Il «Watergate» di Casarini nasce con Conte
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Dopo la notizia delle intercettazioni dei servizi contro l’ex tuta bianca, l’opposizione aveva attaccato la Meloni accusandola di spiare gli avversari. Ma le prime autorizzazioni per i controlli sui membri di Mediterranea risalgono al governo di Giuseppi.

«C’è puzza di regime», tuonava Luca Casarini mesi fa. «È uno scandalo: Meloni non può continuare a nascondersi, deve rispondere», aggiungeva a marzo Elly Schlein. Il Bomba, meglio noto come Matteo Renzi, in vista del lancio del suo nuovo libro la sparava ancora più grossa: «È il Watergate italiano», promettendo poi che ne avremmo viste presto delle belle. Tutti insieme, Pd, Movimento 5 stelle e Avs, pretendevano l’istituzione di una commissione d’inchiesta che accertasse i fatti. Ma non una semplice, del Parlamento nazionale: no, un organismo di Bruxelles, perché il caso di «spionaggio» ai danni di giornalisti e attivisti delle Ong pro-migranti era, secondo l’opposizione, una vicenda talmente grave da richiedere l’intervento di un’autorità superiore alla nostra. Non bastava quindi un’indagine della magistratura o un accertamento del Copasir, cioè dell’organo bicamerale che vigila sui servizi segreti: serviva di più, molto di più, cioè un passo ufficiale dell’Europa.

Tutto era partito dalle comunicazioni di Meta, il social network di Mark Zuckerberg, che a Luca Casarini, al suo compagno di merende e diporto Beppe Caccia, al cappellano degli scappati dall’Africa don Mattia Ferrari e al direttore di Fanpage Francesco Cancellato, all’inizio dell’anno aveva comunicato che i loro telefoni erano stati intercettati attraverso un sofisticato software di produzione israeliana. Siccome Paragon (questo il nome del virus-spione made in Tel Aviv) è dato in licenza ai governi e non ai privati, la sinistra tutta ha pensato bene di farne un caso per accusare Giorgia Meloni e l’esecutivo di aver disposto le intercettazioni – ovviamente abusive – di giornalisti ed esponenti dell’opposizione. A nulla sono servite le dichiarazioni di Alfredo Mantovano, sottosegretario con delega ai servizi segreti, il quale negava qualsiasi responsabilità di Palazzo Chigi in merito alla vicenda. Nonostante un’audizione in Parlamento dell’ex magistrato, l’opposizione ha continuato per mesi a insinuare che il governo avesse intercettato gli avversari. «È uno scandalo che riguarda l’Unione europea», sosteneva l’europarlamentare del Pd Sandro Ruotolo, il quale sollecitava l’intervento nientepopodimeno che di Roberta Metsola «perché in gioco c’è la violazione dei dati personali e della libertà di stampa».

Insomma, lo spionaggio informatico era una minaccia all’ordinamento democratico messa in atto da un esecutivo autoritario e la sinistra, dunque, era pronta a darsi alla macchia per organizzare la Resistenza. Peccato che trascorsi alcuni mesi e dopo che per settimane Schlein, Renzi, Bonelli, Zingaretti e Casarini (cioè, il gotha dell’opposizione) hanno pestato l’acqua nel mortaio, si scopre che a disporre le intercettazioni è stata la Procura generale presso la Corte d’appello di Roma che, su richiesta dell’intelligence, aveva deciso di autorizzare le captazioni preventive. Quindi, nessuna violazione delle norme, niente spionaggio politico ordito da un regime, macché Watergate all’amatriciana. Semplicemente, per ragioni di sicurezza nazionale, gli attivisti sono stati intercettati per verificare se nel salvataggio in mare dei migranti non ci fossero interessi diversi da quelli dell’aiuto a persone in difficoltà nelle acque del Mediterraneo.

Tuttavia, l’aspetto più incredibile della faccenda non è che le captazioni siano state disposte come vuole la legge dalla magistratura, ma che le autorizzazioni risalgano al periodo in cui in carica non c’era Giorgia Meloni bensì Giuseppe Conte e dunque l’autorità delegata a controllare i servizi segreti era grillina. Lo «spionaggio» a carico di Casarini e compagni quindi, se porta un marchio è quello pentastellato. Dunque, il Watergate de Trastevere, il puzzo di regime, le ombre di governo risalgono tutte a quando a Palazzo Chigi c’era l’opposizione che ora protesta. Perché è vero che l’avvio delle intercettazioni risalirebbe al periodo dell’alleanza fra grillini e leghisti, ma poi sarebbero proseguite per tutto il tempo in cui 5 stelle e Pd (con Renzi a far da levatrice) sono andati a braccetto.

E la Commissione europea sollecitata dalla sinistra per far luce sullo scandalo? Beh, ora non se ne parla più. Anzi, interpellato sulla questione dal Fatto quotidiano, Giuseppe Conte ha invocato il segreto di Stato. Insomma, è calato il sipario su una commedia all’italiana.

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