2019-02-05
«La vittoria di Bolsonaro in Brasile ha tolto lo spazio di sopravvivenza a Maduro»
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Giorgia Meloni, nella conferenza stampa al termine del G7 di Evian, affronta tutti gli argomenti più caldi, con risposte non scontate: «Per quello che riguarda l’accordo sull’Iran», argomenta il premier, «i punti abbracciano tutto quello che era necessario abbracciare in un memorandum di questo tipo.
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
Qui la relatrice e il governo hanno dato parere positivo ai quattro emendamenti soppressivi presentati dalla commissione Finanze. Questi riguardano lo stop all’estensione del divieto di telemarketing aggressivo anche alle telecomunicazioni così come era stato introdotto in un precedente decreto, la mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico, l’estensione fino al 30 novembre 2027 della disciplina vigente in materia bancaria e creditizia in relazione alle società cooperative e le modifiche sul credito d’imposta sulle minoranze linguistiche.
A questo punto, dopo l’approvazione di Montecitorio, il testo dovrà tornare al Senato per una terza lettura lampo e il via libera definitivo. I tempi sono strettissimi giacché il decreto scade il 29 giugno.
Questo dovrebbe essere l’ultimo provvedimento, strutturato in questo modo, quindi ad ampio spettro, per far fronte al caro carburanti. L’accordo tra Stati Uniti e Teheran dovrebbe placare i mercati e smorzare le infiammate inflazionistiche. A partire da venerdì si negozierà la prossima riapertura del canale di Hormuz per garantire il regolare flusso delle forniture.
L’attenzione quindi si sposta a interventi meno legati alla situazione contingente ma più di sistema. Per Stefano Benigni, vicesegretario nazionale di Forza Italia, «il decreto è servito a far fronte all’emergenza e a ridurre il prezzo dei carburanti. Ora è importante sfruttare la riapertura di Hormuz. Lo sta facendo il ministro Tajani riunendo le imprese attorno ad un tavolo per far ripartire l’economia».
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha dato voce alle attese del mondo imprenditoriale. «Se non si risolve il caro energia, l’Italia farà fatica a essere competitiva e a crescere».
Lo sguardo è rivolto alla prossima legge di Bilancio. «Nei 500 giorni di qui a fine legislatura, si possono fare tante cose» ha detto Orsini e rivolto al governo: «Pensate cosa potrebbero fare di più le imprese senza sassi nello zaino che sono la burocrazia, il caro energia».
Un’altra sfida, oltre al nucleare, sono le rinnovabili. «Ci sono 4.000 concessioni da sbloccare. Eppure stiamo parlando di oltre 130 gigawatt di progetti pronti e da mettere a terra. Il Paese avrebbe bisogno di accelerare sulle fonti ecologiche ma non riesce a farlo». E mette in evidenza che nel frattempo, oltre confine, altri Paesi si stanno muovendo con velocità. «La Germania sta realizzando il più grande impianto termoelettrico d’Europa, la Cina ha costruito 300 nuove centrali a carbone, mentre noi rinunciamo al gas e al nucleare e lasciamo le rinnovabili bloccate negli uffici». Il risultato quindi è che «il prezzo energia continua a pesare sulle nostre imprese».
Intanto un’altra grana è sul tavolo del governo. Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, dopo i disservizi emersi ieri in alcune tratte ferroviarie, si è dichiarato irritato con i vertici di Trenitalia ai quali ha chiesto una relazione approfondita sull’accaduto nonché tempi certi per il ritorno alla normalità. Al ministero, nel pomeriggio, Salvini ha siglato un accordo ferroviario con l’Arabia Saudita ed è stata quella l’occasione, si apprende, per esprimere ai vertici Fs, presenti alla firma, la propria contrarietà sulle criticità di ieri lungo la rete.
«Sono gli italiani a essere irritati con un ministro che, anziché fare il suo mestiere, pensa solo a litigare con Meloni per cambiare ministero e sostituire Piantedosi. Un ministro che si occupa di tutto fuorché prendersi le sue responsabilità di fronte agli italiani che viaggiano ogni giorno con ore di ritardo e molti disagi», ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein.
Forse il segnale più inquietante era arrivato già un mese fa, quando aveva detto: «Neanche la morte mi fa paura sinceramente. Neanche quella. Forse sarebbe la cosa migliore per riposare».
A rileggere quelle parole di Daniela Ferrari, 66 anni, mamma di Andrea Sempio, dopo la corsa al Pronto soccorso di ieri e il ricovero d’urgenza «per eccesso nell’assunzione di farmaci», come conferma l’avvocato Liborio Cataliotti, assumono il tono di un disagio che probabilmente andava oltre la stanchezza e la preoccupazione. È una donna che da oltre un anno vive attraversata da una vicenda che ogni giorno la riporta al centro dell’attenzione. E quella di ieri non è la prima volta che ha comunicato segnali di cedimento.
Già il 28 aprile dello scorso anno, convocata dai carabinieri del Comando provinciale di Milano come testimone, avrebbe dovuto ricostruire la mattina del 13 agosto 2007, quella dell’omicidio di Chiara Poggi: orari, commissioni, il ticket del parcheggio. L’audizione si fermò dopo le prime domande. Daniela accusò un malore. Anche in quel caso arrivò un’ambulanza. Da allora l’inchiesta ha continuato a stringersi attorno alla famiglia Sempio. Il padre Giuseppe è finito indagato a Brescia per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Mentre a Pavia la Procura ha continuato a scavare negli intrecci familiari. Non solo quelli con il precedente pool difensivo e con i carabinieri dell’aliquota di polizia giudiziaria della Procura di Pavia che si erano occupati della prima inchiesta cannando completamente le trascrizioni delle intercettazioni. E nel fascicolo, con la discovery successiva all’avviso di chiusura delle indagini preliminari, sono finiti anche aspetti molto personali della vita di Sempio. Ma anche della vita della stessa Ferrari. E tutto questo mentre attorno alla vicenda la pressione mediatica diventava sempre più forte. Forse è per questo che, durante quell’intervista di un mese fa, Daniela Ferrari arrivò a pronunciare una frase che colpì tutti: «Dico la verità, io ci ho pensato. Se io dovessi fare una cosa del genere, cosa dicono? La mamma si è ammazzata perché sa che il figlio è colpevole». Parole che raccontavano soprattutto la paura di una sentenza pronunciata fuori dalle aule di giustizia. «Sai quanti messaggi mi sono già arrivati di gente che mi dice: “Ammazzati che è meglio”?». Meno di un mese dopo è arrivato il ricovero. L’avvocato Cataliotti ha fatto sapere che l’ultimo «bollettino medico» prevede che «rimarrà nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Vigevano quantomeno per la notte».
La donna, che non è in pericolo di vita, è stata sottoposta a una lavanda gastrica. La notizia del malore si è diffusa più o meno all’ora di pranzo: la donna è stata soccorsa da un’ambulanza e ricoverata d’urgenza «per un eccesso o diciamo overdose», spiega Cataliotti, «di assunzione di farmaci tranquillanti». Non è ancora chiaro se l’assunzione sia stata volontaria oppure no. Ma c’è una frase pronunciata dal legale che probabilmente aiuta a capire meglio il dramma personale che si consuma di pari passo con il caso giudiziario e mediatico: «È una testimone, non è indagata, ha il solo torto di avere il figlio sottoposto a questo procedimento», afferma Cataliotti, aggiungendo: «È un campanello di allarme che ci dice che è il momento per tutti di abbassare i toni». L’avvocato, intervistato da Gianluigi Nuzzi a Dentro la notizia su Canale 5, ha raccontato di aver ricevuto la comunicazione mentre era in Cassazione con la collega Angela Taccia, per un altro processo. «Come team difensivo», ha sottolineato, «ci siamo raccomandati che Andrea stia vicino alla mamma, la tranquillizzi e le dica che noi moltiplicheremo addirittura gli sforzi perché si dimentichi gli attacchi dei social, le lettere che riceve e le email». Delle tracce della condizione psicologica della Ferrari sono state annotate poco dopo la riapertura dell’inchiesta anche da Andrea su una Moleskine che gli è stata sequestrata: «Mamma in panico per la cosa di Stasi». Quello stesso taccuino sul quale scriveva dei suoi incubi «e», annotarono i carabinieri, «in alcuni si descriveva come un protagonista violento». Ma è in una intercettazione riportata negli atti che, parlando dello scontrino di Vigevano conservato da Andrea, Daniela Ferrari arrivava perfino a rimproverare se stessa: «È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino... gli ho rovinato la vita». Parole che restituiscono il senso di colpa e il peso con cui la donna sembrava vivere quegli sviluppi dell’indagine.
Ora i legali dei Sempio chiedono «un minimo di riserbo». E precisano che per la famiglia si tratta di una vicenda che «non attiene alle indagini in corso», ma esclusivamente «alla sfera personale e privata». Una sfera che, secondo Cataliotti e Angela Taccia, sarebbe stata già ampiamente violata nel corso degli ultimi mesi: «È stata calpestata abbastanza». Mentre il caso continua a occupare trasmissioni televisive, prime pagine e alimenta i social network, gli avvocati dei Sempio provano (anche loro mediaticamente) a tracciare un confine tra l’inchiesta e il dramma personale, «sapendo», affermano, «che comunque il riserbo sperato non ci sarà».
Nella Concertopoli genovese scoppia il caso Olly. Il cantante stasera si esibirà nella prima delle tre date allo stadio Luigi Ferraris intitolate «Tutti a casa».Olly, al secolo Federico Olivieri, genovese doc e vincitore di Sanremo 2025 con Balorda nostalgia, torna in effetti a casa, nell’impianto dove, per anni, è andato a tifare la Sampdoria (la stessa squadra della sindaca Silvia Salis).
Nel capoluogo ligure c’è grande fibrillazione visto che la musica dal vivo torna al Ferraris dopo oltre vent’anni di assenza. Il gruppo genovese dei Buio Pesto si esibì nel 2003 e nel 2007 (totalizzando circa 16.000 spettatori complessivi). Qui si parla di 90.000 spettatori per le date del 18, 20 e 21 giugno.
A organizzare l’evento è la Rst events di cui ci stiamo occupando da due giorni, la società con un solo dipendente (assunto nel 2025), capace di conquistare 1,2 milioni di fatturato tra gennaio e ottobre dell’anno scorso e di vincere la gara per l’organizzazione del concerto di Capodanno dei Pinguini tattici nucleari in cambio di 736.000 euro di soldi pubblici.
Nel frattempo tale gara è stata giudicata irregolare dal Tribunale amministrativo regionale della Liguria, che ha ordinato di rifarla. Anche perché il bando prevedeva pure l’organizzazione di eventi analoghi nel triennio 2026-2028. Ma il Comune ha fatto ricorso contro la decisione e ha ottenuto dal Consiglio di Stato la sospensiva della decisione. I supremi giudici amministrativi entreranno nel merito solo a ottobre, ma nella loro ordinanza ci danno già una notizia: l’amministrazione, pur di non rifare subito la gara, ha «espressamente assunto l’impegno di non procedere medio tempore all’affidamento diretto dei servizi analoghi». Di fatto, la giunta si è privata della possibilità di organizzare eventi in modo celere.
Perché ha scelto di fare questo autogol? Voleva far passare la tre giorni di Olly evitando alla Rst di finire sotto esame mentre è impegnata nell’organizzazione dell’evento musicale dell’anno per la città?
E pensare che il vicesindaco Alessandro Terrile, interrogato dai consiglieri dell’opposizione, il 28 aprile scorso, era stato netto: «Né il concerto di Charlotte De Witte, quello che è stato fatto ad aprile, né il concerto di Olly allo stadio, che peraltro non è organizzato dal Comune, risultano organizzati dalla Rst events srl che è la aggiudicataria della procedura di gara del Capodanno 2020».
E, invece, come risulta chiaro dalle locandine di «Tutti a casa» e dalle interviste rilasciate in questi giorni dai politici della maggioranza a organizzare l’evento, patrocinato da Palazzo Tursi, è proprio la Rst amministrata da Alessandro Orlando. Che, come il vicesindaco Terrile e il consigliere comunale delegato agli eventi Lorenzo Garzarelli, non ha risposto alle nostre richieste di chiarimento, in particolare su quanto sia costato a Olly e alla Rst l’affitto stadio.
A tutti abbiamo fatto notare che Genoa e Sampdoria pagherebbero 2,2 milioni annui per la concessione dell’impianto per un costo-partita pari a circa 58.000 euro.
Anche Olly ha pagato 60.000 euro a data? E, se lo ha fatto, i soldi sono andati al Comune o alla Luigi Ferraris srl che gestisce la struttura per le società sportive?
Nessuna risposta. Riserbo assoluto.
Il sospetto è che lo stadio sia stato concesso gratuitamente o quasi in cambio di un robusto ritorno di immagine per l’amministrazione comunale.
Garzarelli, su Repubblica, ha usato il successo del triplo concerto di Olly per fare propaganda all’attività dell’amministrazione che punterebbe a «creare centri e spazi sociali di comunità in ogni quartiere» per «ricreare quel tessuto che è andato polverizzato negli anni». Quindi ha evidenziato come «per la riconquista del Ferraris sono serviti un anno di lavoro, una marea di permessi, tantissimi soldi e lo slancio “quasi incosciente” della squadra che ha allestito l’evento dei prossimi giorni, Magellano, Rst events, il Comune, ovviamente oltre al management dell’artista».
In sostanza se Olly è tornato a casa il merito è anche della giunta.
La sindaca Salis già nel 2025 aveva messo il cappello sull’evento con queste parole: «Riportare dopo 22 anni la grande musica al Ferraris è un sogno che si realizza. E per questo non posso che ringraziare Olly e tutto il suo staff per aver fortemente voluto questo evento, mostrando ancora una volta lo stretto legame che unisce Federico alla sua, alla nostra città».
La prima cittadina, nell’occasione, aveva già evidenziato la centralità della giunta per il raggiungimento dell’obiettivo: «Siamo consapevoli delle difficoltà che ci sono al momento per allestire un grande spettacolo come questo nel nostro stadio ed è il motivo per cui il Comune si è detto subito disponibile ad aiutare la produzione per quanto di sua competenza e possibilità».
L’evento viene promosso persino sul sito istituzionale Visit Genoa, con tanto di riferimento al sito di vendita dei biglietti. Uno spot per l’artista, ma anche per la città e, di conseguenza, per i suoi amministratori: «Olly ha scelto per la prima data, il prossimo 18 giugno 2026, lo stadio Luigi Ferraris di Genova che riapre eccezionalmente le sue porte alla musica proprio per Olly e la sua gente a 22 anni dall’ultimo concerto di Vasco Rossi» si legge sul sito. «L’evento “Tutti a casa”, già dal titolo, racconta del legame stretto di Federico con la sua città e le sue radici, della voglia di condividere con Genova l’energia, la potenza e il senso di condivisione che vengono sprigionate da un suo live».
Insomma tutta la maggioranza sta provando a sfruttare i tre concerti per avere un dividendo politico.
Questa vicenda poco trasparente ci ha fatto tornare alla mente l’inchiesta aperta dalla Procura di Pesaro sulla giunta dem guidata all’epoca dall’europarlamentare Matteo Ricci. L’indagine è partita investigando su alcune presunte irregolarità negli affidamenti diretti assicurati dal Comune a un paio di associazioni culturali non profit, per una cifra complessiva (600.000 euro) molto inferiore a quella che a Genova è stata stanziata per gli eventi musicali di cui abbiamo parlato in questi giorni. L’accusa per l’ex sindaco è stata inizialmente questa (successivamente si è aggravata): «Otteneva direttamente un’utilità non patrimoniale, attraverso la realizzazione, con modalità illegittime, di opere ed eventi pubblici del Comune di Pesaro di grande richiamo in grado di conferire una immagine di efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa e politica del sindaco, così arrecando al medesimo un rilevante beneficio in termini di accresciuta popolarità e consenso».
Per provare ad avere le delucidazioni che la politica non ci ha dato, ieri abbiamo contattato l’amministratore della Rst, Orlando, ma anche lui ha evitato di rispondere alle nostre domande.
«Sono in commissione vigilanza allo stadio Marassi, quindi sono messo malissimo. Sarà una cosa lunga». Gli abbiamo spiegato che saremmo stati rapidi, ma lui ha ribadito: «Domani abbiamo la prima data. Sono molto impegnato sino al 22». Allora gli abbiamo annunciato che gli avremmo inviato le domande per messaggio e lui ci ha ringraziato. Salvo poi sparire.
La domanda più importante era, ovviamente, quella sul prezzo pagato da Olly per la concessione dello stadio.
Poi gli abbiamo chiesto lumi sulla gara di ottobre (quella sub iudice) e sulla struttura quasi fantasma della società di cui è titolare del 49 per cento delle quote.
I quesiti riguardavano quanto abbiamo scoperto spulciando i bilanci: nel 2024 la Rst ha dichiarato un fatturato da 1 milione e nessun dipendente. L’amministratore, Orlando, ha ricevuto un compenso di soli 15.000 euro. Nel 2025 è stato assunto un altro dei tre soci, Nicolò Sasso, detentore del 45 per cento delle quote.
Secondo il bilancio provvisorio del 2025 l’unico dipendente avrebbe un costo complessivo di 15.000 euro lordi per tutto l’anno.
In pratica le società che con la giunta Salis fanno incetta di affidamenti diretti e non, la Rst e la gemella Ops (di cui sono soci sempre Orlando e Sasso) hanno strutture così leggere che sono quasi invisibili.
La sede è condivisa con una ditta di sicurezza, non ci sono dipendenti e, sembra di capire, fanno tutto i due principali soci.
Che sono capaci di realizzare, però, fatturati milionari. Complimenti.
La capogruppo della Lega in Consiglio comunale, Paola Bordilli, dopo la pubblicazione delle nostre inchieste attacca: «Ieri criticavano i grandi eventi di Marco Bucci, oggi ci vanno a fare le sfilate. Ci ricordiamo bene quando l’allora segretario provinciale del Pd e consigliere regionale, Simone D’Angelo, commentava l’inizio del mandato della Salis parlando testualmente di "bilanci scritti dalla destra che investono risorse solo per i grandi eventi”, contrapposti a un fantomatico "bilancio di sinistra che pone priorità diverse.” Oggi gli esponenti del Pd, che un tempo storcevano il naso, presenziano e partecipano in massa ai tanti appuntamenti che la Salis organizza in città in maniera continuativa, spesso a colpi di eventi sotto i 140.000 euro, ossia sottosoglia. Quando fa comodo per un po’ di visibilità, la narrazione della sinistra cambia improvvisamente».
Ilaria Cavo, deputata di Noi moderati e consigliera più votata di Genova, in un comunicato diramato ieri, si concentra, invece, sulla vicenda dei posti «speciali» riservati dal Comune ai soli consiglieri di centrosinistra per il mega concerto organizzato in città da Radio dimensione suono: «Se confermato, il meccanismo di biglietti vip per la maggioranza sarebbe un comportamento inaccettabile su cui fare al più presto chiarezza, in ogni sede. Quello di domenica non era un evento privato della sindaca, nel quale ciascuno è libero di invitare chi desidera, ma una manifestazione realizzata con risorse pubbliche (e ci piacerebbe anche sapere quante). Quando si coinvolgono rappresentanti istituzionali, è doveroso farlo nel rispetto di tutti i cittadini che essi rappresentano, maggioranza e opposizione. Le risorse investite da Palazzo Tursi per organizzare eventi non sono un affare privato, non sono e non possono essere strumenti di promozione personale o di parte. Se questa maggioranza intende utilizzare le manifestazioni pubbliche per promuoversi, lo faccia almeno nel rispetto delle regole e dei ruoli istituzionali e soprattutto dia spiegazioni sulla gestione di quanto accaduto».

