«Non faremo l’errore di dividerci», ha promesso Elly Schlein a Napoli, dove i leader del campo largo mercoledì hanno tenuto un comizio. Ma la promessa, che per gli italiani in realtà suona più come una minaccia, è stata subito smentita dai fatti.
Non soltanto perché sul palco c’erano la segretaria del Pd, Giuseppe Conte e i Gianni e Pinotto di Avs, ovvero Fratoianni e Bonelli, mentre mancavano Matteo Renzi e i vari cespugli della galassia centrista. Ma anche perché, come riferito dal nostro giornale, alcuni manifestanti dei centri sociali e di Potere al popolo, ossia gruppi della sinistra radicale, si sono dati da fare per mostrare in diretta tv le divisioni del fronte popolare che alle prossime elezioni promette di battere il centrodestra.
Tuttavia, il problema non è costituito dalle profonde divergenze fra partiti e movimenti d’opposizione a Giorgia Meloni. Come è accaduto in passato, in vista delle elezioni la sinistra prova a mettere insieme un cartello elettorale, ma i problemi vengono dopo, quando, nella malaugurata ipotesi di una vittoria, la sinistra si trova a governare. I precedenti, ossia le elezioni del 1996 e del 2006, da questo punto di vista non promettono nulla di buono. Romano Prodi, il democristiano dietro a cui Massimo D’Alema e compagni si nascosero per non spaventare l’elettorato moderato, durò poco di più di un gatto in tangenziale. Il primo governo fu mandato a casa da Fausto Bertinotti, che lo definì una «minestrina» riscaldata, intendendo però che la coalizione era una specie di minestrone con dentro tutto. Il secondo non sopravvisse di più e cadde quando arrestarono la moglie dell’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Nel 1998 a Prodi subentrarono due esecutivi guidati da D’Alema e da Giuliano Amato, vale a dire quattro governi in cinque anni, mentre nel 2008, per non ripetere il disastro precedente, si tornò al voto e vinse il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi.
Oggi la situazione di partenza del centrosinistra è, se possibile, ancora peggiore. Perché oltre a non avere un candidato premier, l’opposizione non ha neppure un programma. E non è ben chiaro neppure il perimetro della coalizione. È vero, non c’è più Bertinotti, ma ci sono Bonelli e Fratoianni. Non c’è Mastella, ma incombe la minaccia di Renzi, le cui truppe, rispetto a quelle mastellate, sono anche più insidiose. Per non dire poi dei piccoli leader crescono che si affacciano sulla scena politica, da Onorato a Ruffini, e dei molti, da Beppe Sala a Franco Gabrielli, che sgomitano per conquistare uno strapuntino.
No, cara Schlein, le divisioni stanno nel Dna della sinistra e dunque, se anche l’opposizione riuscisse a restare unita in vista del voto, si dividerebbe subito dopo. Del resto, come dimenticare che anche l’ultimo governo targato dai compagni è stato mandato a casa in seguito a una resa dei conti tutta interna alla coalizione giallorossa? Di sicuro, a non scordarsi dello sgambetto di Renzi è il leder pentastellato, il cui esecutivo fu costretto alle dimissioni dal voltafaccia del fondatore di Italia viva. Conte vuole ripetere l’esperienza e pur di tornare a occupare le stanze di Palazzo Chigi è pronto a correre il rischio di una nuova imboscata del senatore semplice di Scandicci? Auguri. Ma soprattutto auguri e scongiuri dovranno farseli gli italiani i quali, se passasse la linea rossa tutta tasse e immigrati di Schlein e compagni, come minimo dovrebbero farsi il segno della croce.
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