- Alcune cellule del famigerato Comando Vermelho sono operative in Portogallo. In tre anni il flusso di cocaina verso il Vecchio continente è cresciuto del 35%.
- I porti di Paesi come Sierra Leone, Senegal e Gambia sono sempre più cruciali per il passaggio della droga.
- L’esperto Antonio Nicaso: «L’uso sempre più sistematico di società di facciata e paradisi fiscali segna una discontinuità. Le autorità non hanno molto tempo per contenere questi sviluppi».
Lo speciale contiene tre articoli.
Il procuratore generale di Rio de Janeiro, Antonio José Campos Moreira, ha ufficializzato una notizia che gli apparati di sicurezza europei temevano da tempo: il Comando Vermelho (CV), la più longeva e temuta organizzazione criminale brasiliana, ha già iniziato a mettere radici nel continente europeo. In un’intervista concessa all’agenzia Lusa, il magistrato ha confermato che cellule legate al gruppo sono operative in Portogallo e coinvolte nel traffico di cocaina e nel riciclaggio di denaro. La presenza è definita ancora «embrionale», ma concreta e strutturata, ed è il primo riconoscimento istituzionale dell’espansione del CV oltre l’Atlantico.
L’organizzazione, nata nelle carceri di Rio alla fine degli anni Settanta dalla collaborazione tra prigionieri politici e criminali comuni, è diventata negli anni un impero criminale capace di controllare interi territori nelle favelas, gestire rotte internazionali, corrompere funzionari e mantenere una struttura paramilitare autonoma. Dopo essersi consolidata in Brasile e aver esteso i propri tentacoli in Paraguay, Bolivia, Venezuela e altri Paesi latinoamericani, ora punta al mercato europeo della droga, dominato da decenni dalla ’ndrangheta calabrese. Secondo gli investigatori, il Portogallo è stato scelto come primo hub europeo per tre motivi principali: condivisione della lingua, presenza di una vasta diaspora brasiliana e ruolo strategico dei porti atlantici. Gli scali di Lisbona, Setúbal e Leixões – già indicati dal Wall Street Journal come una delle principali porte d’ingresso della cocaina sudamericana nell’Ue – vengono usati come punti di sbarco per carichi nascosti in container commerciali.
Il Comando Vermelho nasce negli anni Settanta nel carcere di Ilha Grande, Rio de Janeiro, dall’alleanza tra detenuti comuni e militanti politici di sinistra. Da questa fusione prende forma una struttura criminale organizzata, basata su solidarietà interna e gerarchia. Negli anni Ottanta il CV conquista le favelas di Rio, imponendosi nel traffico di droga e diventando un attore chiave nella criminalità urbana brasiliana. Nel tempo ha affrontato scissioni e guerre con altre fazioni, come il Primeiro Comando da Capital (PCC). Dagli anni 2010, il CV ha esteso le sue attività a livello internazionale, soprattutto nel narcotraffico, e oggi resta uno dei gruppi criminali più potenti e violenti del Brasile, con ramificazioni transnazionali.
In Portogallo il Comando Vermelho avrebbe iniziato a servirsi di imprenditori apparentemente insospettabili, cittadini con doppia nazionalità e società di facciata per movimentare fondi e merci, replicando lo stesso modello già sperimentato in Sud America. La penetrazione non si limita al traffico di stupefacenti: secondo fonti investigative, in alcune zone di Lisbona, Porto e Algarve si stanno verificando episodi di violenza armata, minacce e regolamenti di conti interni alla comunità brasiliana, con dinamiche analoghe a quelle delle favelas. Giovani appena arrivati dal Brasile vengono reclutati come manodopera criminale, e si stanno riproducendo gli stessi linguaggi, le stesse gerarchie e persino i riti simbolici del CV.
Ciò che preoccupa maggiormente le autorità europee è il possibile asse con la ’ndrangheta, storicamente leader del narcotraffico nel continente. Gli analisti non escludono la formazione di un nuovo cartello internazionale in cui mafia calabrese, CV e reti africane collaborano, dividono i profitti e condividono servizi logistici, finanziari e militari. Una parte cruciale della strategia espansionistica del Comando Vermelho passa infatti dall’Africa occidentale. Paesi come Guinea-Bissau, Senegal e Costa d’Avorio sono diventati piattaforme logistiche dove la cocaina viene frazionata, ripulita, stoccata e reinstradata verso l’Europa attraverso imbarcazioni di piccolo cabotaggio, container spezzettati, flotte di pescherecci o voli commerciali. In queste aree la presenza dello Stato è debole, i porti sono permeabili alla corruzione e i gruppi armati locali fungono da intermediari ricevendo una parte dei carichi come compensazione. Secondo dati Unodc, il flusso di cocaina dall’Atlantico verso l’Europa è aumentato del 35% in tre anni e il Brasile è oggi il principale Paese di partenza, con oltre 200 tonnellate sequestrate nel solo 2024.
Il CV non agisce con una struttura piramidale ma attraverso cellule semi-indipendenti che rispondono alla leadership di Rio solo per le decisioni strategiche, rendendo difficile colpire il comando centrale e impedendo lo smantellamento completo della rete. L’aspetto più allarmante, sottolinea il procuratore Moreira, è la capacità dell’organizzazione di infiltrarsi nel sistema economico legale. I proventi del narcotraffico vengono reinvestiti in immobili, ristorazione, turismo, attività commerciali e circuiti di import-export. In Portogallo sono stati già identificati investimenti immobiliari sospetti privi di tracciabilità economica plausibile, soprattutto nelle aree di Lisbona e Algarve, dove affluiscono capitali provenienti da società offshore gestite da emissari brasiliani. Il magistrato avverte che l’Europa ha ancora margini per intervenire, ma che il tempo a disposizione è limitato: se non verrà attivata subito una cooperazione giudiziaria e investigativa con Brasile ed Europol, il CV potrebbe consolidarsi e replicare nel Vecchio Continente lo stesso modello che ha imposto in Brasile.
La minaccia non riguarda solo il Comando Vermelho. Nel giugno scorso, la Procura di San Paolo ha rivelato che il Portogallo è anche il Paese europeo con il maggior numero di affiliati al PCC – Primeiro Comando da Capital –, considerato il gruppo criminale più potente del Brasile e storico rivale del CV. Un’inchiesta del Jornal de Notícias ha documentato che 87 membri del PCC risiedono stabilmente in Portogallo, 29 dei quali infiltrati nelle carceri locali, luogo privilegiato di reclutamento e radicalizzazione. Tra gli esponenti più noti figura André de Oliveira Macedo, alias André do Rap, uno dei boss più influenti del PCC, rimasto nascosto in territorio portoghese per oltre un anno prima di fuggire di nuovo.
Con CV e PCC già presenti in Europa e con le mafie italiane ancora dominanti nella distribuzione della cocaina, lo scenario più temuto è la nascita di un blocco criminale transatlantico basato su logistica condivisa, utilizzo di criptovalute, corruzione sistemica, riciclaggio avanzato e mercati paralleli. Non si tratterebbe più di cartelli nazionali che competono, ma di una rete globale in grado di garantire approvvigionamento, protezione armata, copertura finanziaria e infiltrazione economica. Se il Comando Vermelho riuscirà a consolidare la sua presenza in Europa, non si limiterà a esportare droga ma trasferirà metodo, governance criminale e capacità organizzativa. Dalle celle del carcere di Ilha Grande ai porti dell’Atlantico, passando per le coste dell’Africa occidentale e le banche europee, il gruppo sta completando il percorso che lo trasforma da gang brasiliana a player internazionale del crimine organizzato. E, come avverte il procuratore di Rio, la vera battaglia per fermarlo deve ancora cominciare.
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