- Pietro Mutti, fondatore dei Pac, organizzò la fuga di Battisti dal penitenziario di Frosinone nel 1981: «Si farà qualche anno e poi troverà una scusa, magari per motivi di salute. Di certo non morirà in gabbia».
- Il terrorista, condannato per quattro omicidi, è stato catturato in Bolivia. Tra chi lo copriva c’è anche una rete di italiani.
- Molti nomi noti hanno sottoscritto appelli in sua difesa. Roberto Saviano ed Erri De Luca si sono dissociati.
Lo speciale contiene tre articoli
È l’uomo che il 4 ottobre 1981 ha fatto evadere Cesare Battisti dal carcere di Frosinone, consentendogli una fuga lunga 38 anni. Adesso la prima frase che pronuncia Pietro Mutti è di sollievo: «È finita anche per quel signore». Ma la sua voce non sprizza gioia. Per gli amici di Battisti è il «fantasma» che con le sue dichiarazioni ha incastrato il loro idolo. In realtà Mutti, uno dei fondatori dei Proletari armati per il comunismo, è il pentito che custodisce i segreti dell’ex compagno. Mutti, 64 anni, occhialuto, baffi e capelli brizzolati, fisico asciutto, sa che qualcuno in Italia potrebbe tremare per il ritorno di Battisti, in particolare i complici mai identificati che protessero il fuggitivo prima a Roma e poi a Bologna. «Quelli in Emilia erano rapporti più personali che politici», rivela Mutti. Secondo il quale quei nomi non sono mai usciti perché erano una rete di amicizie costruita da alcuni suoi ex compagni dei Pac, a partire da Sebastiano Masala, ma anche da Claudio Lavazza e Luigi Bergamin. Il primo è irrintracciabile, il secondo, convertitosi all’anarchia, è in carcere in Spagna dopo aver ammazzato nel 1996 due poliziotti e il terzo fa il traduttore (latitante) in Francia. I fiancheggiatori misteriosi di Battisti erano donne? «Probabile. So che Masala aveva una relazione amorosa a Bologna, una donna che io però non ho mai conosciuto personalmente. Quando Masala aveva queste storie io stavo già entrando in Prima linea e lui stava meditando di lasciare la lotta armata. Io, però, non sono mai riuscito a spiegare ai magistrati come quei contatti fossero passati da Masala, che nel frattempo era stato arrestato, a Bergamin e Lavazza. Io all’epoca li vedevo raramente. Nel 1981 ci siamo incontrati per organizzare l’evasione di Battisti da Frosinone, però, ognuno faceva la propria vita».
All’epoca Mutti si era trasferito a Roma in un seminterrato in zona San Giovanni dove viveva in clandestinità con la ragazza dell’epoca, la terrorista Maria Pia Sacchi. Ma chi ebbe l’idea di far evadere Battisti? «Me lo proposero Lavazza e Bergamin. Con loro mi incontravo sempre in luoghi pubblici in giro per la Capitale. Erano in contatto con la sorella di Battisti e mi risulta che lei gli avesse spiegato la situazione della prigione di Frosinone, che aveva ben poche misure di sicurezza. Così Lavazza e Bergamin cercarono di coinvolgermi».
Mutti era in grado di fornire un appoggio militare perché era uno dei capi di Prima linea. «Personalmente ero interessato all’operazione, però, per correttezza mi sono consultato con gli altri coordinatori, anche se all’epoca pure Prima linea era alla fine ed eravamo quattro gatti. A gestire gli ultimi rimasugli eravamo io e Giulia Borelli». Quell’esperienza finì nel giro di pochi mesi. Prima venne ferita la Borelli, quindi i carabinieri del futuro generale Mario Mori arrestarono Mutti nel suo rifugio, dove era imprudentemente tornato. Gli inquirenti iniziarono a torchiare lui e i suoi compagni su Prima linea. Successivamente si concentrarono sulle malefatte dei Pac e di Battisti.
Ma torniamo all’evasione. I vertici di Prima linea autorizzarono l’assalto al carcere di Frosinone: «Lo fecero con riserva, ma trattandosi di un’operazione di liberazione dissero che andava bene e per questo abbiamo fatto questa unione tattica tra ex Pac e Prima linea». Il commando era composto da Mutti, Bergamin, Lavazza, oltre che da Luca Frassinetti e Sonia Benedetti di Pl. «Arrivammo in macchina. Era l’orario delle visite. La Benedetti suonò al portone come se fosse una parente che doveva avere un colloquio. Per quello portammo una donna. Inizialmente doveva venire l’ex fidanzata di Battisti, ma non era militarmente all’altezza (oggi fa la docente universitaria, ndr). Io entrai subito dopo Sonia. Bloccammo le guardie, che erano disarmate e non opposero resistenza. Avevamo pistole e bottiglie molotov, ma non abbiamo dovuto sparare nemmeno un colpo. Come ho detto, era una casa circondariale per ladri di polli. Battisti lo avevano trasferito per un vecchio processo che doveva subire per reati comuni (era stato condannato per rapina, ndr) e poi era rimasto lì. Ci facemmo aprire due cancelli e mi sembra che Battisti fosse già ad aspettarci sulle scale che portavano ai raggi dell’istituto. Con lui c’era anche un suo compagno di cella, un camorrista di nome Luigi Moccia. Siamo fuggiti con l’unica auto che avevamo perché Moccia non era previsto. Dopo pochi chilometri abbiamo mollato la macchina e siamo saliti su un furgoncino con cui abbiamo scollinato. Da lì abbiamo raggiunto a piedi una piccola stazione e siamo ritornati a Roma in treno».
Battisti era euforico? «Mi sembra che fosse abbastanza tranquillo. Qualcuno, o Lavazza o Bergamin, gli diede un’arma, mentre io ho dato una pistola a Moccia anche se non ero molto convinto». Dove avete lasciato Battisti? «Aveva un appoggio in città che gli avevano trovato Bergamin e Lavazza, una casa che non so di chi fosse. Sicuramente si trattava di compagni». Le strade di Battisti e di Mutti si separarono quel giorno. Si è pentito di averlo fatto scappare? «No, all’epoca era una decisione politica, sia chiaro che non lo feci per amicizia».
Con il ritorno di Battisti forse anche Mutti chiuderà i suoi conti con il passato. «Questa storia doveva finire tanto tempo fa. Il periodo delle provocazioni è finito, ora Battisti si faccia la sua galera e non rompa le scatole. Anche se non credo che andrà così». Che cosa intende? «Vedrà che troverà una scusa. Secondo me non starà molto in cella. Addurrà motivi di salute. Logicamente qualche anno lo sconterà, ma di sicuro non è il tipo che morirà in gabbia».
Oggi Mutti non andrà ad attendere Battisti in aeroporto, né stapperà una bottiglia di vino. «Il suo ritorno mi lascia abbastanza indifferente», ci assicura. Gli chiediamo se per l’ex latitante non sarebbe stato meglio farsi un po’ di prigione negli anni Ottanta e Novanta e uscire di galera a 40 anni. L’ex fondatore dei Pac non è d’accordo: «C’è l’altro lato della medaglia: Battisti ha vissuto tutta la sua esistenza fuori, tranquillo. Da personaggio pubblico, in Francia e in Brasile. Adesso, a 64 anni, se ne può andare in carcere a scrivere i suoi libri».
Giacomo Amadori
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