Nella cornice dell’Hotel des Invalides, scenario che da solo dovrebbe indurre qualche riflessione sulle conseguenze delle guerre, ieri a Parigi si è riunita la coalizione dei volonterosi che sostiene l’Ucraina. Oltre a Volodymyr Zelensky, all’appuntamento non sono mancati i rappresentanti di 25 Paesi europei, tra cui pure l’Italia.
Argomenti all’ordine del giorno: il ventunesimo pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia (21, sì, avete letto bene: dall’inizio del conflitto siamo a uno ogni due mesi e mezzo), il rafforzamento delle misure per fermare la «flotta fantasma» con cui Vladimir Putin aggira l’embargo petrolifero e le garanzie di sicurezza da offrire a Kiev in caso di tregua. Il vertice ha preceduto di un giorno la tradizionale parata militare sugli Champs-Élysées, che si terrà oggi e con cui la Francia oltre a celebrare la festa nazionale intende omaggiare la difesa dell’Ucraina e il risveglio strategico europeo. Tutto in nome della grandeur che Emmanuel Macron cerca di far rivivere, nella speranza, domani, quando non sarà più all’Eliseo, di riuscire a scalare l’Unione europea, divenendone il capo.
Intendiamoci, non c’è nulla di male se il presidente francese aspira a ruoli internazionali una volta concluso il mandato (sempre naturalmente che i partner Ue siano d’accordo). Né vi è alcunché di censurabile nell’ambizione di voler contribuire alla fine di una guerra che da oltre quattro anni insanguina l’Europa. Sebbene non abbiano inviato proprie truppe in Ucraina, i Paesi dell’Unione si stanno svenando per sostenere Volodymyr Zelensky e i suoi. Senza contare che l’instabilità dovuta al conflitto provoca effetti pesanti sull’andamento dell’economia, con i rincari delle materie prime e dei carburanti.
Tutto ok, dunque? Sì, a parte una piccolissima contraddizione. Mentre a Parigi si studiano strategie per costringere Mosca a mollare l’osso e a fermare i bombardamenti su Kiev e sulle principali città ucraine, la stessa Europa continua a finanziare la macchina da guerra di Putin, riempiendo di euro i forzieri dell’aggressore. Lo ha rivelato nell’edizione di ieri il Financial Times, ovvero la Bibbia della finanza europea. Secondo il quotidiano britannico, nella prima metà dell’anno si è registrato il record di importazioni di gas naturale liquefatto. I Paesi della Ue, infatti, avrebbero assorbito quasi tutta la produzione dell’impianto di Yamal, spendendo in totale 6 miliardi, una cifra mai registrata prima. Non ci vuole un’aquila per capire che questi soldi serviranno a tener in piedi la guerra, finanziando la macchina bellica e l’esercito che combatte contro Kiev. Questo in un momento in cui il bilancio statale russo non se la passa molto bene. I segnali che a Mosca non tutto giri nel verso giusto sono molteplici, a cominciare dalla penuria di benzina per finire all’inflazione che taglia gli stipendi.
Però, mentre Putin sembra in grande difficoltà, ecco arrivare l’Europa a dargli man forte. Infatti, se da un lato Bruxelles e compagni promettono di sostenere Kiev fino alla vittoria, nei fatti dall’altro lato aiutano il nemico, ricoprendolo di denaro e allungando la vita dell’offensiva contro l’Ucraina. Vi state chiedendo chi compra quasi tutta la produzione di gas siberiano? Beh, si tratta spesso degli stessi volenterosi che promettono di non far mancare il loro appoggio a Zelensky. Nell’articolo del Financial Times, oltre a segnalare che gli acquisti di Gnl hanno raggiunto il livello record di quasi 10 milioni di tonnellate nei soli primi mesi dell’anno, ovvero il 18 per cento in più dell’anno precedente, sono indicati anche i principali acquirenti del gas di Putin e nell’elenco figurano ai primi posti Francia, Belgio e Spagna. In pratica, con la sinistra c’è chi riesce a sostenere Kiev contro la Russia mentre con la destra paga Mosca per continuare la guerra. Ovvero, ci sono Paesi che giocano più parti in commedia: sono volenterosi ma allo stesso tempo non intendono rinunciare a essere danarosi, ovvero a fare affari sulla pelle degli altri. Per parafrasare Mario Draghi, vogliono la libertà ma anche l’aria condizionata. Tanto in trincea, a combattere, non ci vanno loro. È un po’ come il vecchio detto «armiamoci e partite», celebrazione dell’ipocrisia europea.
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