Ora il leader leghista si inventi qualcosa
ANSA
Il piano «tecnico» architettato dal presidente Sergio Mattarella gli si è rivoltato contro, provocando l’impasse. Il capo leghista, l’unico con i consensi in poppa, è il solo che potrebbe sbloccare la situazione. Non deve arretrare, ma trovare una mediazione. Per i nostri portafogli.

«Quella di martedì è stata una giornata che mi ha riportato alla mente l’8 settembre del 1943, con i tedeschi che occupano Roma e Badoglio che si fa sorprendere in pigiama. Lo spread avanza e Cottarelli esce dal colloquio con Mattarella dalla porta sul retro e si perde. I corazzieri se ne vanno come se fosse stato dato l’ordine di smobilitare. I consiglieri del Quirinale totalmente allo sbando non sanno cosa fare. Al presidente del Consiglio incaricato si chiede di andare alle Camere con il rischio di fargli prendere cinque voti. Ebbene, noi ieri abbiamo rischiato di veder schizzare lo spread a 750 punti, perché non si è mai visto al mondo un governo che si presenta in Parlamento per chiedere la fiducia e non è votato da nessuno».

La ricostruzione e i giudizi sono di un parlamentare di lungo corso, un esponente del centrodestra, un meridionale che sta a Salvini come il diavolo all’acqua santa. E tuttavia l’onorevole non può fare a meno di descrivere come l’8 settembre le ore che hanno preceduto la resa dell’ex direttore del Fondo monetario internazionale. Incaricato dal capo dello Stato con il mandato di difendere i risparmi, Carlo Cottarelli si è trovato tre giorni fa nella posizione di rischiare suo malgrado di contribuire all’affossamento proprio di quei risparmi che avrebbe dovuto difendere. Certo un governo può non ottenere la fiducia ed essere battuto alle Camere per pochi voti. Ma che un esecutivo si presenti e non lo voti nessuno, dopo che ha ricevuto un preciso mandato dal presidente della Repubblica, no, questo non è mai capitato in un nessun Paese. E nel caso avvenisse, le conseguenze non potrebbero che essere drammatiche. Non soltanto perché il presidente del Consiglio così clamorosamente bocciato sarebbe costretto alle immediate dimissioni, senza poter gestire neppure la fase delle elezioni, ma la sfiducia sarebbe rovesciata sul capo dello Stato, il quale dopo lo scontro con Di Maio e Salvini sulla nomina del professor Paolo Savona non avrebbe potuto far finta di niente, soprattutto se sui mercati – come era altamente probabile – fosse scoppiato il caos.

Forse Mattarella quando ha bocciato il ministro dell’Economia pentaleghista e affidato l’incarico all’ex direttore del Fondo monetario internazionale ha sperato di poter contare sui voti di Forza Italia e del Pd, cui magari aggiungere quelli di qualche transfuga grillino e di onorevoli particolarmente attaccati alla poltrona. Probabilmente il capo dello Stato, pur pensando che comunque i numeri per ottenere la fiducia non ci sarebbero stati, ha pensato che anche in minoranza Cottarelli avrebbe potuto restare in sella per varare alcune misure economiche necessarie a tranquillizzare i mercati. Il piano B del presidente è però naufragato quando Forza Italia ha annunciato il proprio voto contrario: la minaccia di Salvini di rompere l’alleanza di centrodestra nel caso in cui il partito del Cavaliere avesse votato a favore di Cottarelli non ha infatti lasciato scampo agli azzurri, sui quali già gravano i neri presagi dei sondaggi che li danno sotto il dieci per cento. Una volta sfilatasi Forza Italia, a sostenere il governo sarebbe stato il solo Pd, che ovviamente di fare da punching ball con tutti gli altri partiti contro non aveva e non ha alcuna voglia. Così l’ex direttore del Fondo monetario internazionale è rimasto solo e il piano B del Quirinale si è sciolto come neve al sole. Ha ragione l’anonimo onorevole del centrodestra: l’uscita di Cottarelli da una porta laterale, i corazzieri che smobilitano, gli uomini sul Colle che sbandano sono stati l’8 settembre della Repubblica, il giorno in cui l’Italia ha rischiato di giocarsi i soldi e la faccia delle istituzioni.

È per questo che quando ormai la situazione sembrava allo sbando, Lega e 5 Stelle sono rientrati in gioco, abbassando il tono e riaprendo qualche spiraglio a un governo politico, con Cottarelli o senza. Di Maio ha offerto un esecutivo con un Paolo Savona depotenziato e spostato alle Finanze anziché al Tesoro. Salvini in seconda battuta, una tregua, non opponendosi alla nascita di un governo d’emergenza, ma a patto che sia indicata la data di scadenza, cioè le elezioni entro l’autunno. Il leader del Carroccio più di quello grillino oggi è in grado di dettare le condizioni. Nonostante non sia riuscito a far nascere il governo, il disastro con cui è stata gestita la fase delle consultazioni da parte del Quirinale lo ha ancor più rafforzato, prova ne sia che nei sondaggi il suo partito vola. Esperti non certo sedotti dal suo fascino come Roberto Weber, di Swg, danno la Lega al 27 per cento, dieci punti in più rispetto al 4 marzo. Tuttavia ci permettiamo un consiglio: Salvini ora ha il vento in poppa, perché gli italiani sono in rivolta, però non tiri troppo la corda, in quanto la rabbia che oggi si scarica su Mattarella, reo di non aver consentito la nascita del governo e averci infilato in un cul de sac, domani, se davvero ci fossero contraccolpi sui nostri portafogli, potrebbe scaricarsi anche su di lui. Dunque gli lanciamo una proposta: trovi una mediazione. Non chiediamo un passo indietro, tutt’altro, ma una soluzione che non faccia perdere la faccia a Mattarella e i soldi a noi.

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