Schiavi migranti per il business degli stracci
Ansa
  • Operazione anti caporalato a Cremona: una banda di extracomunitari e italiani sfruttava la manodopera dei richiedenti asilo per raccogliere abiti usati da rivendere a 30 volte tanto in Nord Africa. Intercettazioni choc: «Vuoi i soldi? Ti do due mazzate».
  • Il gigantesco centro d’accoglienza verrà presto smantellato. E la sinistra sbrocca.

Lo speciale contiene due articoli

C’era chi si occupava di coordinare l’attività di reperimento e raccolta di stracci e abiti vecchi sul territorio, chi aveva il compito di reclutare nei centri d’accoglienza la manodopera da sfruttare, chi si occupava degli aspetti logistici come il trasporto e l’affitto di capannoni per lo stoccaggio temporaneo e chi supervisionava le operazioni di carico del materiale su container diretti in Africa.

C’è una storiaccia di sfruttamento e caporalato dietro al business dei pannacciari, i grossisti di abiti usati che si sono arricchiti sulla pelle di richiedenti asilo. Erano riusciti a trasformare gli stracci vecchi recuperati dai cassonetti che venivano posizionati davanti alle abitazioni delle zone residenziali di Cremona e provincia in merce preziosa. L’affarone era questo: gli indumenti venivano acquistati per 0,30 centesimi al chilo e venivano rivenduti nei mercatini del Nord Africa a un prezzo superiore di 30 o 40 volte. E infatti l’operazione di polizia giudiziaria è stata ribattezzata «Stracci d’oro».

Il puzzo, fetido, del caporalato aleggiava già dal 16 aprile dello scorso anno, quando un furgone Ducato, con a bordo otto richiedenti asilo, era finito fuori strada a causa di una distrazione del conducente o, forse, per lo scoppio di una gomma troppo usurata. In due, un senegalese di 23 anni e un egiziano di 32, persero la vita. Gli occupanti, ricostruirono gli investigatori, viaggiavano stipati in piedi, poiché il Ducato non aveva posti a sedere e neppure cinture di sicurezza. Da una prima ricostruzione emerse che i migranti stavano rientrando da Trigolo, a una decina di chilometri da Soresina, in provincia di Cremona, dove ha sede la comunità che li ospitava. Lì avevano passato la giornata a caricare in un container capi d’abbigliamento dismessi.

Un’attività risultata estranea a quella della comunità e finita subito nel mirino degli investigatori della squadra mobile. È bastato qualche interrogatorio per far emergere che il giro losco era gestito quasi esclusivamente da extracomunitari: un tunisino, cinque marocchini e un italiano (un napoletano di 62 anni residente nella provincia di Varese) che facevano lavorare richiedenti asilo per una giornata e poi li liquidavano con pochi spiccioli.

Dopo aver ascoltato alcuni dei lavoratori sfruttati, gli investigatori hanno individuato i caporali e li hanno intercettati, pedinati e videoregistrati. E così è stato scoperto che gli indumenti raccolti dalla manovalanza africana, con alcuni camion, venivano portati in depositi presi in affitto per l’occasione. I vestiti venivano quindi stoccati dai lavoratori irregolari, che operavano in condizioni pessime: 25 o 30 persone per carico, che cominciavano la propria giornata lavorativa all’alba e terminavano la sera tardi. Senza alcun rispetto delle norme igieniche e di sicurezza.

Il lavoro, ha accertato la Procura, che ieri mattina ha dato esecuzione a cinque misure cautelari tra ordinanze di custodia cautelare in carcere, ai domiciliari e obblighi di dimora (tre persone, poi, risultano indagate a piede libero), era durissimo. E diventava ancora più duro per colpa dei metodi usati dai negrieri. In una delle tante telefonate intercettate, gli investigatori hanno annotato le parole usate con uno dei lavoratori sfruttati proprio dall’italiano che faceva comunella con i suoi compari extracomunitari: «Col cavolo che domani mi chiedi i soldi, ti do due mazzate e vai a casa, pachistano di merda, che non sai lavorare». Il leader del gruppo raccontava a telefono di come, dopo il tragico incidente, aveva dovuto modificare la strategia lavorativa, arrivando a punire gli scansafatiche, ai quali, stando agli atti dell’inchiesta, «corrispondeva, nella migliore delle ipotesi, tre euro per ogni ora di lavoro, ma a volte anche solo cinque euro di compenso per una intera giornata», che i migranti (sono 16 quelli identificati, ma gli investigatori stimano che potrebbero essere una trentina) passavano caricando stracci sui container delle navi. La rotta era sempre la stessa: da Genova il carico veniva ritirato in Tunisia.

Lì un trader ritirava la merce e la piazzava nel suo giro di rivenditori da bancarella trattenendo per sé una royalty. Gli abiti vecchi che arrivavano dall’Italia, emerge dall’inchiesta, erano molto richiesti nei Paesi del Maghreb. E al dettaglio, se il commerciante era abile nella vendita, un capo poteva anche trasformarsi in un ottimo affare. L’organizzazione riusciva a recuperare la materia prima oltre che a Cremona, anche nelle province di Como, Bergamo e Reggio Emilia.

E così, in poco tempo, il giro d’affari era cresciuto in modo esponenziale e aveva raggiunto, stando alla ricostruzione fornita ieri dagli investigatori al termine dell’operazione, picchi di 300.000 euro a spedizione. In questura hanno calcolato che a pieno carico ogni container colmo di stracci vecchi fruttava circa 150.000 euro. La banda ne riusciva a mandare in Tunisia anche un paio a settimana. E si era arricchita. Sulla pelle dei migranti.

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