Casa e bottega. Casa e famiglia.
Espressioni che fanno parte del lessico comune. Espressioni che nascono da esperienze di vita: negli anni del boom davvero la casa e la bottega erano un tutt’uno e partorivano storie di aziende che oggi sono brand mondiali.
La casa come motore dell’Italia
La dinastia dei Barilla, per esempio, cominciò nel 1877 a Parma, in una modesta bottega-forno ricavata nei locali di casa, così come nei primi del Novecento il colosso calzaturiero Tod’s partiva dalla cucina domestica dove Filippo Della Valle cuciva suole e tomaie. La Scuderia Ferrari nasce nel garage dove Enzo Ferrari aggiustava e inventava motori.
Pietro Ferrero, ancora, è nelle stanze della casa che prova e riprova, con la moglie Piera, la ricetta per trasformare le nocciole in creme e risparmiare sul cacao. Anche Bialetti è un esempio del «casa e bottega»: in una delle stanze concepì i primi modelli della «Moka Express». Le sorelle Fontana, come molti grandi nomi della moda, iniziarono nei locali casalinghi dove piazzavano le macchine per cucire. Persino la storia della Technogym parte nel garage, dove Nerio Alessandri progetta il primo attrezzo sportivo. Il Made in Italy è nato in casa; ci siamo dimenticati di raccontarlo ai nostri ragazzi.
Casa e bottega significa quello. Così come casa e famiglia riportava alla micro impresa familiare, al modello artigianale. L’attitudine a metter su casa o a comprare casa era un pallino dei nostri nonni, i quali sull’immobile hanno cominciato storie importanti, o come piccoli imprenditori o come risparmiatori. Nessuno al mondo ha un rapporto così viscerale con le case come gli italiani. Ecco perché l’argomento è e resta centrale: lo sapeva benissimo Silvio Berlusconi quando predicava la funzione dell’edilizia come volano, e bene lo sa Giorgia Meloni rilanciando un «piano casa» che ora va sostenuto senza tentennamenti.
Insomma, non è perché in Spagna scendono in piazza a difesa della casa che dovremmo occuparcene. Eppure succederà che la sinistra userà il «vento spagnolo» per assembleare una piazza contro il governo. Certo, il malcontento c’è e guai a sottovalutarlo.
La sinistra e il mercato immobiliare
Ma vediamolo bene questo rapporto tra la sinistra e il mercato immobiliare. La sinistra sta sospesa tra Roberto Gualtieri, che si affanna per comprare l’immobile dove c’è il centro sociale Spin Time, e Beppe Sala che a Milano ha consegnato intere aree un tempo popolari ai fondi sovrani (soprattutto arabi) per speculazioni che infatti hanno portato i prezzi alle stelle e allontanato la gente comune dalla città. Poi c’è la sinistra di Avs che candida Ilaria Salis, il punto di riferimento politico delle occupazioni.
Non siamo lontani dal paradossale Pedro Sánchez, l’ultimo campione del socialismo governativo; Sánchez viene accusato dai manifestanti perché ha contribuito a drogare il mercato immobiliare favorendo fondi e multinazionali al fine di aumentare il Pil spagnolo, provocando quel corto circuito per cui l’economia cresce ma la gente non ha i soldi per pagare gli affitti. Del resto cosa aspettarsi da uno che quando Ceuta veniva invasa se ne stava in vacanza alle Canarie.
Chi occupa, chi specula e chi paga
Eccola dunque la politica sulla casa della sinistra movimentista: comprensiva con chi occupa, perché – sostengono – chi occupa è in difficoltà e quindi bisogna comprendere le ragioni di un gesto così forte; comprensiva con gli extracomunitari, che alla fine hanno sempre un punto in più per aggiudicarsi le case popolari e, quand’anche non lo avessero, si prendono ugualmente la casa agevolati dal racket dei sudamericani o dei pachistani o dei cinesi o di chissà chi altri gestiscono gli sgomberi della povera gente (che magari lascia l’appartamento per andare all’ospedale) e al rientro si ritrova sfrattata.
Per assurdo, questa stessa sinistra favorisce gli accordi con i fondi speculativi, i grandi gruppi assicurativi e le multinazionali che si pappano intere aree delle città per riconversioni a prezzi proibitivi. Costoro però sono da coccolare. Dunque la colpa delle case sfitte è dei proprietari di casa bollati come egoisti! Certo, se metti in affitto casa e non ti pagano o te la sfasciano, è un attimo che metti le inferriate.
I piccoli proprietari dimenticati
I proprietari di case, dicevamo. Per la sinistra loro non contano, anzi vanno puniti con più tasse o deliri come il green; sono polli da spennare e poi da cucinare in quel pentolone che si chiama «patrimoniale». I proprietari li conosce bene il nostro Mario Giordano, che da anni, in solitaria, combatte una battaglia televisiva col pensiero fisso di restituire le case ai legittimi proprietari. Fuori dal Coro diventa lo specchio del perché i proprietari hanno paura di affittare.
C’era un tempo in cui l’affitto non solo costituiva un’entrata nelle casse di famiglia ma era pure un patto di lealtà con una comunità sana. Fino a che il governo non ci ha messo una pezza (e invitiamo a insistere su questa strada), il locatario pareva un pascià pure quando non pagava l’affitto e si prendeva beffe del locatore: assurdo!
Il patrimonio immobiliare italiano è fatto di piccoli proprietari che insieme muovono ricchezza, stimolano la domanda interna, incassano, investono o spendono; e se risparmiano è perché prevedono una spesa futura per i figli o per i nipoti. Gli affitti erano da salvaguardare.
Invece, con la sinistra, gli affitti sono diventati un optional: c’è sempre un qualche ultimo da tutelare più dei proprietari, quel vecchio ceto medio che vede rattrappire il proprio bilancio. Tutto questo è assurdo se ripensiamo che attorno alla casa l’Italia ha costruito miracoli.
Se la sinistra sta lontano dagli immobili, magari ne facciamo ancora.
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