- Per i pm la società, non indagata, coi subappalti favoriva il caporalato cinese. «Pagati 3 euro l’ora. Borse prodotte a 93 euro e vendute a 1.800».
- Lo stilista, che sta per compiere 90 anni, ha sempre rifiutato di vendere ai francesi e ha disegnato il futuro del marchio per farlo restare in mani italiane. Ora però potrebbe entrare in gioco l’onda lunga dello scandalo.
Lo speciale contiene due articoli.
Le borse di pelle firmate Giorgio Armani si vendono ad almeno 1.800 euro (se non di più) nelle boutique dello stilista in tutto il mondo. Produrle però costa, secondo la Procura di Milano, appena 75 euro senza Iva (con cui si arriva a 93), grazie al lavoro della manovalanza cinese costretta «a turni di lavoro massacrante» anche di notte, superiori a 14 ore al giorno e con una paga talvolta di appena un euro a pezzo. È il quadro che emerge secondo le accuse del decreto della sezione misure di prevenzione del tribunale di Milano che ha messo in «amministrazione giudiziaria» la Giorgio Armani operations spa rispetto ai rapporti con i fornitori. In pratica, all’azienda del noto stilista italiano (che non risulta indagato) viene contestato di non aver controllato il caporalato sulla manodopera straniera irregolare del suo fornitore ufficiale italiano, ovvero Manifatture lombarde, che a sua volta subappaltava la realizzazione di borse e accessori del gruppo Giorgio Armani a opifici cinesi. Per questo motivo verrà affiancata nei prossimi mesi da un amministratore, il commercialista e revisore Piero Antonio Capitini. In questo modo, si legge nel decreto, il tribunale si auspica di «far cessare questa situazione, in un’ottica di interventi proporzionali […] È una moderna messa alla prova aziendale finalizzata ad affrancare l’impresa da relazioni (interne ed esterne) patologiche».
Secondo l’accusa, la Giorgio Armani avrebbe «colposamente alimentato» questo meccanismo perché non avrebbe mai verificato «la reale capacità imprenditoriale delle società appaltatrici, alle quali affidare la produzione». Siamo nell’area delle misure di prevenzione, il provvedimento non è ancora penale. Ma di certo per i pm di Milano il quadro è a tinte fosche. Secondo gli inquirenti (i pm Paolo Storari e Luisa Baima Bollone affiancati dei carabinieri) infatti, «nella Giorgio Armani operation spa vi è una cultura di impresa gravemente deficitaria sotto il profilo del controllo, anche minimo, della filiera produttiva della quale la società si avvale; cultura radicata all’interno della struttura della persona giuridica, che ha di fatto favorito la perpetuazione degli illeciti». Si legge nel decreto: «Nel corso delle indagini, infatti, si è disvelata una prassi illecita così radicata e collaudata, da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all’aumento del business. Le condotte investigate non paiono frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di una illecita politica di impresa». È dal 2015 che vanno avanti le indagini del nucleo ispettorato del lavoro del comando dei carabinieri di Milano. A gennaio era stata l’Alviero Martini a finire sempre commissariata dal tribunale milanese. Anche in questo caso l’azienda specializzata in borse e accessori con le carte geografiche era stata «ritenuta incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo». Sarebbe una pratica comune nel mondo della moda con i grandi marchi che affidano, mediante contratti di appalto, l’intera produzione a società terze. A sua volta l’azienda appaltatrice dispone soltanto nominalmente di adeguata capacità produttiva, potendo di fatto provvedere alla sola campionatura del materiale e non alla produzione dell’intera linea. Queste realtà possono competere sul mercato solo esternalizzando le commesse a opifici cinesi, riuscendo ad abbattere i costi grazie a manodopera irregolare. A sua volta chi coordina i laboratori recluta connazionali in difficoltà.
Z.Y., uno dei lavoratori cinesi delle aziende sotto indagine, ha raccontato agli inquirenti di aver negli anni assemblato «cinture di marchi come Zara, Diesel, Hugo Boss, Hugo Boss orange che è la prima linea della Hugo Boss, Trussardi, Versace, Emporio Armani, che è la prima linea dell’Armani, Alviero Martini, Tommy Hilfygher, Gucci, Gianfranco Ferré, Dolce&Gabbana, Marlboro e Marlboro classic; Replay, Levi’s e tanti altri che al momento mi sfuggono». I lavoratori sarebbero stati spesso cinesi irregolari, con generalità intercambiabili tra loro. Sarebbero stati costretti a mangiare in qualche angolo del capannone, con reperibilità e disponibilità per tutte le 24 ore della giornata. Nessuno sarebbe mai stato sottoposto a visita medica. Alcuni macchinari sarebbero stati senza le misure di prevenzione per aumentare la velocità di produzione. Un’altra lavoratrice, A.E., ha dichiarato che «seppur assunta formalmente per 4 ore giornaliere, in realtà lavora per 10 ore giornaliere dal lunedì al sabato».
Non solo. L’azienda non avrebbe fornito ai lavoratori nemmeno i dispositivi per evitare il contatto con agenti chimici pericolosi come colla e solventi. La paga sarebbe andata dai 3 ai 4 euro l’ora. Anche se c’è chi ha dichiarato di lavorare a cottimo per l’azienda Minoronzoni, con una paga da mezzo euro a 1 euro a pezzo per un lavoro che poteva durare anche quattro ore. Per esempio, quest’ultima azienda appaltatrice sotto inchiesta ha i contratti per le cinture di marchi d’alta moda. E rimette direttamente la fattura agli stessi marchi come se la merce fosse stata prodotta e assemblata da lei. Z. Y. ha raccontato che l’azienda «paga più o meno 60 centesimi costo di manifattura e confezionamento. Poi la Minoronzoni rimette poi il prodotto con apposita fattura ai loro committenti, Guess, Versace o Armani con ricarico di materiale prodotto, manodopera confezionamento e trasporto per circa 15 euro a cintura. E non può far risultare che l’assemblaggio e il confezionamento siano stati fatti da altre aziende». Durante un’ispezione i lavoratori sarebbero stati perfino costretti a nascondersi al buio durante un controllo qualità. Queste cinture arrivano a costare anche 500 euro.
«Apprendiamo della misura di prevenzione decisa dai Tribunali di Milano nei confronti della GA operations», si legge in una nota dell’azienda. «La società ha da sempre in atto misure di controllo e di prevenzione atte a minimizzare abusi nella catena di fornitura. La GA operations collaborerà con la massima trasparenza con gli organi competenti per chiarire la propria posizione rispetto alla vicenda».
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