progetti di Pirelli, Webuild e Vestas
Così come si affaccia la cordata italiana per i laminatoi ci sono già delle idee. Jndal già con i commissari ha preso visione della disponibilità complessiva di 170 ettari (140 già disinquinati) da destinare ad altre attività. E poi c’è un’area immensa da mettere a sviluppo: 450 ettari del porto e 350 ettari del demanio militare. Per farci cosa? Pirelli annuncia una possibile iniziativa (mille occupati a regime e 100 milioni di euro d’investimento) e ci sono interessi del gruppo Webuild (vuole realizzare un hub per la carpenteria) e dei danesi di Vetas – già ha un insediamento in Puglia – per istallare impianti di energia rinnovabile. Tutto è sul «Tavolo Taranto», aspettando il tricolore.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >