Una norma ad hoc per mettere in regola le mascherine fake
  • Il capo dell’Iss Silvio Brusaferro scriveva: «Quei dispositivi non sono a norma». La risposta di Roberto Speranza: cambiamo i parametri.
  • E l’Italia non ricevette l’invito a un vertice Ue d’emergenza a causa di una mail bloccata.

Lo speciale contiene due articoli.

«La situazione in Lombardia è drammatica, i medici sono ancora messi nelle condizioni di lavorare con protezioni insufficienti, secondo le notizie che ci arrivano dagli Ordini», denunciava il 12 marzo 2020 Filippo Anelli, presidente della Fnomceo. «Anche in ospedale, mancano i dispositivi individuali di sicurezza, maschere Ffp3 e Ffp2, visiere, guanti, sovracamici monouso», elencava il responsabile della Federazione nazionale degli Ordini dei medici. L’11 marzo, l’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo, aveva mandato l’ennesimo sollecito all’allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. «Aiutaci, mandane più che puoi». La risposta doveva essere rassicurante: «Sì sì, stiamo lavorando e piano piano ne avremo sempre di più», è agli atti dell’inchiesta della procura di Bergamo.

Il 12 marzo, furono consegnate 97.000 mascherine chirurgiche e nella notte ne arrivarono altre 185.000, assieme a 25.000 Ffp2. Erano poche, quanto inutili, come risulta dalle chat che si scambiarono all’indomani il vice capo di gabinetto Tiziana Coccoluto e il suo responsabile, Goffredo Zaccardi. «Oggi hanno consegnato in Lombardia mascherine che ci hanno fatto saltare dalla sedia», scrive Coccoluto alle 22.45. Allega la foto di una di quelle vergognose pezzuole di tessuto trasparente, con tagli, e commenta: «Non è possibile che nessuno ci abbia avvertito». Il capo di gabinetto Zaccardi le risponde: «Dobbiamo parlare noi due da soli. A domani o lunedì».

Poche ore prima, l’ex assessore leghista lombardo Davide Caparini aveva pubblicato lo straccio «swiffer» su Fb. «La Protezione civile invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare a medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma… E intanto le persone si ammalano e muoiono», accusava, chiedendo le dimissioni di Borelli. L’allora assessore regionale alla sanità, Giulio Gallera, mostrerà ai giornalisti quelle strisce con i buchi per le orecchie. «A noi servono mascherine del tipo Fpp2 o Fpp3 o quelle chirurgiche e invece ci hanno mandato un fazzoletto, un foglio di carta igienica, di Scottex. Le abbiamo ricevuto per proteggere medici e infermieri. Vi pare possibile?». Era una vergogna, aver spedito un materiale simile per la sicurezza dei sanitari. Eppure, il 20 marzo, l’allora ministro per le autonomie e coordinatore del tavolo Covid con le Regioni, Francesco Boccia, pensò trasformò il dramma in pagliacciata e si presentò in conferenza stampa con la mascherina swiffer appesa a un orecchio. Accanto a lui c’era Borrelli, ridente dopo aver annunciato che «avevamo superato i 4.000 morti».

Ma torniamo al 13 marzo 2020, quando sono molti ad accorgersi della porcheria inviata, per proteggere nelle zone più colpite dalla prima ondata. Lo stesso ex ministro della Salute, Roberto Speranza, inoltra via chat una foto di quelle vergogne. Destinatario è il presidente dell’Istituto superiore della sanità, Silvio Brusaferro, che gli gira alcuni messaggi sui controlli dei dpi. «La valutazione di sicurezza biologica ha dato esito favorevole», si legge nel primo. «Stiamo aspettando l’esito delle prove di efficacia filtrante», riporta il secondo. Brusaferro alla fine risponde al suo ministro che «un problema potrebbe essere la vestibilità, vista la forma». Speranza replica: «Di queste ne possiamo avere 1 milione al giorno. Senza, saremmo in grandissima difficoltà. Mi dicevano che il test fatto in California aveva dato esito positivo. Con certificato». Conviene, il capo dell’Iss, ma avverte che bisogna ancora aspettare l’esito delle «prove di efficacia filtrante».

Questione fondamentale, nel caso di mascherine che devono proteggere da agenti patogeni che si trasmettono per via aerea. Poi Brusaferro parla d’altro, di Oms Europa «e del loro piano di mandare a Venezia gente», ma il ministro non vuole cambiare argomento. «Sono terrorizzato da questa cosa delle mascherine» scrive alle 21.46. Non deve averlo tranquillizzato il suo interlocutore, quando prova a spiegare: «Che io sappia hanno fatto autocertificazione in attesa di certificazione definitiva che è in corso in Usa. Lo faranno in pochissimo tempo». Insiste, preoccupato, l’uomo dei lockdown: «A me avevano detto Usa ok». Era così tormentato, dalla sicurezza delle mascherine, che il giorno dopo propone addirittura di fare una norma ad hoc, pur di salvare dispositivi provenienti dalla Cina. «Mascherine alternative», le definisce Speranza, «loro sono in grado di produrne in un numero altissimo». Alla faccia della salute degli italiani. Brusaferro è perentorio: «Sulla base dei dati consegnati non sembrano essere adatte alla componente sanitaria». Speranza non si rassegna e propone soluzioni da piazzista senza scrupoli. «Non è materiale per personale sanitario. E neanche dpi. Sarebbe per cittadini comuni quando escono a fare spesa o altro», ragiona con il capo dell’Iss. Poi chiede: «Non ha nessuna utilità o addirittura può essere dannoso? O comunque un po’ di filtro lo fa? Dovremmo avere qualche elemento in più. Volendo potrei anche fare una norma sulla materia». Era pronto a modificare le disposizioni in materia di dispositivi di protezione, capito? Perché i cittadini, travolti dall’irruenza del Covid per la mancanza di un piano pandemico aggiornato, meritavano di proteggersi con inutili mascherine.

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