C’è anche la «Costituzione» di Cosa nostra
  • Nell’inchiesta che ha portato all’arresto di sette persone con l’accusa di associazione mafiosa, gli inquirenti di Palermo hanno fatto una scoperta «deflagrante». L’esistenza di uno statuto scritto, custodito e tramandato, al quale boss e picciotti devono attenersi.
  • L’appello all’ex superlatitante Messina Denaro della clinica dove era in cura: «Stai morendo, parla ora».

Lo speciale contiene due articoli.

Durante un vero e proprio summit, di quelli da vecchie pellicole sulla mafia siciliana, con saluti del tipo «sangue mio» e la presenza di uomini d’onore, sgarristi e picciotti, si è appreso dell’esistenza dello statuto di Cosa nostra. Una scoperta, emersa da un’inchiesta che ieri ha portato all’arresto di sette persone (cinque in carcere e due ai domiciliari) con l’accusa di associazione di stampo mafioso, che per gli inquirenti palermitani ha «una portata deflagrante».

Ma che dimostra anche come, grazie alle regole scritte dai «padri fondatori» dell’onorata società, pur con le teste dei mammasantissima tagliate dalle operazioni antimafia, la piovra siciliana riesce a risorgere. Il covo scelto per l’incontro, che doveva restare segretissimo, è a Butera, 4.000 abitanti a due passi da Caltanissetta, in una casa di campagna. Il boss presente all’incontro è Pietro Badagliacca, che ormai da 20 anni viene indicato negli atti giudiziari delle Procure siciliane come reggente a Rocca Mezzo Monreale di Palermo. Un nome che i carabinieri del comando provinciale di Palermo con un po’ di esperienza ricollegano subito a Bernardo Provenzano. Durante l’incontro, zio Pietro Badagliacca si rivolge a suo nipote Gioacchino Badagliacca, che reclamava «il rispetto della parità di valore tra gli associati, introducendo», evidenziano gli investigatori, «il tema della democrazia interna a Cosa nostra», le cimici piazzate dagli investigatori captano queste parole: «Tanto per cominciare abbassa la voce», intima lo zio al nipote che si è presentato a lui vestito da sindacalista dei picciotti affermando «siamo la stessa cosa».

E lo zio comincia una filippica: «La devo alzare solo io la voce… c’è lo statuto scritto… che hanno scritto i padri costituenti». Il boss rivendica il ruolo di capofamiglia. E il rispetto della gerarchia. Come dalle indicazioni che si perdono nella notte dei tempi. Ma che, secondo gli inquirenti, sono «tutt’oggi ancora imprescindibili ed essenziali per la sopravvivenza della struttura criminale».

Al nipote recriminante, il boss ha subito imputato degli atteggiamenti da pivello, ricordandogli che, in pubblico, gli aveva dimostrato la sua stima come solo un uomo d’onore sa fare: «È vero che in piazza ti ho baciato pure la mano?», dice il boss davanti a tutti gli affiliati, «compresi quelli riservati», sottolineano gli investigatori. I fratelli Pasquale e Michele Saitta, presenti, compreso il valore simbolico del gesto, alla luce della ritualità e della rigida gerarchia dei ruoli, a quel punto rimproverano Gioacchino «per non aver accettato alcun tipo di proposta che potesse porre fine alla diatriba».

La discussione va avanti per un po’. E saltano fuori nomi e cariche: «Capo, sotto capo, capodecina». Compresi il ruolo di un farmacista (al momento non identificato). Ma alla fine i due fanno pace: «Abbracciami sono qua […], sangue mio, sangue mio». Vecchi rancori superati. Ma c’è ancora una questione che sembra dividere i due parenti. «Io mi devo levare qualche scaglia, ma è una cosa mia personale», dice Gioacchino: «Io gli devo scippare la testa… ma sarà l’ultima cosa che faccio». C’è un architetto da togliere di mezzo. Davanti al Tribunale della mafia è accusato della mancata sanatoria di un immobile per il quale era stato notificato un ordine di demolizione a Gioacchino mentre suo padre era detenuto. Ma lo zio Pietro si dimostra prudente: «Qua non si possono fare questi discorsi… stai sbagliando Gioacchino, ci sono delle azioni che si fanno e che possono portare a delle conseguenze».

Gioacchino, però, sembra determinato: «Io lo devo ammazzare vero, non per scherzo». Lo zio alla fine lo rassicura: «Ti prometto una cosa davanti a mio figlio, anche se c’è il pro e il contro l’ammazzo io all’architetto. Prima di morire, te lo ammazzo». Parola d’onore.

In altre occasioni, invece, Gioacchino si era dimostrato più moderato e, facendo i conti con la storia della cosca, aveva criticato la strategia stragista di Totò Riina: «Niente cose infami, ma perché pure tutte queste bombe, tutti questi giudici. Ma che cosa sono?», afferma dopo aver condannato pure la scelta di uccidere i familiari di Tommaso Buscetta «prima ancora di farsi pentito». La cosca non digeriva la figura di Giovanni Brusca: Una «scoppettata (un colpo di lupara, ndr) nelle corna gli dovrebbero dare!». La nuova Cosa nostra la pensa così. Alla fine, Gioacchino Badagliacca svela quello che è, per lui, Cosa nostra: «Un uomo d’onore è una persona integra dentro. Un uomo ha due cose nella vita, Miche’: l’onore e la dignità. L’onore lo può perdere. Ma la dignità non la può levare nessuno. Sono pronto a morire per la mia dignità».



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