Una certa vulgata sta ripetendo che l’elezione di Leone XIV costituirebbe una brutta notizia per Donald Trump. Ora, è senz’altro vero che, da cardinale, Robert Francis Prevost non è sempre stato in linea con l’attuale amministrazione americana: pensiamo solo alla questione ambientale o a quella migratoria (tema, quest’ultimo, con cui l’allora porporato ebbe anche uno scontro sui social con JD Vance). Dall’altra parte, va però altresì ricordato che Prevost è storicamente su posizioni nettamente antiabortiste: il che certo lo avvicina all’amministrazione Trump. Tuttavia, il punto vero della questione, al momento, è un altro.
Il tema non è se Prevost sarà un «progressista» o un «conservatore», sempre ammesso che abbia davvero senso usare queste categorie per interpretare l’operato di un pontefice. Non sappiamo neanche come agirà sul piano della politica internazionale: per formulare delle ipotesi, bisognerà attendere almeno la nomina del nuovo segretario di Stato. L’aspetto su cui è necessario soffermarsi adesso è semmai quello del significato geopolitico dell’ultimo conclave. Sì, perché è proprio dalla Sistina che è de facto arrivata una scelta di discontinuità rispetto al pontificato di papa Francesco. E questo è chiaro da un fatto. E cioè che è stato eletto un cardinale statunitense come immediato successore di un pontefice che, negli anni, ha portato avanti una politica estera di freddezza verso l’Occidente e, soprattutto, verso gli Stati Uniti: Stati Uniti intesi non solo come governo americano (al di là della presidenza di turno) ma anche come Chiesa d’Oltreatlantico. Non dimentichiamo d’altronde che Jorge Mario Bergoglio aveva tacciato quest’ultima di «indietrismo» e che, nel 2018, aveva anche firmato il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi.
Dal punto di vista geopolitico, l’ultimo conclave si configurava quindi come un «derby» tra Stati Uniti e Cina. Il «partito» filocinese è entrato numeroso nella Sistina, ma spaccato. Pietro Parolin, segretario di Stato di Bergoglio dal lontano ottobre 2013 e grande architetto dell’intesa cinese, non godeva dell’appoggio dei gesuiti, anch’essi storicamente pro Pechino. C’era poi, più o meno a parte, la Comunità di Sant’Egidio che, principalmente rappresentata da Matteo Zuppi, è a sua volta una fautrice della distensione tra Santa Sede e Repubblica popolare. Emergeva infine Luis Antonio Tagle che, secondo alcune indiscrezioni non confermate, sarebbe stato il porporato maggiormente gradito da Pechino. Ebbene, contro questo «partito» sfilacciato, hanno giocato tre elementi. Il primo è stata la sua divisione interna. Il secondo è stato il fatto che, pochi giorni dopo la morte del Papa e quindi in piena sede vacante, le autorità cinesi avevano permesso l’«elezione» di due vescovi ausiliari. Il terzo elemento, forse il più importante, è andato a risiedere nel fatto che la delegazione cardinalizia statunitense ha agito compattamente, facendo sentire, nella Sistina, tutto il peso dell’influenza proveniente dalla Chiesa d’Oltreatlantico.
Ciò significa che, se abbiamo ragione, tale delegazione non si è spaccata secondo logiche di contrapposizione tra «conservatori» e «progressisti». No, ha agito come blocco nazionale, avendo, tra i suoi obiettivi principali, quello di raffrenare la linea filocinese impressa alla Santa Sede da Bergoglio e Parolin negli scorsi anni. Il che poi non implica un disinteresse per il Sud Globale. Prevost, che fu anche vescovo in Perù, è stato verosimilmente appoggiato non solo dai porporati nordamericani, ma anche da quelli latinoamericani. Non a caso, ha parlato brevemente in spagnolo durante il discorso dal balcone e altrettanto brevemente in inglese all’inizio della sua prima omelia. Poi, come detto, non sappiamo in che modo agirà Leone XIV sullo scacchiere internazionale. È però significativo il fatto in sé di un papa statunitense subito dopo Bergoglio: una novità che, probabilmente, a Pechino non hanno accolto troppo favorevolmente. A giudicare dal numero relativamente esiguo di scrutini al conclave, è probabile che la candidatura di Parolin si sia rivelata assai meno solida di quanto qualcuno preconizzava.
Del resto, la sua linea filocinese non era mai stata troppo apprezzata negli Usa. E le ripetute violazioni dell’accordo sino-vaticano da parte del Dragone non erano passate inosservate agli occhi di molti cardinali. Non è quindi escluso che, una volta rivelatasi la debolezza del segretario di Stato, anche vari porporati italiani ed europei abbiano convogliato i loro voti su Prevost. Un Prevost che, ben lungi dall’essere un outsider, era probabilmente la carta semicoperta della delegazione statunitense sin dall’inizio, proprio in quanto capace di far convergere su di sé nordamericani e latinoamericani. Non si può neppure del tutto escludere che alla regia dell’operazione abbia contribuito, nella Sistina, il cardinale Timothy Dolan.
Attenzione: non stiamo dicendo che Leone XIV e Trump andranno d’amore e d’accordo. È ipotizzabile un loro rapporto dialettico, ancorché forse meno conflittuale rispetto a quello che lo stesso Trump aveva con Francesco. Quello che stiamo dicendo è un’altra cosa. Indipendentemente da come sarà la politica estera del nuovo pontefice, lo scontro geopolitico tra Usa e Cina, nel conclave, è stato vinto da Washington. E questo è un dato oggettivo. Per cui, al netto di alcune indubbie differenze, Trump, oggi, è tutt’altro che contrariato dall’elezione di Prevost. Ieri, fonti della Casa Bianca hanno confermato direttamente alla Verità che il presidente americano è «orgoglioso» dell’elezione del nuovo Papa. Chi, soprattutto negli Stati Uniti, continua a ripetere, da destra (con irritazione) e da sinistra (con giubilo), che Leone XIV sarebbe un papa antitrumpista, non ha probabilmente ben chiaro che la questione, messa in questo modo, è totalmente mal posta. Se c’è qualcuno che deve preoccuparsi oggi, quella è Pechino insieme ai suoi accoliti: dentro e fuori la Chiesa.
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