- La risposta degli avvocati del manager di Stato ai nostri quesiti su un extra di 73 milioni.
- Un video della Finanza dimostra che il giornalista Mario Benotti era tutt’altro che sconosciuto al commissariato anti Covid.
Lo speciale contiene due articoli.
Nei giorni scorsi il commissario all’emergenza Domenico Arcuri si era rifiutato di rispondere ad alcune nostre legittime domande. Rocco Casalino, portavoce del premier Giuseppe Conte, aveva fatto spallucce: «Non vuole rispondere». Ma noi, che difficilmente ci arrendiamo, il 14 gennaio abbiamo provato a chiedere ulteriori chiarimenti alla struttura del commissario per l’emergenza Covid su alcune apparenti incongruenze tra i numeri delle forniture di mascherine pubblicati su Internet e quelli citati nei contratti depositati nell’inchiesta romana sull’approvvigionamento di 801 milioni di dispositivi di protezione.
Purtroppo anche questa volta Arcuri, allergico alle inchieste giornalistiche vere (e non a quelle contenute nei trafiletti dei giornali amici), ha preferito non rispondere. Anzi ha lasciato che lo facessero per la seconda volta i suoi avvocati. Ovviamente l’Ordine dei giornalisti, così battagliero nel difendere il politicamente corretto, non fiata quando viene lesa la libertà d’informazione di una testata non allineata.
Ma quali sono le domande indigeste al commissario? La prima è la seguente: «La lettera di commessa datata 15 aprile della struttura commissariale indirizzata alla Luokai trade ha come oggetto la fornitura di 100.000.000 di mascherine FFP3. Tuttavia, dal sito della struttura commissariale la fornitura risulta essere di 121.617.647 di mascherine FFP3, con una differenza di 21.617.647. In che data e con quali modalità è stata integrata la richiesta di aumento della fornitura?». Sapete quanto fa 21 milioni e rotti per 3,4 euro (il costo di una mascherina Ffp3)? Esattamente 73,5 milioni di euro, una cifra molto vicina a quella delle provvigioni pagate ai mediatori, cifra che oscilla negli atti giudiziari tra i 63,5 milioni e i 72. La fornitura è stata integrata oppure quei 21 milioni di mascherine erano solo sulla carta e sono servite a pagare i lauti compensi degli intermediari?
Al posto degli uffici stampa di Presidenza del Consiglio e di Invitalia ci hanno risposto, come già successo in passato, gli avvocati Grazia Volo e Anna Sistopaoli, difensori di Arcuri, sostenendo che le «domande concernono l’oggetto dei procedimenti giudiziari per i quali sono state promosse le relative mediazioni, fissate per il 19 gennaio p.v.». Insomma visto che Arcuri ci ha denunciato non deve rendere conto del suo operato.
Nella premessa ai nostri quesiti avevamo anche citato la legge sulla trasparenza. Ecco la replica dei legali: «Quanto alla legge sulla trasparenza (241/1990) è di comune cognizione che può essere invocata solo per fini amministrativi e non giornalistici. In caso contrario, si determinerebbe un indebito e generalizzato controllo da parte della stampa sull’attività della Pubblica amministrazione». Riscriviamo la frase per essere certi che anche il più distratto dei paladini della libertà di stampa in servizio permanente effettivo non possa dire di non averla letta: «Un indebito e generalizzato controllo da parte della stampa sull’attività della Pubblica amministrazione». Ci chiediamo che idea abbia Arcuri della funzione dell’informazione e quale ritenga sia il compito della libera stampa se non quello di vigilare sugli atti dell’amministrazione pubblica e sull’uso dei soldi dei contribuenti.
Poi i legali aggiungono: «In ogni caso, sul sito del Commissario straordinario sono pubblicati tutti gli atti suscettibili di divulgazione. Inoltre, è di dominio pubblico che sulla vicenda mascherine sono in corso indagini – che non riguardano Arcuri, come da Lei ripetutamente affermato – e quindi ragioni di opportunità sconsigliano la diffusione di documenti». In conclusione Arcuri ci fa recapitare l’ultimo avvertimento: «In ultimo, le anticipiamo che anche gli articoli a sua firma (di chi scrive, ndr) pubblicati su La Verità di oggi (14 gennaio, ndr) saranno oggetto di richieste di mediazione».
Ovviamente non ci lasciamo intimidire. E pubblichiamo anche il secondo quesito rimasto senza risposta: «Nella lettera di commessa, a pagina 2, è specificato: “Resta inteso che l’affidamento della fornitura in parola è risolutivamente condizionata all’esito della verifica del possesso dei requisiti necessari per contrattare con le Pubbliche Amministrazioni”. Quali verifiche sono state svolte sulla rispondenza dei requisiti della Luokai trade e con quali esiti?».
Speriamo che dopo le nostre domande, trasformate in interrogazioni parlamentari dal deputato di Fratelli d’Italia Andrea Delmastro, giungano le necessarie spiegazioni.
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