L’opposizione e le toghe anti riforma provano a spaccare il governo
(Getty Images)
Contrariamente a quanto fatto in passato da Conte con Salvini, la Meloni fa quadrato intorno alla sua squadra. La verità che tutti fingono di ignorare è che trattenere il libico Almasri avrebbe esposto l’Italia al rischio di ritorsioni.

Più ci si addentra nel caso Almasri e più ci si rende conto che la faccenda non ha nulla di giudiziario, ma tutto di politico. Delle ragioni per cui il capo banda libico era ricercato, del perché sia stato arrestato solo in Italia dopo aver scorrazzato per mezza Europa, del motivo assolutamente sensato per cui le autorità del nostro Paese l’hanno rispedito a casa in fretta e furia, non importa a nessuno. A chi strilla contro il governo e a chi ha dato il via a un’inchiesta giudiziaria contro l’esecutivo preme soltanto di usare il caso Almasri per interessi politici, colpendo alcuni dei ministri più rappresentativi di Giorgia Meloni. La quale, bisogna riconoscere, agisce da statista, rivendicando una responsabilità che i giudici invece preferiscono cancellare, forse per evitare le conseguenze di un’assurda indagine. Certo, colpisce vedere un presidente del Consiglio che dice di aver condiviso le scelte con i suoi collaboratori che si vuole a giudizio. Abituati a leader che scaricano le responsabilità sugli altri e che sostengono di aver governato a loro insaputa, non possiamo che guardare con rispetto chi ha il coraggio delle proprie scelte. Da Giuseppe Conte con Matteo Salvini, a Matteo Ricci con Massimiliano Santini, da Beppe Sala con funzionari e assessori, è tutto uno scarica barile. Premier e sindaci per anni al potere però con gli occhi chiusi, senza mai rendersi conto di ciò che accadeva intorno a loro. Si chiudevano i porti negando l’attracco delle navi, ma a Palazzo Chigi erano all’oscuro di ogni decisione. Si autorizzavano affidamenti senza gara per centinaia di migliaia di euro, organizzando manifestazioni cittadine, ma il sindaco del Pd non ne sapeva nulla. Si tiravano su palazzi con una semplice dichiarazione di inizio attività, ma il sindaco progressista con il calzino multigender era distratto e pensava che questa fosse «l’interpretazione autentica della legge».

Così, tra tanta gente che nega l’evidenza, spicca per unicità il comportamento di Giorgia Meloni, la quale di fronte al caso Almasri e alla sua gestione dice: «Io sapevo». Anzi, io ho condiviso tutto con i ministri indagati e dunque se c’è una responsabilità penale è anche mia. Cose mai viste nel Paese dei furbi, nella Repubblica dei paraculi, che pensano sempre a salvare le proprie terga offrendo quelle di qualcun altro. Presidenti e sindaci a loro insaputa. Ma poi c’è un capo di governo che rivendica i fatti. Abbiamo deciso insieme. E -non ci sarebbe neanche bisogno di spiegarlo- è stato fatto nell’interesse nazionale, quell’interesse che, quando venne creato il caos libico, qualcuno, lassù sul Colle, dimenticò, costringendo l’Italia ad appoggiare una missione contro Gheddafi che non era a nostro vantaggio, ma principalmente contro di noi. Da allora, con l’instabilità del Paese africano a poca distanza dalle nostre coste, siamo costretti a fare i conti, conti che la sinistra interventista (all’epoca al Quirinale c’era Giorgio Napolitano e fu lui a pretendere che l’Italia partecipasse nonostante la contrarietà di Silvio Berlusconi) non ha mai fatto, senza mai chiedere scusa.

Almasri è stato rimesso sull’aereo non per favorire un presunto criminale, ma per evitare che il suo arresto causasse altri guai al nostro Paese oltre a quelli che l’insensato intervento militare voluto dalla Francia ha già causato negli anni scorsi. Quelli che ora strillano e attaccano parlando di rilascio di un torturatore si sono mai chiesti quante persone sono state torturate in Libia da quando con il loro aiuto il Paese africano è stato fatto sprofondare nel caos? Gli stessi che si agitano si sono mai interrogati sul perché sia diventato urgente arrestare Almasri solo quando è giunto in Italia e non prima, quando ha attraversato mezza Europa?

No, a loro preme creare il caso politico-giudiziario: alla verità, oltre che alla realtà, non sono interessati. Contano di trarre vantaggio dall’ennesima inchiesta politica, da un nuovo scontro con la magistratura, nella speranza forse di fermare insieme alle toghe più politicizzate la riforma della giustizia. Bene ha fatto Carlo Nordio a replicare al capo dell’Anm, il quale sembra sempre di più il capo di una corrente della sinistra tout court. Il ministro, così come Giorgia Meloni, ha difeso la sua principale collaboratrice dalle insinuazioni. Replicando, ancora una volta, che le scelte ministeriali sono politiche e se qualcuno ritiene che debbano essere i magistrati a guidare il Paese, beh, credo che non saremmo più in una democrazia, ma in una Repubblica giudiziaria.

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