Tre milioni di italiani restano senza cure
  • Nei primi 9 mesi del 2020 sono saltati 2 milioni di screening oncologici. E i ritardi continuano ad accumularsi. La mappa delle Regioni con gli arretrati più gravi.
  • Cresce la povertà sanitaria: rinviati esami, interventi e controlli Chi può si è rivolto alle strutture private, spesi in media 300 euro.
  • La direttrice dell’Osservatorio Paola Mantellini: «Macchinari e personale sono assorbiti dal Covid. Recuperare il tempo perso? Dipende dall’impegno di ogni Regione».

Lo speciale contiene tre articoli.



Prevenire è meglio che curare. Un vecchio adagio che in tempo di pandemia sembra essere stato dimenticato. Sono oltre 2 milioni, infatti, gli screening oncologici effettuati in meno tra gennaio e settembre 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Cifre da capogiro quelle fornite dal «Rapporto sui ritardi accumulati dai programmi di screening italiani a seguito del Covid-19», elaborato dall’Osservatorio nazionale screening (Ons) e pubblicato a gennaio di quest’anno. Prima il blocco imposto dal lockdown, poi la ripartenza a passo di lumaca. Spiega Paola Mantellini, oncologa dell’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) di Firenze e attuale direttore dell’Ons, che non solo «non vi è stato un recupero rispetto al ritardo accumulato precedentemente», ma anzi «il ritardo si è accentuato».

Per l’esattezza, sono 2.118.973 gli screening effettuati in meno nei primi nove mesi del 2020, anche se «il quadro complessivo appare molto eterogeneo» e «con grandi differenze tra le Regioni». Sono tre le categorie prese in esame dal rapporto. La situazione peggiore riguarda i controlli per il tumore del colon-retto: 1,9 milioni di soggetti invitati in meno (-42%), 967.000 test persi (-52,7%) e un ritardo accumulato pari a 4,7 mesi. Tradotto in termini di diagnosi mancate, si parla di 1.168 carcinomi e 6.667 adenomi avanzati in meno. Segue poi lo screening del tumore del collo dell’utero, con -1,1 milioni di soggetti contattati (-40,5%), oltre mezzo milione di test effettuati in meno e 2.383 lesioni Cin2+ perse. Regge meglio l’urto – si fa per dire – lo screening del tumore alla mammella, quasi 1 milione di persone invitate in meno (-34,5%), oltre 600.000 test effettuati in meno e 3,9 mesi di ritardo accumulati. Per questa categoria l’Ons stima che le diagnosi perse siano pari a -2.793 carcinomi. Complessivamente, dunque, si stima che l’impatto della pandemia sulle attività di screening sia quantificabile, nei primi 3 trimestri dell’anno passato, in 4 milioni di italiani invitati in meno, e circa 13.000 diagnosi in meno.

«Un altro elemento di grande importanza è la stima delle lesioni perse perché la storia naturale di questi tre tumori è molto diversa», ha precisato a margine della presentazione del rapporto il direttore generale di Ispro, Gianni Amunni. «Le conseguenze cliniche maggiori sono potenzialmente a carico dello screening mammografico e di quello colo rettale, dove potrebbe capitare che l’individuazione della lesione tumorale si verifichi a uno stadio più avanzato, perdendo quindi una parte del vantaggio legato alla diagnosi precoce». C’è poi l’effetto deterrente esercitato dalla pandemia. La rilevazione condotta dall’Ons ha riscontrato una minore propensione pari al -17% per lo screening cervicale, -20% per quello colorettale e -21% per il mammografico.

Sono state 20 tra Regioni e Province autonome a rispondere alla survey dell’Ons (manca solo la Basilicata), e i risultati dimostrano la presenza di situazioni completamente differenti. Anche in questo caso vanno fatti i dovuti distinguo in base alla tipologia di screening. Per ciò che concerne lo screening cervicale, la prestazione peggiore in termini percentuali l’ha fatta registrare la Liguria (-68,5% di donne esaminate rispetto al 2019), seguita dal Lazio (-56,6%) e dal Piemonte (-56,6%). In termini di ritardo accumulato, invece, primo posto alla Lombardia (-6,2 mesi), secondo alla Liguria (-6) e terzo al Piemonte (-5,1). Sono riuscite a contenere i danni, invece, Sardegna (-19,7%), Valle d’Aosta (-20,2%) e Bolzano (-20,4%), con ritardi accumulati «appena» sotto i due mesi. Viceversa, la Sardegna risulta la peggior regione rispetto alla percentuale di screening mammografico (-68,7%), seguita da Calabria (-65,1%) e Trentino (-59,7%). Virtuoso, invece, il Friuli Venezia Giulia, con una donna su 5 in meno invitata all’appuntamento. Eccezion fatta per questa regione, che ha accumulato un ritardo di 1,7 mesi, le performance in termini di tempo da recuperare sono tutte negative: si va dai 2,6 mesi della Toscana fino ai 6,2 della Sardegna. Malissimo lo screening colorettale in Calabria (-93,9% di donne esaminate) con un ritardo di ben 8,4 mesi, ma rimangono indietro anche Lombardia (-7,1 mesi), Liguria e Campania (-6,4).

«Sulla base di quanto osservato non sembra essere più nemmeno adeguato parlare di piani di rientro», ha osservato l’epidemiologo ed ex direttore dell’Ons Marco Zappa, «ma è necessario che il sistema screening vada fortemente ripensato nel suo complesso e con logiche di solida ristrutturazione, cioè di corretta, efficiente e stabile allocazione delle risorse». E di questo passo, avverte l’Ons, «il danno alle lesioni giustificate potrebbe diventare clinicamente importante». Trascurare il tassello fondamentale della prevenzione, in altre parole, rischia non solo di vanificare i progressi compiuti finora in termini di sensibilizzazione della popolazione, ma anche di costringerci a dover fronteggiare nel prossimo futuro un’ondata di casi gravi, con costi incalcolabili sul piano umano ed economico.

Ma c’è anche un altro aspetto a destare particolare preoccupazione. L’attività di screening, osserva l’Ons, funge da «ri-equilibratore sociale», e «stante la difficoltà a recuperare il ritardo accumulato, le fasce di popolazione più abbienti e con livelli di istruzione più elevati decidano di ricorrere a offerte di prevenzione individuale di tipo privatistico». Con una conseguenza piuttosto ovvia, e cioè che «le persone che potrebbero risentire maggiormente dell’impatto negativo del ritardo sarebbero quelle appartenenti alle fasce di popolazione più fragile».

Rispondendo a un’interrogazione presentata a fine ottobre dal deputato di Forza Italia Roberto Novelli, l’allora sottosegretario alla Salute Sandra Zampa ha certificato la situazione disastrosa. «L’epidemia da Covid-19 ha impattato fortemente anche sui programmi organizzati di screening», ha ammesso la Zampa, citando le risorse stanziate dal decreto Agosto (pari a 478 milioni di euro) al fine di «corrispondere alle richieste di prestazioni ambulatoriali, screening e di ricovero ospedaliero non erogate nel periodo emergenziale dovuto» alla pandemia. Senza dubbio il ruolo delle Regioni nella pianificazione della ripartenza degli screening è cruciale, ma ci vuole l’aiuto dello Stato per superare le criticità logistiche e organizzative. Contattato dalla Verità, l’Osservatorio nazionale screening spiega che i prossimi dati saranno disponibili per l’inizio della primavera. Chissà se per quella data si potrà intravedere i primi segnali positivi.


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