- L’inchiesta della commissione del congresso Usa: in 10 anni le tariffe gonfiate hanno impedito le cure a milioni di malati.
- Omicron, l’annuncio di Pfizer sul siero pronto in primavera potrebbe frenare i booster. Che fine faranno le vecchie fiale?
Lo speciale contiene due articoli.
Un’altra tegola si abbatte su Pfizer. Non bastavano le inchieste sui guadagni derivanti dal vaccino anti Covid, pubblicate nelle ultime settimane dal Financial Times prima e dall’emittente televisiva britannica Channel 4. Vendite da capogiro, con cifre stimate intorno ai 36 miliardi di dollari (poco meno di 32 miliardi di euro) nel solo 2021 e una quota di mercato pari al 74% negli Usa e dell’80% nella Ue. Numeri destinati senza dubbio a lievitare, complice la necessità in futuro di dover effettuare richiami con cadenza annuale o perfino semestrale.
Stavolta però le grane per l’ad di Pfizer Albert Bourla e soci non arrivano dal vaccino. Lo scorso 10 dicembre, la Commissione di sorveglianza del Congresso americano ha pubblicato un lungo e approfondito rapporto sugli incrementi dei prezzi dei farmaci nel decennio appena trascorso. Tre anni di indagini e un milione e mezzo di pagine di documenti interni per ricostruire le (discutibilissime) strategie commerciali attuate da dieci importanti case farmaceutiche. Le durissime conclusioni della Commissione, guidata dalla progressista e ultrademocratica Carolyn Maloney (paladina dei diritti delle donne e degli omosessuali), lasciano davvero poco spazio alla fantasia. E i giganti di Big pharma, ritratti nel report come lupi travestiti da pecore, ne escono con le ossa rotte.
«Per anni, le case farmaceutiche hanno aumentato in maniera aggressiva i prezzi sui farmaci già in commercio e fissato prezzi altissimi per i nuovi farmaci», si legge nell’introduzione alla relazione, «nel periodo 2016-2020, le case farmaceutiche hanno incrementato i prezzi del 36%, quattro volte l’inflazione». Rincari che hanno danneggiato in primis il sistema sanitario americano, con mancati risparmi del programma di assistenza Medicare quantificati dai membri del Congresso in 25,1 miliardi di dollari (22,2 miliardi di euro) nel quinquennio 2014-2018. Ma, cosa forse ancora più grave, queste politiche hanno danneggiato i contribuenti e i pazienti americani, «impedendo a milioni di persone di curarsi a prezzi accessibili». Ragion per cui la Commissione definisce senza mezzi termini gli incrementi di prezzo «insostenibili, ingiusti e ingiustificabili».
Venendo a Pfizer, gli investigatori del Congresso si sono concentrati sulle dinamiche di prezzo del Lyrica, nome commerciale del pregabalin, utilizzato per trattare l’epilessia, il dolore neuropatico e il disturbo d’ansia generalizzato negli adulti. L’ente regolatore americano ha approvato l’introduzione nel mercato a fine 2004, mentre tre anni dopo il farmaco è stato autorizzato anche per la cura della fibromialgia, una sindrome che presenta un quadro clinico caratterizzato da dolori muscolari, affaticamento, rigidità e sensazione di malessere generale.
Nei confronti di Pfizer, la Commissione formula due distinte accuse. La prima è di aver preso di mira il mercato americano come terreno fertile per il rialzo del prezzo dei medicinali, e la seconda di avere sfruttato a proprio vantaggio la protezione fornita dai brevetti, l’esclusiva di mercato e altre tecniche per ostacolare la concorrenza e tenere alto il costo. Dal lancio nel 2005, il prezzo di una scatola di 90 compresse di Lyrica è passato dai 148,50 dollari ai 772,29 dollari odierno, facendo segnare un aumenta del 420%. Simulando la spesa annuale per un paziente che necessita di due dosi da 75 mg al giorno, l’esborso passa dai 1.200 dollari del 2005 ai 6.300 dollari odierni. Una delle politiche più singolari messa in luce dalla Commissione è stata quella del cosiddetto «detailing», ovvero una strategia di marketing focalizzata sul singolo medico nella speranza che questo prescrivesse con maggiore frequenza il farmaco, e definita nel piano operativo del 2019 la «leva più forte nei confronti degli operatori sanitari».
Politiche che, com’è facile intuire, hanno trainato i ricavi dell’azienda. Dal 2009 al 2018, il Lyrica ha generato un utile netto a livello globale di 43 miliardi di dollari, più della metà dei quali (23,2 miliardi) solo negli Stati Uniti, dove nello stesso periodo il prezzo è raddoppiato di anno in anno. Nel 2018, prima dell’ingresso nel mercato dei relativi generici e la conseguente perdita dell’esclusiva, il farmaco rappresentava il 9% delle vendite complessive di Pfizer. Secondo i membri del Congresso, la casa farmaceutica ha deliberatamente incrementato il prezzo del Lyrica per conseguire i target finanziari. Obiettivi che hanno avuto un impatto diretto sugli stipendi dei top manager se si considera che nel 2018 più dell’80% della retribuzione dei capoccioni di Pfizer era legata agli incentivi di vendita. Nel quinquennio 2016-2020, gli stipendi dell’alta dirigenza della casa farmaceutica hanno toccato quota 287 milioni di dollari, mentre nello stesso periodo la spesa per lo stipendio dell’amministratore delegato è stata pari a 100 milioni di dollari.
Se dalle nostre parti la notizia del rapporto non è di fatto nemmeno approdata, oltreoceano l’eco delle polemiche risulta quasi già esaurito. Il piano annunciato dal presidente Joe Biden lo scorso agosto, che prevedeva la negoziazione obbligatoria del miglior prezzo (oggi proibita per legge) nell’ambito del programma Medicare, ha incontrato una forte resistenza interna ai democratici, e lo stesso Albert Bourla in un videomessaggio ai dipendenti si è detto «profondamente infastidito», dichiarando che le istituzioni americane stanno affrontando il problema dalla prospettiva sbagliata. Una cosa è certa: forte del successo del vaccino anti Covid, Pfizer regge il coltello dalla parte del manico. E tra Biden e Bourla, alla fin della fiera, oggi conta di più il secondo.
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