- La normativa d’emergenza per il Covid ha allargato a dismisura le maglie dei controlli sui prodotti sanitari in arrivo in Italia. Basta un’autocertificazione per sbloccare la merce senza licenza. Anche i dispositivi alla Regione Lazio giunti sulla «fiducia».
- Roberto De Santis era il comproprietario della barca «Ikarus»: ha ricevuto 30.000 euro dall’imprenditore Vittorio Farina. A Pomezia distrutti 100.000 dispositivi facciali non a norma: è questa la sicurezza sbandierata dal ministro?
Lo speciale contiene due articoli.
L’ordinanza di custodia cautelare che ha portato agli arresti domiciliari di Andelko Aleksic, Vittorio Farina e Domenico Romeo, per i presunti reati connessi ad una fornitura di dispositivi destinati alla Protezione civile della Regione Lazio apre un nuovo fronte dell’emergenza Covid, quello delle dogane. Nell’ordinanza il gip Francesca Ciranna evidenzia come i dpi della European network tlc destinati alla Protezione civile laziale siano stati sdoganati «mostrando all’ufficio delle dogane, al momento dello sdoganamento, un certificato di “compliance” per attestare la conformità al marchio del prodotto rilasciato da una società (Ente macchine Srl non accreditata a ciò per questa specifica categoria di prodotto». Dunque, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli (Adm) avrebbe dato il via libera a una partita di dispositivi certificati attraverso una documentazione emessa da un organismo accreditato, ma non per le mascherine. Organismo che peraltro già il 20 marzo 2020 aveva pubblicato sul proprio sito internet un avviso relativo a falsi certificati Ce per mascherine, attribuiti a loro: «Attenzione! Ecm ha ricevuto la comunicazione che diversi produttori stanno vendendo maschere mediche facciali, mascherine, Dpi e in alcuni casi altri indumenti medici monouso – con falsi certificati. […] Prima di acquistare qualsiasi tipo di attrezzatura di sicurezza supportata da un certificato che sembra essere stato emesso da Ecm, si consiglia di verificare che tale certificato sia autentico». Nel caso della European network è emerso che le mascherine sarebbero state effettivamente testate dalla Ecm. Ma nei controlli successivi all’inizio dello sdoganamento svolti dall’Adm l’azienda certificatrice avrebbe dichiarato, secondo quanto riportato nell’ordinanza, che il «certificato sebbene autentico non era idoneo a certificare la conformità di quello specifico prodotto al marchio Ce in quanto rilasciato da un ente non accreditato». Per questo le dogane avrebbero «invitato la società Ent Srl ad attivare la procedura speciale ex art. 15 del d.l. 18/2020 ed inviare la documentazione attestante l’avvenuta validazione da parte dell’Inail; allo stesso tempo, anche la Protezione civile veniva avvisata delle criticità rilevate». Ma a quanto pare con le mascherine già in distribuzione, come ci dicono le parole del responsabile della Protezione civile del Lazio, Carmelo Tulumello, inserite nell’ordinanza: «Il controllo sulla merce per noi era quella effettuata dalle Dogane e quando arrivava al nostro magazzino veniva poi distribuita. Facevamo un controllo quantitativo sui colli, ma non qualitativo. Riguardo alle forniture Ent (mascherine Ffp2 come Dpi, camici e mascherine chirurgiche), abbiamo concluso tre contratti diversi. Per le Ffp2, per le quali chiedevamo il marchio Ce, la dogana ci comunicò che la validazione Inail con la quale si era potuto sdoganare velocemente il prodotto non era però riferibile all’intero quantitativo di mascherine importato dalla Ent. Abbiamo, dunque, sospeso la distribuzione dei dispositivi chiedendo la certificazione della validazione per tutte le tipologie di mascherine». Come è stato possibile tutto questo? Fonti investigative ci dicono che l’Adm ha tra i suoi compiti quello di verificare la sicurezza dei prodotti che entrano in Italia, destinati al mercato interno o a quello dell’Ue, ma l’emergenza Covid e la mole di materiale da gestire ha portato ad adottare procedure per snellire il lavoro che hanno agevolato gli imprenditori senza scrupoli. È il caso, ad esempio del manuale relativo allo sdoganamento di mascherine dedicato agli importatori (quindi anche per le mascherine vendute ai privati), pubblicato sul sito dell’agenzia, che consente una procedura molto elastica: «…se marchio Ce non è presente o non è valido occorre inviare apposita autocertificazione all’Istituto Superiore di Sanità (Iss) come da art. 15, comma 2 del D.L. 17 marzo 2020, n. 18 e attendere la pronuncia di quest’ultimo per immettere i prodotti in commercio. In questo caso il prodotto può essere solo “sdoganato condizionatamente”, con prescrizioni, obbligo di tracciabilità e con l’impegno a non metterlo in commercio prima del rilascio delle autorizzazioni». Tradotto dal burocratese, mascherine prive di marchio Ce o con marchio Ce privo di certificazione, non vengono trattenute ma, grazie ad un’autocertificazione, consegnate al destinatario che deve impegnarsi ad attendere prima di commercializzarle. Con tutti gli ovvi rischi del caso. Va evidenziato che la marcatura Ce non è un orpello estetico, ma origina dalla direttiva 2006/42/CE, che disciplina prodotti destinati ai consumatori finali, garantendo al loro la conformità dei dispositivi agli standard di qualità e sicurezza fissati dagli organi della Ue. Di conseguenza, il marchio Ce è rassicurante per chiunque utilizzi le mascherine, poiché trasmette il senso di un prodotto controllato e verificato, ma come sta emergendo in queste ore, mascherine con il logo Ce ma prive di documentazione attendibile finiscono lo stesso in commercio o agli operatori sanitari. Una nuova sfida per il governo Draghi.
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