- Maxi operazione della Guardia di finanza: a Savona la centrale di smistamento dei crediti fiscali, ma le attività dell’organizzazione si estendevano da Nord a Sud. I prestanome delle ditte fantasma incassavano il reddito di cittadinanza oppure erano pregiudicati.
- Matteo Renzi fa dietrofront sul decreto. Dopo il primo ok, Iv vota contro la norma che spalma in 10 anni le deduzioni sui lavori.
Lo speciale contiene due articoli.
I lavori non venivano eseguiti e la cessione dei crediti finiva in scatole vuote. Raccontata così sembra la narrazione delle innumerevoli altre truffe legate ai bonus edilizi ideati dai pentastellati e voluti dall’ex premier Giuseppe Conte. In realtà quella portata alla luce ieri a Savona dalla Guardia di finanza, e che da lì si dirama in tutta Italia, è da record, perché ha prodotto un sequestro preventivo da 1 miliardo di euro. Una cifra monstre alla quale si è arrivati ficcando il naso nei cassetti fiscali di 311 furbetti. È saltato fuori di tutto: le aziende erano di fatto inesistenti, i prestanome godevano del reddito di cittadinanza (altra misura voluta e difesa dal Movimento 5 stelle) o erano dei pregiudicati, alcuni di loro pur non essendo fiscalmente in connessione risultavano parenti oppure avevano già commesso reati insieme, anche di tipo organizzato.
Tutto è partito dai sospetti su una società di Savona, la Alecarl Srl, che si era concentrata sul Superbonus 110 per cento (le truffe principali accertate nell’inchiesta però sono legate al Bonus facciate e all’Ecobonus). Partendo da lì si è scoperto che l’impresa aveva ottenuto quasi 300.000 euro di crediti d’imposta e non aveva mai eseguito alcun lavoro su ben tre immobili. Il titolare era anche già finito in più di una Segnalazione di operazione sospetta per «rischio riciclaggio», nonché si portava dietro alcune indagini per truffa e appropriazione indebita (e, coincidenza, pure il precedente rappresentante legale aveva un curriculum simile). Quando gli investigatori del colonnello Aldo Noceti hanno vivisezionato le attività della Alecarl hanno scoperto che la sua attività non era concentrata esclusivamente nel Savonese. I crediti oggetto di cessione nelle comunicazioni trasmesse dal commercialista che faceva da tramite tra l’azienda e l’Agenzia delle entrate ammontavano, sostiene l’accusa, a oltre 29 milioni di euro, di cui quasi 18 «non sospesi o confermati». I lavori, però, non erano mai stati eseguiti. Quando il pm ha convocato in Procura il legale rappresentante della Alecarl si è reso conto che si trattava di «una mera testa di legno». Che, però, nel frattempo aveva costituito una società all’estero proprio per farvi confluire «le operazioni finanziarie profitto dei reati», sostengono gli inquirenti. Controllo dopo controllo i finanzieri della Prima sezione operativa del Gruppo di Savona, guidati dal tenente Ilaria Censi, hanno messo nel mirino altre cinque partite Iva (quelle della Biancatech, della Omega e della Omega 1992, della San, della Gm e della Trigger), scoprendo che i crediti generati sarebbero inesistenti. Le società non possedevano immobili (condizione fondamentale per generare crediti d’imposta). Non solo: presentavano tutte, hanno valutato gli inquirenti, «le caratteristiche tipiche di imprese fiscalmente pericolose»: assenza di dichiarazioni fiscali, volume d’affari prossimo allo zero, assenza di utenze attive e (in alcuni casi) di personale dipendente. Scatole vuote, insomma. Due di queste addirittura condividevano la stessa sede legale romana in un business center.
Il cerchio si è chiuso quando gli investigatori hanno accertato che anche le società acquirenti dei crediti presentavano caratteristiche analoghe. E qui emerge l’inconsistenza del sistema pensato dai pentastellati: superato il primo controllo (sostanzialmente a campione) riguardante le cessioni dei crediti, «i fondi», evidenzia il gip Laura De Dominicis, che ha disposto il sequestro, «passavano di società in società senza essere più oggetto di analisi, sino ad arrivare a soggetti, magari del tutto ignari dell’esistenza a monte del credito, che hanno effettuato la compensazione concretizzando così il danno alle finanze pubbliche». Il particolare che permette di affermare che l’inchiesta non è finita qui è questo: nel decreto di sequestro il gip sottolinea che «le società appaiono sovente collegate tra loro, in un disegno globale criminoso». I rappresentanti legali e le sedi spesso si incrociano. Il che lascia supporre che tutto sia stato studiato a tavolino. È facile immaginare che l’inchiesta, dopo i sequestri, si concentrerà su questo. Ma anche su un altro aspetto: alcune società coinvolte avrebbero venduto a ulteriori imprese più crediti di quanti ne avevano acquistati. Altre avrebbero generato o accettato crediti da soggetti con cui avevano un legame di parentela. Se li sarebbero scambiati, insomma, tra marito e moglie e tra madre e figlio. Ma c’è anche un caso in cui uno degli indagati avrebbe acquistato crediti in qualità di persona fisica da una società da lui stesso rappresentata. Li avrebbe quindi venduti a se stesso.
«E mentre una parte dei soggetti coinvolti aveva già effettuato l’indebita compensazione, ottenendo importanti vantaggi fiscali», spiegano gli investigatori, «un’altra parte aveva acquistato blocchi di crediti fittizi dal valore nominale di centinaia di milioni di euro, a fronte di un irrisorio corrispettivo effettivamente versato». Chi indaga, però, ha già messo nel mirino un commercialista che si poneva come tramite tra una delle società e l’Agenzia delle entrate. Si ipotizza l’esistenza di una regia. Ieri, contestualmente al sequestro, sono state eseguite 85 perquisizioni tra Liguria, Piemonte, Veneto, Lombardia, Trentino Alto Adige, Toscana, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Puglia. E il giro potrebbe allargarsi in modo impressionante.
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