- Finora in tutti i processi per le gestioni della banca, dal maggio 2020 a oggi si sono susseguiti solo verdetti favorevoli ai manager. Che erano stati citati sia dai fondi sia dai piccoli azionisti ritenutisi danneggiati.
- Rocca Salimbeni dalla crisi innescata dall’acquisto. Antonveneta al risanamento in attesa del cavaliere bianco.
- L’accusa pare debole: l’ok ai bilanci «incriminati» arrivò da Mef, Bankitalia e Bce. Ma si avvicina il 2 luglio, quando il Tesoro potrà cedere le quote: c’è il rischio stop.
Lo speciale contiene tre articoli.
L’ultima indagine sui crediti deteriorati di Mps è solo l’ennesimo capitolo di una via crucis giudiziaria che va avanti da anni, sia sul piano civile sia su quello penale. La Verità ha calcolato 16 sentenze in quattro anni, di cui 14 civili e 2 penali, che hanno di fatto sempre escluso responsabilità del vecchio management di Rocca Salimbeni, tra il 2006 e il 2017, per le perdite su Alexandria, il derivato oggetto della ristrutturazione realizzata con Nomura e Santorini, con Deutsche bank. Nello specifico le 14 sentenze civili trattano, e respingono, anche tutte le pretese sui mancati accantonamenti per crediti deteriorati.
A guardare i verdetti dei tribunali, viene quasi da pensare che a giovarsi di queste cause è stata soprattutto Mps. È quasi un paradosso. Ma accusata da fondi, semplici azionisti o investitori di averli ingannati nelle comunicazioni e nei bilanci, in realtà la banca senese ha incassato negli ultimi anni milioni di euro in spese processuali proprio da chi aveva perso tutto sottoscrivendo le sue azioni. I procedimenti sono iniziati nel 2018, quando ci fu la prima richiesta di archiviazione da parte dei pm di Milano Giordano Baggio e Stefano Civardi, per l’inchiesta sui derivati dove erano indagati Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ex vertici dell’istituto di credito senese. In quell’occasione fu proprio Giuseppe Bivona del fondo Bluebell – ma anche consulente dei fondi Alken e York che in questi anni hanno chiesto (invano) il risarcimento dei danni a Mps – a opporsi all’archiviazione. Anche questa inchiesta riaperta, però, ha portato all’assoluzione sia di Profumo sia di Viola in appello cinque anni dopo la richiesta di archiviazione della stessa pubblica accusa milanese. In sostanza il rischio di rivedere un film già visto anche nell’ultimo procedimento riaperto a fine maggio (con la nuova inchiesta per truffa aggravata ai danni dello Stato), è molto alto.
Ancora prima di Viola e Profumo, infatti, sono già stati assolti in Cassazione in un altro procedimento anche l’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari e l’ex direttore generale Antonio Vigni. Non è un caso che l’avvocato Giuseppe Iannacone, che insieme con l’avvocato Anna Giulia Zambelli assiste alcuni degli ex vertici di Mps, abbia dichiarato di non condividere l’ennesima indagine. «Porterà a celebrare una ulteriore fase processuale del tutto inutile, in quanto la Procura di Milano ha già accertato la perfetta buona fede dei miei assistiti, che hanno rispettato tutti gli obblighi di corretta redazione dei bilanci, nell’interesse di Mps, dei suoi azionisti e anche dello Stato italiano Eppure, in questi anni si sono succedute diverse di cause civili, portate avanti da semplici azionisti, ma anche dai fondi Alken e York, che hanno perso sistematicamente ogni volta. Bivona, che ha firmato con Alken e con York dei contratti con success fee (commissioni in caso di vittoria nelle cause), ha continuato in questi anni a dare battaglia ma i giudici fino a oggi non hanno premiato le sue tesi. Il 3 dicembre 2020, per esempio, il presidente Elena Riva Crugnola del tribunale di Milano decise di bocciare le richieste di Alken fund e Alken Luxembourg che, in quanto collegate a società di gestione di fondi che avevano investito in azioni Mps, chiedevano il risarcimento del danno per le perdite patite, pari a più di 400 milioni di euro. La sentenza invece condannò Alken a risarcire 250.000 euro a Mps e 300.000 euro a Profumo e Viola oltre a 68.000 euro allo stesso Giuseppe Mussari. Il 16 maggio scorso è toccato al fondo York global finance – che aveva chiesto un risarcimento superiore ai 100 milioni di euro per tutte le sue partecipate -vedersi respingere le proprie ragioni e dover versare a Profumo e Viola quasi 1,5 milioni di euro, suddivisi in tranche da 240.000 euro l’uno (più il 15% di spese generali e oneri), compresi altri 240.000 destinati a Mps e persino a Nomura. In pratica il fondo York è stato condannato a pagare per lite temeraria. Non finisce qui.
Mentre i processi penali venivano riaperti a Milano, tra la Toscana e la Lombardia sono andate avanti altre piccole cause civili, tutte finite in un nulla di fatto. Come quella di Firenze del 7 maggio del 2020, quando il giudice Patrizia Pompei respinse la domanda di Luca Q., che aveva deciso di portare in causa Mps per le perdite dovute all’acquisto di titoli nel marzo del 2016. Anche in quell’occasione Mps fu risarcita di 17.500 euro per le spese legali. Q. ci riprovò anche nel 2023, uscendone un’altra volta sconfitto e perdendo altri 9.000 euro. Anche il tribunale di Brescia nel 2023 ha respinto la richiesta di risarcimento del danno di Michele S., che aveva investito più di 500.000 euro in azioni Mps tra il 2011 e il 2016. Ma anche in questo caso, il giudice Raffaele Del Porto aveva ritenuto che la perdita non potesse «essere ricondotta alle carenze informative» lamentate proprio da S.. A Milano c’è un’altra sentenza del 18 del 2023, in una causa questa volta portata avanti da un gruppo di azionisti contro Mps, che ha rigettato l’ennesima richiesta di risarcimento del danno per false informazioni finanziarie nei confronti della banca. Le perdite degli investitori erano state ingenti, fino a 340.000 il più sfortunato mentre 34.000 per chi aveva perso di meno. Ma anche in questo caso Rocca Salimbeni l’ha spuntata, raccogliendo 49.000 euro di spese legali. I casi si sono moltiplicati negli anni. Il 20 maggio scorso il tribunale di Firenze (presidente Niccolò Galvani) ha respinto le richieste di Ubs fiduciaria contro Mps. Veniva chiesto il risarcimento del danno, più di 1 milione di euro, sempre per l’incompletezza dei bilanci del Monte dei Paschi tra il 2012 e il 2016. Il giudice ha rigettato la domanda, sostenendo che «la valutazione dei crediti deteriorati […] era ben presente ed evidenziata» nei prospetti 2014 e 2015. Anche qui Mps ha incassato 35.000 euro di spese processuali. Nel gennaio del 2023 è stato ancora il tribunale di Milano a respingere le richieste di Alessandra S. che chiedeva indietro 14.000 euro per la sottoscrizione di azioni Mps. La causa è costata alla ricorrente 7.000, finite sempre nell’istituto di credito senese. E anche in questo caso le tesi sono state smontate.
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