Il Colle non scioglie il dubbio. Viviamo in una monarchia?
Ansa
Il capo dello Stato, via Corriere, difende il suo intervento contro Paolo Savona senza però frenare i pm. Ma così lascia intendere che chiunque ne discuta gli atti rischia grosso.

Qualche giorno fa avevamo rivolto un appello al capo dello Stato. Dopo l’apertura di un’inchiesta a carico delle persone che a fine maggio, via Twitter e Facebook, lo avevano criticato per gli ostacoli frapposti alla nascita del governo Conte, avevamo scritto che il presidente della Repubblica non poteva tacere. L’indagine della Procura, infatti, scaturiva dall’ipotesi di un attentato alla sua libertà, quasi che criticando il Quirinale per le scelte fatte si impedisse al suo inquilino di poter tranquillamente esercitare il proprio mandato. Sergio Mattarella, scrivevamo, deve intervenire, pena avallare l’idea che il Colle sia intoccabile e i cittadini non possano più aprire bocca per dissentire dalle sue scelte. Il capo dello Stato non è un monarca e se questa è ancora una democrazia, inquisire chi lo ha attaccato suona quasi come un’intimidazione.

Al nostro appello il sovrano del Quirinale non ha risposto direttamente, ma lo ha fatto per interposta persona. Ieri infatti, sul Corriere della Sera, si poteva leggere un articolo in cui veniva respinta ogni richiesta di intervento sull’azione della magistratura. Il servizio era pieno di negazioni. Innanzitutto si confutava l’idea che il fascicolo fosse stato aperto dai pm su sollecitazione del Colle. L’ipotesi di un attentato alla libertà del presidente sarebbe farina del sacco della Procura non certo di Mattarella, spiegava uno stupito Corriere. Peccato che per accertare se qualcuno abbia effettivamente attentato alle libertà di una persona, fosse pure quella suprema del capo dello Stato, c’è sempre bisogno di verificare che la persona abbia davvero subito una indebita pressione o una minaccia, perché se non ha percepito su di sé alcun pericolo, ma solo il solletico, è difficile sostenere che si sia attentato alla sua libertà.

L’articolo poi proseguiva rivendicando le prerogative del Quirinale e cioè il fatto che il capo dello Stato non si senta un passacarte, ma uno che ha pieno diritto di mettere il becco sulla nomina dei ministri. Ma fin qui si era capito. Che Mattarella abbia messo bocca sulle nomine e forse anche qualche cosa di più della bocca è stato chiaro a tutti. Peccato che nella Costituzione non si trovi traccia di un suo ruolo nella nascita del governo. Il capo dello Stato deve verificare la correttezza e i requisiti delle persone proposte, ma certo non ha titolo per bocciare un ministro sulla base delle opinioni espresse in passato dal candidato. Dire queste cose, cioè sostenere che il presidente della Repubblica sia andato oltre il mandato che gli assegna la Carta, significa attentare alla sua libertà? È questo che non è chiaro e che, anche dopo la versione fornita al Corriere della Sera dal Quirinale, resta da chiarire. In Italia è possibile criticare il ruolo e l’azione del capo dello Stato o a parlare si violano le sue prerogative e si rischia di beccare 20 anni di galera?

Certo, sappiamo bene che le richieste dei magistrati dovranno comunque passare al vaglio del ministro della Giustizia, perché trattandosi del presidente c’è bisogno della firma del Guardasigilli, non essendo il capo dello Stato penalmente responsabile durante il proprio mandato e dunque, anche per la tutela, necessita che l’autorità politica faccia per lui. Tuttavia, seppure ogni richiesta nei confronti degli eventuali indagati sia soggetta ad autorizzazione, già l’apertura di un fascicolo penalmente rilevante rappresenta un ammonimento, anzi una minaccia, che, questa sì, rischia di attentare alla libertà di espressione, inducendo nel cittadino la paura di criticare il Quirinale. Mattarella di fatto diventerebbe un intoccabile e il solo nominarlo accostandolo a un errore farebbe rischiare una condanna.

Per cui, nonostante il Corriere abbia fatto da pompiere per spegnere l’incendio, insistiamo. Il capo dello Stato, sempre pronto a parlare di tutto, anche dei migranti, faccia sentire la propria voce in difesa di quegli italiani che a maggio hanno visto la sua azione come un’ingerenza e si sono permessi di criticarlo. Dica chiaro che con tutti i corazzieri intorno non si è sentito minacciato e non ha subito alcun attentato alla sua libertà di espressione. Insomma, scenda fra i comuni mortali, dichiarando di essere il presidente di una Repubblica e non il re di una monarchia dove il sovrano sta al di sopra di tutti, soprattutto delle critiche.

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