Visto che la chiamata alle armi delle star, con la discesa in campo dell’attaccante del Real Madrid Kylian Mbappé, in Francia è servita a fermare l’onda nera di Marine Le Pen, negli Stati Uniti c’è chi, contro Donald Trump, pensa di schierare la cantante che sbanca i botteghini di tutto il mondo, ossia Taylor Swift, nella speranza che possa sbancare anche le urne. Insieme a lei i democratici vorrebbero lanciare pure Oprah Winfrey, diva dei talk show d’America e influencer quando ancora nemmeno si sapeva che lavoro facessero le influencer. In pratica, più che delle elezioni, quelle che si stanno apparecchiando negli Usa sembrano le puntate di un reality, con gente famosa nel cast. In effetti, qualcuno sembra aver scambiato il voto per la Casa Bianca con il programma dell’Isola dei famosi, schierando i volti più noti e trasformando gli elettori in fan.
Ovviamente, non so se la regina del pop si mobiliterà per l’appuntamento di novembre, quando gli americani saranno chiamati a scegliere il futuro presidente Usa. E neppure sono a conoscenza di un piano per spingere la conduttrice televisiva più nota degli States a impegnarsi per trovare un sostituto passabile di Joe Biden. Tuttavia, mi pare sempre più evidente che se un tempo i leader si sceglievano sulla base dei programmi, ora si scelgono guardando un programma e facendo il tifo per l’uno o per l’altra. Della capacità di rappresentare gli interessi dei votanti non importa niente a nessuno e il caso francese forse evidenzia il fenomeno meglio di altri. Infatti, non si è votato a favore di Emmanuel Macron, il presidente meno amato della storia della Republique. Si è votato contro Jordan Bardella, candidato del Rassemblement national. Gli elettori transalpini non hanno scelto Jean-Luc Mélenchon, hanno sbarrato la strada a Marine Le Pen.
In effetti, se si dà uno sguardo ai risultati del secondo turno, senza farsi condizionare dalla valanga di commenti inutili che ha sotterrato le cifre, si capisce che l’operazione di desistenza dei candidati è riuscita a fermare l’avanzata del Rassemblement national, ma non a risolvere il problema di chi possa guidare il Paese e, soprattutto, non è stata in grado di prosciugare il consenso di cui gode il partito della destra francese. In totale, Rn ha ottenuto il 37,32% delle preferenze, più di tutti gli altri. Quello di Marine Le Pen, anche se privato con una spericolata manovra di palazzo del diritto di governare, si afferma come il primo partito di Francia e le ragioni di chi lo ha votato non sono certo cancellate dal risultato del doppio turno.
Si possono mobilitare tutti i calciatori, le cantanti e anche i conduttori televisivi che si vogliono. Ma la sostanza non cambia e alla lunga, fra un anno o forse due o tre, la questione della mancanza di rappresentanza di una parte dell’elettorato, anzi la negazione della vittoria, che con la desistenza è stata annacquata, non potrà che ritornare. Si possono cioè inventare tutte le soluzioni che si vogliono, gli esecutivi tecnici o le ammucchiate semplici, ma in conclusione se gli elettori non si sentono sicuri in casa propria o si lamentano per le troppe tasse, per la mancanza di lavoro o per gli eccessi dell’immigrazione, i giochi di prestigio di Macron, di Obama o di chiunque altro serviranno a poco, come non sono serviti in Italia.
Certo, il Rassemblement national in Francia è stato battuto, ma con l’inganno di una competizione truccata dalla desistenza e oggi in Parlamento non c’è il Nouveau Front populaire, ma quattro sinistre, alcune delle quali la pensano in maniera diametralmente opposta tra loro. E al centro non c’è Ensemble, ma cinque partiti spesso divisi dalle rivalità personali dei loro leader. Naturalmente il Fronte popolare a una prima analisi risulta vincitore, con oltre 180 deputati, ma non si tratta di un unico schieramento, così come non lo è quello di Ensemble. Macron ha perso quasi la metà delle sue truppe parlamentari, il Rassemblement le ha aumentate di un terzo. Quest’ultimo è il primo partito di Francia, ma sarà tenuto fuori dai giochi, aumentando la frustrazione e la rabbia di chi lo ha votato. Gli sconfitti, in pratica, governeranno sfruttando gli effetti della legge elettorale e i regolamenti parlamentari. Tutto legale, intendiamoci. Ma poi? Siamo sicuri che fra tre anni, quando si voterà per il presidente della Republique sarà ancora così e varrà ancora l’alleanza contro il fascismo? Siamo certi che gli appelli delle star, con i loro guadagni e la loro popolarità, riusciranno a influenzare ancora una volta il voto di chi non vede mai accolte, non dico risolte, le proprie istanze? La vita fuori dalla ztl, dal centro di Parigi o di New York e San Francisco, non è un reality e dunque a risolvere i problemi non bastano le celebrity, servono i politici. Quelli che si sporcano le mani e che, perché parlano al popolo, sono accusati di populismo. Qualcuno lo ha chiamato lo scontro fra élite e popolo. Per me, invece, è il tramonto delle democrazie così come le abbiamo conosciute e l’inizio di una democratura.
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