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Ansa
Nel Paese dei cedri 47 i morti dopo i raid dello Stato ebraico. Annunciato l’ennesimo cessate il fuoco. Che però non regge.
Saltato l’incontro previsto ieri in Svizzera, l’accordo preliminare fra Washington e Teheran resta traballante a causa della situazione in Libano e della discrepanza fra il presidente americano Donald Trump, stranamente convinto d’aver imposto una «resa incondizionata», e il regime degli ayatollah, che in verità ha strappato 14 condizioni.
Fonti diplomatiche hanno fatto trapelare al Financial Times il messaggio con cui gli iraniani, che considerano i casi del Golfo Persico indissolubili da quelli del Libano, hanno rimandato i colloqui: «Noi abbiamo frenato Hezbollah, gli Stati Uniti non riescono a frenare Israele. Finché non lo faranno, non ci presenteremo». Di segno opposto i commenti di Trump: «Non siamo stati noi a cedere per disperazione, ma l’Iran. Sono Finiti! Aspetteremo che scadano i 60 giorni. Non riceveranno un centesimo, nemmeno dieci centesimi!». Ma il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha fatto capire quanto la Persia si senta forte: «Non c’è urgenza di tenere l’incontro in Svizzera, pianifichiamo di tenerlo nei prossimi giorni». Ha aggiunto che ci si siederà al tavolo con gli americani solo «se verranno attuate le clausole 1, 4, 5, 10 e 11», ovvero «la fine delle ostilità su tutti i fronti; la rimozione del blocco navale; l’apertura di Hormuz; la cessazione delle sanzioni Usa contro l’Iran e l’accesso ai fondi e beni congelati iraniani».
Nulla da fare, insomma, finché si spara in Libano e finché, fra Stretto e sanzioni, gli Usa non s’ammorbidiscono. Sul programma nucleare, Baghaei ha chiarito: «Le ispezioni agli impianti nucleari dipenderanno dall’esito dei negoziati e riguarderanno impianti come quello di Bushehr, dove sono state fatte fino a oggi, ma non quelli in cui erano state sospese». Stando al ministero degli Esteri del Cairo e a un portavoce del governo pachistano, è previsto domani un incontro nella capitale egiziana fra i ministri degli Esteri dei Paesi mediatori, Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto. In una telefonata al ministro degli Esteri pachistano Muhammad Ishaq Dar, il suo omologo iraniano Abbas Araghchi gli ha detto che «preoccupano le azioni israeliane in Libano, ogni violazione del memorandum sarà attribuita a Washington». Israele ed Hezbollah hanno proseguito a combattersi, tanto che il Washington Post ha citato analisi dell’intelligence Usa secondo cui «Israele potrebbe minare l’accordo». Axios ha riferito che Israele ed Hezbollah avevano raggiunto un accordo per un cessate il fuoco in vigore dalle ore 16.00 locali, le 15.00 italiane, dopo la mediazione di Stati Uniti e Qatar. Ma l’aviazione israeliana ha ancora bombardato posizioni di Hezbollah a Sejoud, dopo l’inizio del cessate il fuoco, mentre l’artiglieria ebraica ha sparato a Nabatiyeh e droni israeliani hanno volato in ricognizione su Tiro.
Dal canto suo, il capo del movimento sciita libanese filoiraniano, Naim Qassem ha tuonato: «Il progetto di distruggere Hezbollah è fallito, i piani di Israele sono in un vicolo cieco e la vittoria finale, ovvero l’espulsione degli occupanti è inevitabile». Ieri sono stati 47 i morti causati dai raid israeliani nel Paese dei Cedri, reazione a un attacco di Hezbollah che ha ucciso quattro militari israeliani. L’esercito ebraico ha stimato di aver compiuto «150 attacchi», soprattutto su «80 obiettivi nell’area di Nabatieh e altre zone nel sud del Libano». Israele sostiene d’aver ucciso «decine di terroristi Hezbollah», in particolare «due terroristi che scappavano su una motocicletta dopo aver lanciato razzi sulle truppe israeliane». Un attacco nella Valle della Bekaa ha colpito «due quartier generali di Hezbollah da cui operavano terroristi dell’organizzazione».
Intanto lo sblocco dello stretto di Hormuz procede a rilento. A ieri erano passate, nell’arco di 24 ore, 25 navi, fra cui il cargo italiano Grande Torino, del Gruppo Grimaldi, con equipaggio di 3 italiani e 18 filippini, la prima nostra nave a passare dopo 100 giorni, mentre la Farnesina sta lavorando per far uscire dal Golfo Persico anche due navi di MSC. La società petrolifera saudita Aramco ha stimato «580 navi nello stretto e 400 fuori, per tornare a un flusso normale servirà tempo». La Società iraniana dello Stretto ha ribadito che nei 60 giorni prima di un accordo definitivo Usa-Iran non chiederà pedaggio, ma «un preavviso di 48 ore» per le navi intenzionate a passare. L’associazione di armatori Intertanko ha riferito al Guardian che ci sono 80 mine subacquee, deposte dall’Iran, che infestano il canale centrale dello Stretto: «Come un’autostrada con la carreggiata centrale chiusa col solo utilizzo della corsia di emergenza. Ci vorrà tempo per bonificare l’area e le navi rischiano d’incagliarsi sugli scogli della rotta omanita». Se il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot afferma che «la Francia è pronta alla missione navale europea a Hormuz», ma a tregua fissata e a condizione che «gli Stati Uniti rimuovano il blocco e l’Iran liberi le vie di navigazione, il nostro ministro Antonio Tajani dice che «l’Italia farà la sua parte in una cornice internazionale e con cessate il fuoco consolidato». Intanto, per ogni evenienza, i militari americani del comando Centcom restano in allerta in tutto il Golfo e inoltre, secondo il Wall street journal, il vice segretario alla Guerra Usa, Stephen Feinberg, si sarebbe consultato con vari parlamentari del Congresso per ottenere 80 miliardi di dollari in più per il budget del Pentagono, in modo da ripianare le enormi spese di una guerra i cui costi sarebbero aumentati a ben più dei 29 miliardi stimati nei mesi scorsi.
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Keir Starmer (Ansa)
Il rivale laburista, vincendo le elezioni suppletive di Makerfield, mira a guidare il partito e il governo. Il premier: «Non me ne vado».
Due mesi fa era soltanto uno dei tanti nomi che circolavano nei corridoi di Westminster come possibile successore di Keir Starmer. Oggi, invece, molti laburisti lo considerano già il prossimo inquilino di Downing Street. Andy Burnham, con la netta vittoria alle elezioni suppletive di Makerfield, ha infatti trasformato una crisi strisciante del governo in una sfida aperta per la leadership del Partito laburista.
Burnham, sindaco della Greater Manchester dal 2017 e figura tra le più popolari della sinistra britannica, ha conquistato il seggio con il 54% dei voti, tornando così alla Camera dei comuni dopo quasi un decennio di assenza. Un risultato, questo, che gli consente finalmente di giocare la partita decisiva: quella per la guida del partito e, potenzialmente, dello stesso governo. Il diretto interessato, d’altronde, non ha nascosto le proprie ambizioni. Nel tradizionale discorso pronunciato dopo la vittoria, Burnham ha dichiarato che il Labour «ha bisogno di una nuova energia e di una nuova direzione», dicendosi pronto ad assumersi le proprie responsabilità per il futuro del Paese. Parole che, seppur circospette, suonano inevitabilmente come un lancio del guanto di sfida a Starmer.
Non solo: secondo fonti vicine al neodeputato di Makerfield, rilanciate dai media inglesi, l’entourage di Burnham starebbe già lavorando all’ipotesi di una «transizione ordinata» ai vertici del governo. L’obiettivo, cioè, sarebbe evitare una lunga guerra intestina e arrivare a un avvicendamento entro l’inizio di settembre. Alcuni collaboratori di Burnham avrebbero addirittura confidato di preferire che sia lo stesso Starmer a passare il testimone a Burnham, consentendo così una successione non traumatica.
E pensare che, solo pochi mesi fa, uno scenario del genere sarebbe apparso fantapolitica. Quando il Labour conquistò Downing Street nel 2024 con una maggioranza schiacciante, Starmer sembrava destinato a dominare la politica britannica per anni. Da allora, però, il consenso del governo si è progressivamente eroso. La crisi economica, il malcontento per i disastri dell’immigrazione, le tensioni interne al partito e, soprattutto, l’avanzata di Reform Uk di Nigel Farage, infatti, hanno finito per fiaccare il partito di governo e il suo leader, provocando la ribellione di diversi deputati laburisti.
La fronda anti Starmer, in particolare, imputa al premier di non essere riuscito a incarnare una chiara identità politica. Nel tentativo di riconquistare l’elettorato operaio attratto da Farage, Starmer ha persino irrigidito i toni sull’immigrazione. Ma, così facendo, si è alienato una parte della base progressista, specialmente quella urbana delle Ztl, senza però riuscire a fermare la fuga di voti verso Reform Uk. E i risultati, ora, sono sotto gli occhi di tutti.
È in questo contesto caotico che emerge la figura di Burnham. Cinquantacinque anni, ex ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, più volte candidato alla leadership laburista, il sindaco di Manchester si è costruito negli anni un’immagine assai peculiare. Più vicino alla tradizione socialdemocratica rispetto al centrista Starmer, ma al contempo lontano dagli eccessi ideologici di Jeremy Corbyn, Burnham ha saputo conquistare un vasto consenso nelle ex regioni industriali del Nord dell’Inghilterra. Durante la pandemia, divenne una figura di rilievo nazionale sfidando pubblicamente Boris Johnson sulle restrizioni imposte alla Greater Manchester. Di qui il suo soprannome di «re del Nord».
Starmer, tuttavia, non sembra intenzionato ad arrendersi. Rispondendo alle indiscrezioni sul suo futuro, il premier ha ribadito di voler continuare a guidare il Paese: «Non intendo farmi da parte», ha dichiarato ai cronisti. Eppure, già il fatto che nel Labour si discuta apertamente di una possibile successione, parlando persino della data, mostra quanto il consenso di Starmer sia ormai compromesso.
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Igor Protti (Getty Images)
Il leggendario centravanti di provincia, capocannoniere dalla C alla A, è morto dopo aver affrontato il cancro. Esordì con Sacchi nel Rimini, poi fu re dei bomber a Bari nonostante la retrocessione. Il male non gli ha impedito di accompagnare la figlia all’altare.
Quando non si ha un dovere da compiere, ci si crea un destino da agguantare. Magari sottraendosi alle ambizioni stabilite da altri per nostro conto e centrando quei traguardi che ben si attagliano alle nostre intime possibilità.
È accaduto a Igor Protti, bomber di popolo, non benedetto dalle stelle come Maradona o Gianni Rivera - suo idolo di ragazzino - ma con una carriera costruita a suon di sgroppate da record: 669 gare e 257 gol, unico calciatore diventato capocannoniere della Serie A militando in una squadra poi retrocessa, il Bari, e unico, assieme a quel Dario Hubner che con lui incarna la cifra stilistica dei centravanti identitari degli anni Novanta, ad aver vinto la classifica dei goleador nella massima serie, ma anche in B e in C1. «Oggi sarebbe capitano della nazionale», dice Paolo Di Canio, quasi a sottolineare la differenza tra l’epoca in cui gli azzurri potevano permettersi di non convocare un super-bomber e la triste attualità in cui sono costretti a elemosinare i servigi di un Moise Kean qualunque. Protti è morto ieri a 58 anni, rosicchiato da un tumore al colon diagnosticato nel luglio 2025, dieci giorni dopo aver terminato di girare Igor, l’eroe romantico del calcio, documentario di Luca Dal Canto sulla sua parabola da eroe di tre mondi: Rimini, città dove è nato il 24 settembre 1967, Livorno, dove è sbocciato e poi ha concluso la carriera, oltre a Bari, in cui si è guadagnato il soprannome di «Zar», un tutt’uno con la vocazione del capoluogo pugliese a dominare il levante. «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale, sperando sia un arrivederci e non un addio», ha sospirato nel suo ultimo messaggio. Il tempo per rivederlo ci sarà: domani la salma sarà esposta allo stadio Romeo Neri di Rimini, poi al Picchi di Livorno, dopodiché verrà cremata, le ceneri raggiungeranno lo stadio San Nicola di Bari prima di essere disperse nel suo mar Adriatico. Lo stesso mare che lo ha visto debuttare a 17 anni in prima squadra con la casacca del Rimini, sfidando in C1 la Spal.
A schierarlo titolare è Arrigo Sacchi, ma Igor, ai tempi centrocampista offensivo con inventiva autonoma, non convince il vate di Fusignano. Troppo anarchico, muscoli fragili (un anno dopo lo chiameranno «bimbo»), mal si adatta al rigore dogmatico con cui il futuro allenatore del Milan addestra gli adepti del suo calcio oracolare. Lui non si scoraggia. Ha già imparato che non si servono pasti gratis il giorno in cui papà Flavio - è il 1978 - lo porta con sé in cantiere. Igor desidera un pallone modello Tango, quello dei Mondiali d’Argentina, il padre glielo regala dopo qualche giornata di lavoro simbolica, «sufficiente a impartirmi la prima lezione di vita». Dopo Rimini, approda al Livorno, tre campionati in C1 e lo spostamento un po’ più avanti nello scacchiere di gioco. Arriva la Virescit di Bergamo, e il Messina, in cui riceve l’eredità del goleador delle Notti Magiche, Totò Schillaci: 113 presenze e 35 reti in serie B coi siciliani. La fama di predatore d’area, caratteristica di atleti come lui, come Hubner, come Beppe Signori, Sandro Tovalieri, la prolifica schiatta di attaccanti nostrani forgiati col lavoro nei vivai e gli incoraggiamenti di una comunità, si diffonde. Lo cerca il Bari, è il 1992. Protti rimane lì per quattro campionati, due in serie cadetta, due in A.
Coi compagni, il brasiliano Gerson, il colombiano Guerrero, inventa l’esultanza del trenino («Fu un’idea di Guerrero», ricordava), rimasta nell’immaginario collettivo per decenni. I pugliesi di Fascetti vengono retrocessi, ma lo Zar è capocannoniere del campionato superando Weah e Batistuta. La sua fame di gol contagia gli appetiti dell’Inter, i nerazzurri quell’estate non riescono a liberarsi del fardello Zamorano, e Protti approda alla Lazio di Zdenek Zeman. Segna la rete dell’1-1 nel derby con la Roma, e però il rapporto col tecnico boemo non decolla: come Sacchi, il tabagista mistagogo del miracolo foggiano pretende devozione ascetica al modulo. «A stagione in corso arrivò Dino Zoff, grande personaggio, grande umanità», spiega Igor. Tuttavia nella rosa biancoceleste la concorrenza è sfiancante. L’anno successivo fa una capatina a Napoli: i partenopei sono in piena disgrazia societaria post-Maradona e post-Ferlaino, la squadra cambia quattro allenatori in una stagione, Igor si fa male a una caviglia, riesce comunque a indossare la maglia numero 10 del genio argentino prima che venga ritirata definitivamente. Dieci come Maradona e Rivera, il sogno di bimbo si concretizza con la stessa ostinazione con cui anelava al pallone Tango.
A 32 anni si imbarca nella sua nuova giovinezza: inizia il sodalizio con mister Mazzarri a Livorno, assieme a Cristiano Lucarelli forma una coppia offensiva da cineteca e vince due volte la classifica bomber di serie C (nel 2001 con 20 gol e nel 2002 con 27), poi quella di B, infine, dopo 55 anni, gli amaranto tornano in A. A festeggiarli c’è Carlo Azeglio Ciampi, ultrà aristocratico di una curva barricadiera, arcigna, rossissima, che come tutte le curve delle città di provincia, di qualsiasi colore siano, rappresenta l’ontologia di un essere sociale prosciugato dal mercatismo globale. Si ritira a 38 anni, si dedica per un po’ al beach soccer, fa il dirigente societario nell’amata Livorno che domani esporrà il lutto cittadino. L’ultimo suo grande gol: aver accompagnato la figlia Noemi all’altare. «Oggi il calcio è diventato uno sport individuale all’interno di un gruppo, prima invece era uno sport di gruppo», ha ricordato lui in un’intervista recente. Prendano nota in Figc.
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@Renault
Continua la riconversione delle fabbriche europee svuotate dalla crisi dell’automotive indotta dalle scellerate mosse di Bruxelles. La Régie produrrà munizioni telecomandate e veicoli multiruolo da destinare alla Difesa. Thales: «Siamo in economia di guerra».
Durante la Prima guerra mondiale, Renault progettò l’iconico FT-17, considerato il primo carro armato moderno della storia con torretta girevole, che cambiò le sorti del conflitto.
Prima dell’occupazione nel secondo conflitto bellico globale, le fabbriche producevano veicoli da ricognizione e carri come l’R35. Dopo il crollo della linea Maginot e lo sventolio della svastica sulla Tour Eiffel, gli stabilimenti Renault di Billancourt furono requisiti dai nazisti. Louis Renault fu costretto a convertire la produzione industriale per costruire veicoli militari, autocarri e componenti destinati alla Germania.
Nel 2026 la storia si ripete. La conversione dell’industria automotive in settore bellico è una strategia intrapresa da governi e costruttori per fronteggiare la crisi di sovrapproduzione (dovuta alla concorrenza cinese), il calo del mercato (segnato dalle illogiche disposizioni green di Bruxelles) e le esigenze di riarmo europeo patrocinate sempre dalla Commissione, visto che la spinta verso l’economia di guerra è guidata da piani di investimento comunitari. In Germania, per esempio, Volkswagen ha avviato trattative per convertire lo stabilimento di Osnabrück alla produzione di sistemi missilistici, mentre il governo tedesco valuta l’acquisizione di altri impianti tramite colossi della Difesa come Rheinmetall.
Se la linea italiana, per ora, rifugge da uno simile scenario, in Francia non la pensano così. Seguendo un po’ le smanie militare del presidente uscente, Emmanuel Macron, in settimana Renault insieme a Thales (colosso della Difesa francese, la Leonardo transalpina) entra nel settore della mobilità militare con 4Troop, un prototipo di veicolo civile multi-ruolo sviluppato per rispondere alle nuove esigenze operative delle forze armate terrestri.
Il mezzo è stato presentato al salone Eurosatory 2026 e combina una piattaforma derivata dalla produzione di serie Renault con le tecnologie di comunicazione, comando e supporto decisionale di Thales. «Il progetto punta a sfruttare la rapidità produttiva e le economie di scala dell’industria automobilistica civile per offrire alle forze armate una soluzione più flessibile e meno costosa rispetto ai tradizionali programmi militari. Il veicolo integra comunicazioni sicure, connettività tattica, coordinamento multi-sensore e strumenti di supporto alle decisioni potenziati dall’intelligenza artificiale», hanno comunicato le due società in una nota stampa.
Non più carri armati dalle linee produttive della Régie, dunque, ma auto «ibride»: metà vettura normale, metà mezzo militare. Presentato in versione ibrida a trazione integrale, 4Troop è in grado di gestire droni e robot, elaborare grandi quantità di dati e operare come centro di comando mobile configurabile in funzione della missione. Tra gli impieghi previsti figurano ricognizione, coordinamento sul campo, scorta, supporto logistico e controllo di aree sensibili. Il sistema vehicle-to-load consente, inoltre, di alimentare apparecchiature elettriche direttamente sul teatro operativo. Insomma, da auto a power bank il passo è breve. Secondo Renault, la soluzione può essere adattata a diversi veicoli della gamma, dai Suv ai veicoli commerciali, garantendo tempi rapidi di implementazione e sfruttando la rete post-vendita del gruppo per manutenzione e supporto logistico.
Ma non solo auto militari. Renault e Thales hanno firmato anche un accordo per la produzione di droni. Pardon, di un «sistema di munizioni telecomandate a corto raggio» chiamato Toutatis. Può «essere utilizzato dalle truppe sbarcate e lanciato da varie piattaforme (veicoli da combattimento, velivoli o piattaforme navali). Resistente alle interferenze elettromagnetiche e dotato di testata militare intercambiabile in funzione della missione, è in grado di neutralizzare bersagli come veicoli da combattimento, continuando a conferire potere decisionale all’uomo. In grado di funzionare anche tra gli sciami di droni, Toutatis è un sistema che si adatta alle evoluzioni delle esigenze operative», spiegano da Boulogne-Billancourt, sede storica di Renault. La produzione di queste munizioni telecomandate potrebbe cominciare dal 2027, con una capacità di 1.000 unità al mese fin dal primo anno.
In Francia un po’ tutti si stanno mettendo l’elmetto. Patrice Caine, ceo di Thales, spiega che la partnership «risponde alle esigenze delle forze armate e ai requisiti di un’economia di guerra». Proprio così: «economia di guerra». Al posto della giardinetta, dunque, anche Parigi sceglie il veicolo tattico innovativo. Che non si troverà in alcun autosalone. Non ancora.
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