Il papello di «Repubblica» contro la Lega si rivela un boomerang
Ansa

Ecco la carta che accusa Matteo Salvini. Così titolava ieri La Repubblica a proposito del famoso maxi sequestro di 49 milioni di milioni. Come è noto, per fatti connessi fra il 2010 e il 2012, quando la Lega era guidata da Umberto Bossi e il tesoriere era Francesco Belsito, la procura di Genova ha chiesto e ottenuto di pignorare beni e conti correnti per quasi 50 milioni, in base alla tesi che quei fondi furono ottenuti scorrettamente e usati peggio.

Naturalmente decideranno i processi se quei soldi fossero o non fossero dovuti. A naso diremmo di sì, visto che fino a ieri esisteva il finanziamento pubblico dei partiti, finanziamento che in base a non si sa quale principio ora si vorrebbe escludere proprio alla Lega, accusando gli ex capi di aver gestito male – anzi in maniera truffaldina – i rimborsi che lo stato erogava dopo ogni elezione. Il sequestro, come è ovvio, significherebbe la morte del partito in quanto, non essendo una società, la Lega non ha un patrimonio, ma campa di donazioni e di rimborsi e dunque, dovendo restituire 50 milioni, sarebbe ridotta sul lastrico e costretta a versare soldi fino all’estinzione del debito, cioè fino alla morte. In pratica, per i prossimi anni dovrebbe campare d’aria e rinunciare a ogni attività politica dichiarando fallimento. Con 50 milioni da restituire e senza un padrone che paghi il conto o qualche santo in paradiso che cancelli il debito, dovrebbe chiudere le sedi, sciogliere gli organismi e salutare tutti perché non ci sarebbero soldi neppure per pagare un caffè.

Tuttavia non è questo il tema che intendevamo affrontare. Che il provvedimento sia pesante e soprattutto difforme da quanto stabilito da altre sentenze, per esempio quelle che riguardano la Margherita, lo abbiamo già detto. La questione su cui vogliamo richiamare l’attenzione è un’altra, e riguarda proprio la carta che secondo Repubblica accusa Salvini. Nel documento, presentato dalla difesa di Bossi, si legge che alcuni dei rimborsi reclamati dai pm si riferiscono a periodi successivi, cioè a quando l’anziano Senatur aveva già rinfoderato lo spadone di Alberto da Giussano, dimettendosi da segretario del Carroccio. Cioè a scandalo ormai deflagrato. Il finanziamento pubblico addebitabile all’era post Bossi sarebbe di oltre 12 milioni per quanto riguarda Roberto Maroni e di poco più di 800.000 euro per ciò che compete a Matteo Salvini. Tradotto, significa che Bossi e soci sostengono che dei famosi 49 milioni solo 36 sono di loro competenza, mentre 12 ricadono in capo a Maroni e 800.000 euro in testa a Salvini.

In pratica, il documento che accuserebbe Salvini in realtà riconosce che su quasi 50 milioni i fondi che il nuovo numero uno del Carroccio e la Lega sarebbero tenuti a restituire ammontano a meno di un milione. Il tesoro quindi non c’è o se c’è è di alcune centinaia di migliaia di euro e non di milioni. E però i magistrati, quei soldi, li vogliono tutti dalla Lega di oggi e non da chi all’epoca li ha incassati e, presumibilmente, spesi. Una richiesta che non tiene minimamente conto del fatto che, se i fatti fossero confermati nei processi, la Lega sarebbe vittima del raggiro e non il soggetto che l’ha organizzato e ne ha tratto beneficio. Insomma, la carta che accusa Salvini in realtà lo scagiona, dimostrando che l’appropriazione indebita non solo appartiene a epoche precedenti, ma si ferma a una cifra lontana anni luce dal tesoro paventato nelle carte processuali. Epperò quei 50 milioni, con il blocco dei conti e il sequestro di ogni mezzo, pongono una seria ipoteca non su Bossi e i suoi soci (che in primo grado sono già stati condannati) ma sulla Lega nuova, quella risorta con Salvini, con il rischio di fermarne l’ascesa e decretarne la fine. Uno stop che probabilmente farà piacere a una sinistra che in questi tempi non solo è in stato comatoso, ma rischia di estinguersi. È forse per questa che i giornali della sinistra si aggrappano al caso. La prova che «accusa» Salvini è la loro ultima speranza.

Da non perdere

L'editoriale

Gli immigrati non salvano l’Inps, lo prosciugano

Secondo la sinistra, gli immigrati sono indispensabili per sostenere il nostro sistema di welfare, ovvero per pagarci le pensioni. Come si concili questo convincimento con i dati Istat, dai quali risulta che il 35,6% degli stranieri - vale a dire…

E poi si chiedono come mai la destra avanza…
L'editoriale

E poi si chiedono come mai la destra avanza…

L'AfD conquista il primo posto anche in Meclemburgo-Pomerania Anteriore dopo la vittoria in Sassonia-Anhalt. Un risultato che riaccende il dibattito sulle ragioni del consenso alla destra tedesca e sulle risposte dei partiti tradizionali.