La sinistra coccola quelli che sfasciano le città
Gli scontri di Milano durante la manifestazione contro le Olimpiadi (Ansa)

Gli scontri di Torino per lo sgombero di Askatasuna, quelli di Milano contro le Olimpiadi invernali e il sabotaggio di Bologna che ha paralizzato la circolazione ferroviaria, dimostrano che esiste un’area antagonista che si contrappone allo Stato e tenta di creare il caos. Tuttavia, oltre a confermare l’esistenza di frange estreme le cui azioni si avvicinano al terrorismo, i fatti degli ultimi dieci giorni sono anche la prova della presenza di uno schieramento politico che ogni volta non riesce a scegliere da che parte stare.

Non voglio evocare il periodo in cui parte della sinistra non sapeva decidere se schierarsi con le Br o con lo Stato. Però, oggi come allora, nel campo progressista c’è un ampio fronte che ancora, dinnanzi a fenomeni di criminalità e violenza politica, non è in grado di sostenere le forze dell’ordine. A parole condannano gli scontri, ma fra i compagni, quando giunge l’ora di approvare delle misure di contrasto, è un fuggi fuggi. La parola repressione è giudicata troppo forte e infatti, appena si fa cenno a provvedimenti per inasprire le pene o a strumenti per impedire che le manifestazioni si trasformino in episodi di guerriglia urbana, ecco scattare una reazione pavloviana. Ogni decisione per impedire che si mettano a ferro e fuoco le città è considerata autoritaria. Come ai tempi della legge Reale, che vietava ai manifestanti di scendere in piazza travisati con caschi o passamontagna, con chiavi inglesi o sanpietrini, a sinistra si evocano misure dittatoriali, quando invece si tratta di semplici strumenti per prevenire che i cortei si tramutino in assalti a negozi, banche e istituzioni. Come cinquant’anni fa, quando si introdussero i fermi di polizia contro i violenti, i compagni sembrano temere una deriva cilena.

Ma in che modo si fermano le bande organizzate, i gruppi che scommettono sul caos e l’anarchia se non con divieti e pene? Alla domanda precisa su quali provvedimenti prendere per impedire quanto successo a Torino o a Milano, la sola risposta che gli esponenti del Pd, di Avs e dei 5 stelle sanno fornire è che ci vogliono più poliziotti e che si devono pagare meglio, dimenticando che in passato anche loro, anzi forse proprio loro, hanno contribuito al blocco del turn over e ai tagli degli stipendi degli agenti. Ma a prescindere dalle riduzioni salariali e di organico, che cosa cambierebbe se in servizio ci fossero 10.000 agenti in più? Si potrebbe procedere ad arresti preventivi impedendo ai violenti di partecipare ai cortei? Sarebbe possibile trattenere i militanti dei centri sociali e negare l’ingresso in Italia ai black bloc stranieri? No, non sarebbe consentito e dunque più agenti non servono a nulla se poi le forze dell’ordine sono punite più dei facinorosi. Come abbiamo più volte dimostrato, l’Italia ha un numero di uomini in divisa superiore a quello di altri Paesi europei, i quali però hanno meno reati di quelli commessi a casa nostra.

Il problema dunque non è l’organico, ma le mani legate che la politica – di sinistra – e la magistratura hanno imposto a poliziotti e carabinieri. Se sono impossibili le azioni preventive e se a ogni intervento gli uomini in divisa rischiano più dei delinquenti, è evidente che l’azione preventiva e anche successiva a un reato diventa difficile.

A sinistra non piace la repressione. Agli arresti i compagni preferiscono il dialogo. Ma che dialogo ci può essere fra lo Stato e un criminale, politico o comune? Ovviamente nessuno, perché non è con la gentilezza che si fermano i reati. La sociologia, secondo cui le violenze traggono origine dalle diseguaglianze sociali, ha fallito tanto tempo fa e non sembra il caso di tornare ad applicarla. Contro i fatti di Torino, Milano e Bologna la sola reazione è data dalla legge, ma questo a sinistra faticano a capirlo. Per i progressisti è più pericoloso Andrea Pucci sul palco dell’Ariston che un black bloc in piazza a Torino o a Milano. E i risultati si vedono.

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