La cricca dei  leader finiti gioca alla guerra
Emmanuel Macron, Keir Starmer e Volodymyr Zelensky (Ansa)

A parole vogliono la pace, ma in realtà preparano la guerra. Già il nome che si sono scelti non promette nulla di buono: coalizione dei volenterosi.

Ovvero un’alleanza temporanea tra diverse nazioni per dare il via a operazioni militari o umanitarie che, come spiega l’enciclopedia Treccani, «non si pongono, o si pongono soltanto in parte, sotto l’egida delle Nazioni Unite». Il senso è chiaro: ai partecipanti all’intesa prudono le mani e non hanno certo bisogno dell’Onu per avere il via libera. Vorrebbero farle andare subito per potersi conquistare un posto nella storia. Del resto, a guidare l’armata Brancaleone che ha l’obiettivo di armarsi e partire per partecipare a operazioni militari in Ucraina sono alcuni Paesi in cerca di leadership. Tra questi la Francia, il cui presidente è sul viale del tramonto e dunque in cerca di visibilità per evitare di essere celebrato come il capo di Stato che – grazie ai suoi pessimi risultati – ha aperto le porte dell’Eliseo al Rassemblement national di Marine Le Pen. Non da meno è la Gran Bretagna, il cui primo ministro Keir Starmer in pochi mesi è riuscito a perdere consensi e far crescere nelle urne un reietto come Nigel Farage e un partito anti sistema come Reform Uk. Della combriccola fa parte anche la Polonia, il cui premier Donald Tusk, in appena due anni di governo, è riuscito a inimicarsi gran parte del Paese e alle prossime elezioni rischia una batosta.

Insomma, la coalizione dei volenterosi in realtà è solo un’unione degli speranzosi, ovvero di leader che sognano di rilanciare la propria carriera politica mostrando i muscoli. L’Ucraina è l’occasione perfetta per darsi un po’ di tono. Tuttavia, è evidente che una forza militare europea inviata a sostegno di Kiev senza un cessate il fuoco rischierebbe di infiammare non soltanto l’area, ma l’intera Europa. Mostrare i muscoli non serve a nulla, se non a ottenere qualche titolo su un giornale, in quanto la soluzione del conflitto innescato dall’invasione russa non può certo essere militare, ma diplomatica. E lo si capisce ancor di più oggi, appreso che Zelensky e Putin potrebbero incontrarsi giovedì. Dopo oltre tre anni di guerra senza alcuna prospettiva di riconquistare i territori occupati dai russi, è evidente a chiunque capisca qualche cosa di equilibri geopolitici che la sola possibilità di porre fine al massacro è una trattativa di pace, con la cessione a Mosca della Crimea e del Donetsk in cambio della garanzia di una pace duratura.

La sinistra lo sa, anche se per calcolo prova a ignorare la realtà. Sia Conte che Schlein sono consapevoli che le adunate a Kiev non servono a nulla, se non a fare un po’ di pubblicità a un’élite politica in disarmo. Ma pur di contestare Giorgia Meloni apparecchiano una sceneggiata, lamentando un presunto isolamento del governo italiano. Poco più di un mese fa, in diretta dalla Casa Bianca, il premier sostenne le ragioni di Zelensky e questo, dopo la cacciata dallo Studio Ovale del presidente ucraino, è certo stato coraggioso e più importante dell’ammucchiata di sabato a Kiev. Parlare di pace, coinvolgendo gli Stati Uniti, vale di più che parlare di guerra da parte di una coalizione di sconfitti. È una cosa semplice da capire, ma difficile da sostenere se, come capita da tempo all’opposizione, non si hanno altri argomenti. E così, invece di parlare di tregua si ritrova per discutere di armi.

P. S. Mentre l’armata Brancaleone europea discuteva a Kiev di piani d’attacco, papa Leone XIV annunciava in San Pietro un messaggio di pace. Giudicate voi.

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