- Gli episodi che hanno visto coinvolti due cronisti, Jean Ségura e Taha Bouhafs, danno un’idea concreta di come gli agenti transalpini trattino i giornalisti durante le manifestazioni.
- Nicolas Descottes, il fotografo freelance ferito gravemente durante una protesta dei gilet gialli: «Non ho perso la vista solo perché il proiettile mi ha colpito qualche centimetro sotto l’occhio».
- Non solo botte e manganellate: sui professionisti dell’informazione incombe anche il rischio di incappare nelle sanzioni previste dalla legge sulle fake news, approvata dalla maggioranza macronista a fine 2018.
- Ivan Rioufol, editorialista di Le Figaro, scrive: «Le botte ai giornalisti sono una dimostrazione del fatto che il potere attuale è allo stremo».
Lo speciale contiene quattro articoli.
Essere giornalisti in Francia, nel 2020, può costare caro perché la polizia non esita a usare le maniere forti con cronisti, fotografi, videocineoperatori freelance, titolari del tesserino della stampa transalpina o meno. Uno degli episodi più recenti si è verificato il 9 gennaio 2020 quando, il giornalista indipendente del collettivo Reporters en Colère (reporter arrabbiati, ndr) Jean Ségura è stato placcato a terra dalla polizia mentre era impegnato a seguire una manifestazione contro la riforma delle pensioni. Gli agenti che hanno violentemente immobilizzato il cronista, gli hanno anche distrutto un cellulare e danneggiato una macchina fotografica. In seguito lo hanno trasferito in un commissariato di polizia, dove è stato trattenuto in stato di fermo per circa 24 ore. In una conferenza stampa improvvisata, tenuta dopo il suo rilascio, Ségura ha raccontato di essere stato immobilizzato mentre tentava di soccorrere un altro giornalista. Il freelance ha dichiarato che, mentre veniva bloccato al suolo, uno dei poliziotti gli ha chiesto «sei sempre un giornalista, stronzo?».
Qualche giorno dopo, un altro freelance, Taha Bouhafs, è stato prelevato dalla polizia in un teatro parigino. La sua colpa? Aver scritto su Twitter di essere «tre file dietro al presidente della Repubblica» e di aver segnalato la presenza di oppositori alla riforma pensionistica nelle vicinanze del teatro. Secondo alcune fonti, questa figura del giornalismo indipendente è controversa. Ad esempio, il settimanale L’Obs lo presenta come un ventiduenne militante antirazzista che lavora per il sito d’informazione Là-bas si j’y suis. Tuttavia, il suo fermo è apparso fin da subito supportato da deboli motivi. Tra l’altro si è scoperto che, qualche minuto prima del cinguettio del giornalista, ce n’era stato un altro che segnalava già la presenza del capo dello Stato.
Questi due episodi danno un’idea concreta di come la polizia transalpina tratti i giornalisti, in ossequio agli ordini impartiti, per la gestione delle manifestazioni, dal ministro dell’interno Christophe Castaner e, prima ancora, dal presidente Emmanuel Macron. Come riportato più volte da La Verità, con la nascita del movimento di protesta dei gilet gialli – il 17 novembre 2018 – le forze dell’ordine d’Oltralpe hanno assunto un atteggiamento estremamente repressivo nei confronti dei manifestanti, in generale, e dei giornalisti in particolare. Come è possibile constatare in un video pubblicato da La Verità il 24 novembre 2018 nei pressi degli Champs Elysées, la polizia ha caricato anche il corrispondente del quotidiano mentre stava registrando un video ( https://www.www.laverita.info/video-gilet-gialli-2621384209.html )
Con l’avvio della contestazione al progetto di riforma delle pensioni – iniziato il 5 dicembre 2019 – il comportamento della polizia nei confronti della stampa non è cambiato. Questo nonostante, negli ultimi mesi, anche l’Ong Reporters Sans Frontières (Rsf) – impegnata nella difesa dei giornalisti in tutto il mondo – abbia lanciato vari allarmi. Dall’inizio della contestazione in giallo, «Rsf ha registrato 54 casi di giornalisti feriti e più di 120 incidenti che hanno coinvolto le forze dell’ordine», dichiarava l’associazione in una nota del 15 novembre 2019. «Che siano professionisti o no, titolari di un tesserino della stampa o meno – continuava Rsf – numerosi giornalisti testimoniano di essere stati oggetto di violenze ingiustificate da parte delle forze dell’ordine». Nella stessa nota, l’associazione proponeva al ministero dell’interno di diffondere una circolare destinata agli agenti «imponendo loro di rispettare l’esercizio dell’attività giornalistica nelle manifestazioni». La stessa circolare avrebbe dovuto anche «riaffermare la necessità di preservare la funzione informativa dei giornalisti nelle manifestazioni». Rsf ha reclamato anche delle sanzioni disciplinari «prese sistematicamente» per punire i poliziotti o i gendarmi che hanno fatto ricorso «ad atti di violenza e coercizione illegittime contro dei giornalisti». Una violenza che include anche «la confisca di materiale, gli ostacoli alla libertà di circolazione sui luoghi in cui si svolgono le manifestazioni o la copertura volontaria del numero di matricola».
Nonostante queste richieste, il ministero dell’interno, governo e la presidenza non hanno risposto. Tant’è che, già dodici giorni dopo l’inizio della contestazione contro la riforma pensionistica Rsf ha dovuto suonare di nuovo un campanello d’allarme rilevando «una banalizzazione delle violenze nei confronti della professione (giornalistica)». Senza giri di parole l’associazione di difesa dei giornalisti ha scritto che «non si contano più le testimonianze di conseguenze fisiche» come «ematomi causati da manganellate, bruciature causate dall’esplosione di granate usate per rompere gli accerchiamenti». Rsf ha anche denunciato «ostacoli all’esercizio del lavoro giornalistico in seguito alla distruzione di attrezzature o a causa di fermi di polizia».
Il 9 gennaio scorso, il giornalista Rémy Buisine del media online Brut, è stato fermato e portato in commissariato con l’accusa di detenere «un’arma da guerra». Tale «arma» era una maschera anti gas. Il giornalista l’aveva con se solo per proteggersi dai lacrimogeni, usati abbondantemente dalla polizia praticamente in ogni manifestazione.
Dopo la diffusione di video che mostravano violente reazioni di alcuni poliziotti, il 14 gennaio 2020, Emmanuel Macron ha chiesto al governo, guidato da Edouard Philippe, di presentare delle proposte per «migliorare la deontologia dei poliziotti». Poi, nelle manifestazioni, si è assistito ad un timido cambiamento di atteggiamento nei confronti dei contestatori. Il 26 gennaio 2020, il ministro Castaner ha chiesto l’interruzione “immediata” dell’uso delle granate lacrimogene modello Gli-F4. E’ un primo passo verso l’eliminazione delle armi non letali, dalle dotazioni delle forze dell’ordine. In effetti, secondo un rapporto della polizia stessa citata dal Défenseur des Droits – l’authority transalpina per la difesa dei diritti dei cittadini – «la Francia è il solo Paese d’Europa a usare le munizioni esplosive» contro dei manifestanti, nelle operazioni di mantenimento dell’ordine. C’è da sperare che questa, non resti una misura isolata e che altri giornalisti non rimangano vittime delle violenze della polizia. Perché informare è un diritto e un dovere. In particolare nella patria della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
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