L’Air force precipita sul Bullo. Adesso taccia, è meglio per lui
Ansa
L’inchiesta sull’Airbus arriva dopo l’ennesima stoccata ai gialloblù. Come sempre, dai genitori indagati alla villa, gli attacchi dell’ex premier diventano dei boomerang.

Fossi nei panni di Matteo Salvini telefonerei all’altro Matteo, quello che faceva il segretario del Pd, per ringraziarlo. Non solo perché ogni volta che Renzi apre bocca gli italiani temono che ritorni a Palazzo Chigi. E dunque si convincono ancor di più che sia giusto votare per la Lega o, in alternativa, per i 5 stelle. Ma anche perché ogni volta che mette fuori la testa, minacciando sfracelli e pronosticando disastri per gli avversari, gli casca addosso una montagna che lo seppellisce. Ricordate quando cominciò a berciare di un complotto che, per farlo dimettere dalla presidenza del Consiglio, aveva messo nel mirino il padre? Non solo il capitano accusato di essere al centro delle oscure trame (…) è stato riammesso in servizio, ma le inchieste sul genitore si sono moltiplicate. Il tapino che si spaccia per senatore semplice di Scandicci, lasciati passare alcuni mesi, riprovò a fare la vittima, dolendosi delle iniziative giudiziarie che inseguono il padre. Per tutta risposta, la madre è stata rinviata a giudizio per una faccenda di fatture che i magistrati ritengono false, mentre il cognato è stato indagato con l’accusa di riciclaggio, perché secondo i pm avrebbe maneggiato 6,6 milioni destinati ai bambini africani, soldi che inspiegabilmente sarebbero finiti sul conto corrente del fratello per certi investimenti immobiliari.

In campagna elettorale, invece, l’ex premier provò a buttarla sulle mani pulite, presentandosi in tv con l’estratto conto per dimostrare di essere povero in bolletta come quando era entrato a Palazzo Chigi. La trovata in effetti non era male: in un’epoca in cui in molti se ne vanno con le tasche piene, uno che lascia con il portafogli vuoto o quasi colpisce. Ma neanche il tempo di piangere in tv sui pochi soldi trovati che ecco spuntare – grazie al nostro Giacomo Amadori – il preliminare di acquisto di una casetta da 1,3 milioni, magione posta in un quartiere residenziale tra i più belli di Firenze. Una volta scoperto il gioco, il nostro provò a farfugliare qualche giustificazione, ma la frittata ormai era fatta.

Quello che però vi stiamo per raccontare è la prova che più parla e più Renzi riesce a farsi del male: un chiaro caso di masochismo politico. Dopo aver fatto giuringiuretta sui padri nobili del suo partito, promettendo che avrebbe taciuto per due anni (Corriere della Sera del 23 marzo di quest’anno), l’ex presidente del Consiglio l’altro giorno si è presentato in Rai (tv pubblica che, all’inizio del suo mandato di governo, si impegnò a liberare dai partiti, ma evidentemente non dalla sua presenza) e nella trasmissione di Serena Bortone che va in onda sulla terza rete ha menato fendenti a destra e a manca. A farne le spese, ovviamente, sono stati Salvini e i 5 Stelle, che Renzi ha randellato a dovere, sostenendo che a guidare il Paese è un governo di «ladri e di bugiardi» e accusando la Lega di aver rubato denaro ai cittadini e il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli (da lui ribattezzato «Toninulla»), di aver dichiarato il falso sul crollo del viadotto Morandi a Genova.

Neanche il tempo di far depositare le accuse, che ecco abbattersi sul capino del poveretto una tranvata capace di abbattere anche un Airbus. La vicenda è quella dell’Air force Renzi, un gigante dei cieli con cui l’ex premier aveva voluto sostituire i più vecchi aerei in uso presso la presidenza del Consiglio.

Il velivolo avrebbe dovuto permettere a lui e alle delegazioni governative di raggiungere le più lontane destinazioni senza dover fare scali tecnici, dato che il colosso aveva un’autonomia di volo di 12 ore. In più Renzi aveva dato via libera alla riconfigurazione degli interni, che avrebbe dovuto trasformare l’aereo in una specie di comoda suite con anche sale per riunioni e wi fi assicurato. Il tutto al modico prezzo di circa 150 milioni da pagare in leasing a Etihad, la compagnia di Abu Dhabi che aveva promesso di rilanciare Alitalia. Come sia finita per il vettore nazionale è noto, quanto al velivolo presidenziale è risaputo che, appena arrivati a Palazzo Chigi, Conte e compagni si sono dati da fare per rompere il contratto e risparmiare 108 milioni.

Fin qui però siamo alla cronaca delle scorse settimane. Di nuovo c’è che i pm hanno invitato la Guardia di Finanza a ficcare il naso nella faccenda, per cercare di capire come mai siano stati spesi tutti quei milioni per portare a spasso i ministri. Si poteva risparmiare? La convinzione di chi ha denunciato i fatti è che all’appello manchi qualche milioncino.

Naturalmente, al momento nessuno sa dire se sia vero e nel caso che via abbiano preso i soldi. Ciò che però non sfugge è che questa vicenda – il superaereo, il superleasing e il superspreco – è nata tutta quando Renzi era a Palazzo Chigi, a dimostrazione che l’ex premier, quando parla di cialtroni, bugiardi e tanto altro, farebbe bene a misurare le parole prima che gli ricaschino in testa.

Giovedì ha detto: «Non vi libererete di me». Sicuro?

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