Investimenti tra Angola e Carige. Adesso è caccia a tutti i conti cifrati
  • La prima operazione spericolata avrebbe riguardato una piattaforma petrolifera in Africa, per poi virare sull’immobile londinese e su altri palazzi oltre Manica. Ancora sotto sequestro i telefonini di Raffaele Mincione.
  • L’ex cardinale avrebbe messo 50 milioni nel fondo Centurion di Enrico Crasso. E quelle risorse hanno preso la via del cinema e della Italia Independent di Lapo Elkann.

Lo speciale contiene due articoli.

È sulle spericolate operazioni finanziarie su cui sono transitati i soldi dell’Obolo di San Pietro che sta lavorando il tribunale di prima istanza del Vaticano, presieduto dall’ex capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone. Nello specifico vengono analizzati tutti gli investimenti effettuati dal dimissionario cardinale Angelo Becciu quando era alla segreteria di Stato, tra il 2011 e il 2018. La sezione degli Affari generali della segreteria gestisce quasi 800 milioni di euro, una cifra considerevole a cui i Papi hanno sempre prestato attenzione, anche perché dovrebbero servire a opere di bene in giro per il mondo, dove le comunità cristiane sono spesso in difficoltà.

Che il prelato sardo avesse una certa inclinazione per investimenti «particolari» lo confermano le carte che in questi mesi hanno portato all’arresto per estorsione del broker molisano Gianluigi Torzi e del funzionario amministrativo vaticano Fabrizio Tirabassi, ma anche alle indagini sul finanziere Enrico Crasso, come all’acquisizione di cellulari e iPad di Raffaele Mincione, celebre gestore del fondo Athena. A questo si aggiunge un’indagine per riciclaggio. Uno dei potenziali investimenti è stato infatti quello da 200 milioni di euro in Angola, in una piattaforma petrolifera. Sarebbe stato proprio Becciu a contattare Crasso, all’epoca in Credit Suisse, per veicolare i soldi nel Paese africano, ricco di petrolio ma anche tra i più corrotti del mondo. Del resto il cardinale è stato per anni nunzio apostolico a Luanda. Fu nominato nel 2001 da papa Wojtyla e ci è rimasto fino al 2009. A convincere Becciu dell’investimento sul petrolio è Antonio Mosquito, uomo d’affari angolano, proprietario del 66,7% della società di costruzioni portoghese Soares da Costa Construções. L’idea sarebbe stata quella di far diventare il Vaticano azionista al 5% della piattaforma petrolifera della società nazionale Sonangol insieme con Eni, ma soprattutto permettere a Mosquito di ripianare un debito con la Falcon Oil. L’amico di Becciu in Angola è anche azionista di maggioranza della Global media group, holding portoghese proprietaria di quotidiani e che vede tra i suoi azionisti Joaquin Oliveira, titolare della squadra di calcio di Porto.

L’affare però non va a segno. Sia perché i guadagni sarebbero arrivati nel lungo periodo, sia perché sarebbe stato proprio Becciu a rinunciare, come ha più volte ripetuto. A consigliare il cardinale sarebbe stato lo stesso Mincione, che avrebbe indirizzato la segreteria di Stato su altri tipi di investimenti, tra cui un immobile di Londra, con cui i soldi sarebbero raddoppiati nel breve periodo e non nel lungo. Succede così che i 200 milioni che dovevano arrivare in Angola tramite Credit Suisse virano invece nel fondo Athena e sul super immobile di Sloane Avenue. Ma lì incominciano altri problemi. Perché anche questo affare non va nel migliore dei modi. E come già raccontato dalla Verità, negli anni non ci sarebbe stato solo quell’investimento da parte del Vaticano. A febbraio 2014 ci sarebbero state operazioni su altri immobili, anche in questo caso con commissioni altissime e con segnalazioni all’antiriciclaggio da parte dell’Aif.

Non a caso a luglio la Procura di Milano ha bussato alla porta del celebre studio legale Libonati-Jaeger. Stava cercando Nicola Squillace per acquisire fatture e documenti relativi alla Gutt sa, la società di proprietà di Torzi. Il finanziere di origine molisana, ma da anni radicato a Londra, sarebbe stato ingaggiato dalla Santa Sede con l’obiettivo di riprendere la proprietà del palazzo gestito dal fondo Athena di Raffaele Mincione, mentre secondo l’accusa avrebbe conservato per sé un pacchetto di azioni della società anonima, la Gutt sa, coinvolta nel passaggio di mano in modo da rimanere proprietario di fatto di Sloane avenue. In estrema sintesi la strategia d’uscita dal fondo che faceva capo a Mincione in relazione all’immobile di Sloane avenue sarebbe stata imbastita, a quanto avrebbero ricostruito i magistrati vaticani, con un’operazione che prevedeva da un lato che la segreteria di Stato rilevasse l’immobile di Londra e dall’altro che la stessa segreteria versasse a Mincione 40 milioni di euro a titolo di conguaglio. Successivamente la segreteria, rappresentata da Tirabassi e da Crasso, avrebbe deciso di triangolare l’acquisizione dell’immobile di Londra attraverso la Gutt sa di Torzi. Dando il via a una serie di altre operazioni che avrebbero portato agli arresti del broker e all’acquisizione dei telefoni e iPad di Mincione. Lì dentro si troveranno i collegamenti con le scalate del finanziere. Il denaro buttato in Carige era quello dell’Obolo di San Pietro? Si troveranno riscontri dentro i telefoni di Mincione? Ma soprattutto l’enorme massa di denaro è finita perduta come nel caso di Genova, oppure qualcuno ne ha beneficiato e ha ancora qualche conto cifrato in Svizzera?


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