Il vescovo tifa sostituzione etnica: «L’Italia senza immigrati sparisce»
ANSA
  • Monsignor Perego, a capo della diocesi di Ferrara, definisce il meticciato una «realtà ineluttabile». E aggiunge: «Il nostro Paese muore, servono giovani venuti da fuori per cominciare una nuova storia».
  • Il Tribunale dei ministri di Palermo smonta i teoremi dei pm di Agrigento sulla Diciotti: nella prima parte della vicenda non fu commesso alcun reato. Sulla seconda tranche dell’indagine la palla passa invece alla Procura di Catania, che deve ricominciare da capo.

Lo speciale contiene due articoli

Se pensate che la sostituzione di popolo sia solo una fantasia complottista, una paranoia razzista, leggete qua: «Il meticciato è una realtà ineluttabile e una risposta alla crisi demografica italiana. La sfida dell’Italia è di conciliare un Paese che muore con dei giovani che vengono da lontano per cominciare una nuova storia. Se chiudiamo le nostre porte ai migranti, spariremo».

Parole e musica di Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara ed ex direttore della Fondazione Migrantes. Il monsignore ha espresso le sue vedute, degne del romanzo apocalittico di Jean Raspail, Il campo dei santi, a La Croix, il principale organo di stampa cattolico di Francia, con un passato da acceso foglio antisemita, ai tempi dell’affaire Dreyfuss, che ha evidentemente lasciato strascichi in un certo eccesso di zelo.

Rileggiamo, per sicurezza: il meticciato è «inevitabile». Un atto di fede, una certezza quasi metafisica, insomma, uno degli ultimi veri dogma, per certi sacerdoti di osservanza bergogliana (ma qui siamo decisamente più realisti del re, o più papalini del Papa…). Secondo punto: l’Italia è un Paese che muore demograficamente, quindi dobbiamo iniziare una «nuova storia» con un nuovo popolo. Il tono è inquietante e ricorda quel «nuovo inizio» evocato da Mel Gibson nel suo Apocalypto, nuovo inizio sostanziato dalle caravelle che appaiono all’orizzonte alla fine del film. La metafora era evidente: un mondo decadente tramonta mentre dal mare arrivano i portatori di una nuova civiltà. Che però si instaura sulla pelle dei vecchi abitanti, non certo con il loro volenteroso contributo. Il terzo punto è quasi un rompicapo: «Se chiudiamo le nostre porte ai migranti, spariremo». Ma in che modo gli immigrati potranno frenare la nostra sparizione? Ci convinceranno a fare più figli? Evidentemente no. Saranno loro a fare figli al posto nostro. Ma allora l’auspicio risulta mal formulato, perché noi spariremo comunque, mentre gli immigrati verranno semplicemente a prendere il nostro posto. Una sostituzione di popolo, appunto. Ma non è tutto.

Perego prova a spiegare che l’invasione è solo percepita: «Su 130.000 abitanti di Ferrara, ci sono 13.000 migranti. La metà di loro vengono da tre Paesi: Romania, Albania e Ucraina». Il che non si capisce cosa provi: 13.000 stranieri in una città di provincia sono forse pochi? Kiev è per caso una cittadina emiliana? «Quando le porte si chiudono, ci si impoverisce e si arriva a ciò che è successo a Macerata», dice ancora il mosignore. Se non che, senza ovviamente voler giustificare in alcun modo il gesto folle di Luca Traini, non si capisce in che modo quel raid possa essere inquadrato in un contesto di «porte chiuse» anziché nel quadro opposto. In chiusura, poi, arriva la perla: «Liberté, égalité, fraternité: queste parole hanno ancora un senso? Se sì, non valgono sicuramente per un piccolo numero di persone, ma per tutti». Curioso riferimento, per un religioso cattolico, quello del motto della Rivoluzione francese. E allora perché non «proletari di tutto il mondo, unitevi»?

Ma chi conosce monsignor Perego non si stupirà. Solo qualche settimana fa lo avevamo lasciato insieme ai presidenti di Arcigay e Arcilesbica locali, davanti ai cartelloni pubblicitari della mostra fotografica «NOIdentity – True stories human stories», organizzata per promuovere la non conformità di genere e abbattere l’«intollerante» modello «eteronormativo» che obbliga l’individuo a considerare l’eterosessualità come «normalità» e tutto il resto come perversione. Ancora qualche giorno fa, il prelato non poteva esimersi dal dichiarare, contro il governo, che «limitare il diritto di asilo è una cosa vergognosa e scandalosa. Negare o anche limitare il diritto di asilo mina i fondamenti stessi della democrazia».

Un brutto colpo, per i cattolici ferraresi, abituati a monsignor Luigi Negri, predecessore di Perego, nominato nel 2012 da Benedetto XVI. Di Perego, invece, si diceva a che fosse legato a Nunzio Galantino, il principale sponsor ecclesiastico delle porte spalancate. Ma perché Ferrara sarebbe diventata improvvisamente centrale nella geopolitica vaticana? A voler pensar male, si potrebbe pensare a una nomina «riparatoria» rispetto alle rivolte popolari che animarono la frazione ferrarese di Gorino, quando il prefetto decise di piazzare degli immigrati nell’alberghetto del paesino. Un caso che venne dipinto dai soliti giornaloni come la rivolta xenofoba dell’Italia bifolca. La nomina di Perego potrebbe quindi essere interpretata quasi in senso «missionario»: ci sono dei nuovi infedeli da convertire. Ovviamente al verbo immigrazionista.

Adriano Scianca

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