La guerra di Sarkozy in Libia l’ha vinta Total
  • A distanza di sette anni dall’intervento della Nato guidato dalla Francia di Nicolas Sarkozy, Eni fa fatica a mantenere la sua produzione di petrolio. La gestione sul territorio da parte dei nostri agenti Aise è difficile.
  • Con Gheddafi il colosso petrolifero italiano avrebbe potuto governare per altri cinquant’anni.
  • Nel frattempo continuano gli sbarchi e gli accordi con la Libia appaiono sempre più un colabrodo, come dimostrano le ultime indagini sulle Ong.

Lo speciale contiene tre articoli

«La caduta di Gheddafi nel 2011 in Libia è stata per l’Italia la sconfitta più pesante dopo la seconda guerra mondiale». Alberto Negri, storico cronista di guerra, tra i pochi inviati rimasti a conoscere l’evoluzione degli ultimi quarant’anni di storia nei Paesi nordafricani, ricorda a La Verità il tracollo del nostro Paese dopo l’intervento bellico deciso dall’allora presidente francese Nicolas Sarkozy. «Gli accordi tra l’Italia e la Libia nell’agosto del 2010 avrebbero permesso a Eni di avere un dominio incontrastato per più di cinquant’anni su quei territori: i francesi l’hanno capito e hanno iniziato a muoversi di conseguenza». Secondo Negri, «l’Italia in questi anni ha resistito, anche grazie al gasdotto Green Stream che è un cordone che non potrà mai essere spezzato”. Ma allo stesso tempo “i francesi di Total si sono dati da fare e qualche risultato lo hanno ottenuto». La presenza in Libia dell’Italia è storica e si è consolidata con la scalata al potere di Tripoli da parte di Muammar Gheddafi nel 1969. E’ in quell’anno che il nostro colosso petrolifero ha iniziato a espandere le proprie attività sul territorio, «un mare sotterraneo di idrocarburo», diventando presto un punto di riferimento del settore petrolifero di tutto il nord Africa. L’attività è condotta nell’offshore mediterraneo di fronte a Tripoli e nel deserto libico per una superficie complessiva sviluppata e non sviluppata di 26.635 chilometri quadrati (13.294 chilometri quadrati in quota Eni).

Dopo l’ultima guerra il cane a sei zampe ha tenuto testa alle milizie e alle tribù locali, ma le storiche rivali come la francese Total e la spagnola Repsol hanno iniziato ad approfittare della situazione. In particolare la prima – dopo che fu proprio il governo francese con il presidente Sarkozy decise di bombardare nel 2011 – ad aver allargato il suo raggio d’azione. La spartizione del territorio è stata chiara. La Francia ha preso saldamente in mano il Sahel del Fezzan dove si trova il giacimento Elephant, gestito anche da Eni. «Lo disse chiaramente l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini», continua Negri, «i primi obiettivi della Nato erano di bombardare i terminali di Eni. L’Italia non si oppose all’intervento di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti ma si unì ai bombardamenti perché i nostri alleati minacciavano di colpire i nostri terminali» . Non solo. «Come mi disse un giorno il generale Vincenzo Camporini, all’epoca capo di Stato Maggiore della Difesa, sarebbe bastato non concedere le basi per i bombardamenti in modo da allungare la sopravvivenza di Gheddafi».

Del resto, sette anni fa Eni era il primo operatore internazionale di idrocarburi con una produzione giornaliera tra liquidi e gassosi (fonte Fact book Eni 2009) di 522.000 barili/olio/equivalenti (Boe). Al netto delle joint venture, la quota giornaliera di competenza Eni era vicina ai 320.000 barili, con il controllo di Wafa, Marzuk, El-Feel, Elephant, Mellitah, Abu-Attifel (quasi a regime) per citarne solo alcuni dei più importanti giacimenti e location strategiche di estrazione. Ora invece si fa fatica. A spiegarlo è stato lo stesso amministratore delegato Claudio Descalzi durante la presentazione del piano industriale. Nel 2021 la produzione dovrebbe scendere a 200.000 barili, anche perché negli ultimi anni non è stato possibile avviare nuovi progetti. Del resto Eni risulta la più colpita dagli attacchi dei ribelli.

Non è così per Total. Anzi bisogna ricordare che la compagnia petrolifera francese è stata la prima a rientrare operativa in Iran, mentre Eni è arrivata solo l’anno scorso. A Tripoli e dintorni le cose non vanno peggio. Anzi. Lo dimostra l’ultimo accordo con la società Marathon oil Libya limited, Total detiene ora una partecipazione del 16,33% nelle concessioni di Waha in Libia per 450 milioni di dollari. L’acquisizione darà accesso alle riserve e a risorse per oltre 500 milioni di barili di petrolio. E intanto proprio in questi giorni, come ricordava il Sole 24 Ore, si è fermata invece l’estrazione di gas a Wafa, giacimento operato dall’Eni che rifornisce l’Italia attraverso proprio Green Stream. Neppure un mese fa sito di El-Feel, situato circa 900 chilometri a Sud di Tripoli e gestito dalla Mellitah Oil&Gas BV, società in joint venture fra Noc ed Eni è stato chiuso per ragioni di sicurezza. Lo annunciò la National oil company (Noc), l’autorità petrolifera libica, precisando che la decisione fu necessaria dopo che «membri dell’unità del Fezzan della petroleum facilities guard (Pfg) avevano minacciato i lavoratori, sono entrati negli uffici dell’amministrazione del campo e hanno esploso colpi di arma da fuoco in aria».

Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli Italia, spesso in Libia per seguire da vicino i nostri giacimenti e il lavoro di tante aziende che operano nella zona, spiega a La Verità. Sono rimasti penalizzati un po’ tutti, questa è stata la crisi Libica. Abbiamo avuto un blocco di tutte le operazioni, per anni ci sono stati problemi per autorizzare i desert pass per i lavoratori, infrastrutture che erano state installate da parte delle aziende contrattiste sono state lasciate in disuso e questo ha comportato un elevato aumento dei costi per la sostituzione di materiale che non era più idoneo negli impianti. Per una questione di sicurezza sono stati richiamati i lavoratori di gran parte dell’indotto e, anche questo si traduce in costo e penalità sugli accordi commerciali contrattuali”.

Da tempo i nostri servizi segreti (Aise) lavorano sul campo per cercare di trovare soluzioni all’impasse, questione che ha creato non pochi problemi anche all’interno del nostro Dipartimeto per la Sicurezza, tra avvicendamenti a capo delle operazioni africane: ora a prendere in mano le situazione è Giuseppe Caputo, vice direttore di Alberto Manenti. Del resto la Libia è per noi troppo importante dal punto di vista economico e strategico. Descalzi, ce l’ha messa tutta per garantire la sicurezza degli stabilimenti e del personale oltre che l’approvvigionamento del 10% del fabbisogno energetico italiano grazie a un accordo stretto proprio con le milizie locali.

Marsiglia aggiunge, «La situazione della Total è sotto i riflettori di tutti e non solo in queste ultime settimane. La Libia petrolifera si è sempre chiamata Eni, da decenni. Sono sempre esistiti accordi con altre piccole, medie e grandi compagnie petrolifere internazionali, ma la presenza italiana è risaputa. Ma è evidente che l’Italia in Libia ha infastidito qualcuno e oggi vediamo cosa sta succedendo con la Francia>. Spiega Marsiglia, «dobbiamo pensare che un giacimento è costituito da diversi e numerosi pozzi. Abbiamo pozzi a Ras Lanuf e Sidra con terminali di collegamento. Ancora però non riusciamo ad avere una fotografia della piena e totale operatività in equilibrio. Ovviamente ogni singola Compagnia petrolifera conosce la reale situazione dei propri impianti, anche per informazioni aziendali interne. La nostra conoscenza si basa su informazioni che vengono prodotte da aziende che lavorano in quel determinato campo petrolifero. Al momento ci sono giorni, settimane o anche mesi altalenanti, molte volte dipeso anche da stop forzati per motivi puramente di sicurezza, si decide di abbandonare il campo mettendo in sicurezza gli impianti ma soprattutto le risorse umane».

Secondo il numero uno di Federpetroli Italia, «la parte più interna della zona desertica o dove sono allocati alcuni giacimenti purtroppo è spesso visitata da milizie e tribù che esercitano e vogliono far valere una loro Legge. Gli impianti vengono protetti con un gran numero di personale di sicurezza specializzato e di alta conoscenza della zona. Diciamo però che l’Intelligence italiana fa un ottimo lavoro e ci fa dormire sonni più tranquilli. Il rischio è sempre alto. Purtroppo non solo la Libia ma tutto il Medio Oriente e Continente africano è strutturato con il controllo armato di diverse milizie che spesso non riescono ad avere una collocazione politica, questo ci porta a dover intavolare degli accordi locali per proteggere le nostre infrastrutture, senza un riferimento politico ed istituzionale di controllo. La situazione ancora oggi, non è facile».

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