Garlasco, «Corriere» e «Rep» ora insultano i lettori
Andrea Sempio (Ansa)
  • Con due articoli speculari, Polito e la De Gregorio puntano il dito contro gli appassionati di cronaca nera: «Sono populisti». Peccato che i due quotidiani siano pieni di aggiornamenti sul caso Poggi. E che i primi a ridurre l’informazione a tifo siano loro.
  • I verbali del 5 maggio 2026 restituiscono ricordi diversi sulla vittima e sul suo rapporto con Alberto Stasi. Per la cugina Paola, il legame non era così forte e Alberto trovò subito un’altra ragazza, Stefania nega.

Lo speciale contiene due articoli.

Basta uno starnuto e il popolo diventa popolino. Basta che il Giornalista Collettivo lo decida e quell’armata «saggia e consapevole» che bocciò la riforma della magistratura al referendum in nome della Costituzione, si trasforma in un’accozzaglia di minus habens divanati e affamati di colpi di scena sul delitto di Garlasco. È la teoria stereo del Corriere della Sera e di Repubblica, che ieri hanno dedicato alla curiosa mutazione antropologica (criticandola aspramente) riflessioni da saggio breve, affidate a grossi calibri come Antonio Polito e Concita De Gregorio. E annegate – da settimane, con granitica coerenza – dentro l’oceano di indiscrezioni, retroscena, supposizioni, gossip, interviste, grafici, presunti appunti, fotomontaggi, big data, da pagina due a pagina sei dei loro autorevoli quotidiani.

Le due testate leader nel pretendere di plasmare la coscienza critica del cittadino italiano sono fortemente preoccupate. «L’ossessione per il true crime è il male oscuro del populismo. Ma c’è forse qualcosa di nuovo nella straordinaria partecipazione di massa ai processi mediatici cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, che somiglia sempre più a un’ossessione nazionale in grado perfino di oscurare l’interesse popolare per ben più gravi vicende (le guerre per esempio)», scrive il Corriere, incline all’analisi sociologica. Per Repubblica il problema è perfino più grave: «Da sempre spostare il conflitto sul piano individuale è funzionale a distogliere dal malessere collettivo». E quale sarebbe? «L’allontanamento dalla realtà, dalla passione civile; la distrazione dai danni e dalle omissioni di chi governa le cose, dai problemi reali». Come se Andrea Sempio avesse affondato la Flotilla. Come se a nascondere le prove nei 19 anni di scempio giudiziario fosse stata Giorgia Meloni. Ecco l’assassina, fatele la prova del Dna.

Noi del ceto medio poco riflessivo (che ai doppi falli di Garlasco preferiamo gli aces di Yannik Sinner) avremmo una domanda preliminare: ma invece di sdottoreggiare con punte di lirismo che neanche Eugenio Montale, non era più semplice entrare in riunione e far valere l’understatement con la direzione e l’ufficio centrale? Se nelle vostre homepage campeggiano almeno sei titoli al giorno su Garlasco; se il vostro core business quotidiano è «il video della ricostruzione in 3D del delitto con l’avatar di Andrea Sempio», che volete dal popolino? Lasciatelo in pace e parlatevi. Corriere e Repubblica sono due network di riferimento nello stilare il menù informativo, nel decidere la scaletta, nell’influenzare il dibattito. Sia chiaro, tutto questo è un valore. Ma il corto circuito ha qualcosa di grottesco: da una parte si spinge all’inverosimile la merce, dall’altra si alza il ditino dell’elitaria insofferenza contro la merce sorseggiando Sassicaia. Snobismo in purezza mentre riecheggia la metafora di Stefano Ricucci al tempo dei furbetti del quartierino: fare i froci con il c… degli altri.

Oltre a evidenziare la contraddizione, gli editoriali paralleli suscitano un paio di pensieri sparsi. Da sempre il trittico «soldi, sangue, sesso» ha innervato le pagine dei giornali, non solo italiani. Dalla strage di Erba al delitto Yara, da Cogne ad Avetrana passando per Novi Ligure, il mistero ha sempre avuto un posto in prima fila. Indro Montanelli ripeteva spesso una frase di Ugo Ojetti: «Per fare un buon giornale servono un editoriale contro il governo, un po’ di sangue sparso e i risultati delle partite di calcio». E il moltiplicatore social, quell’enorme bar di Guerre Stellari che tutto appiattisce, è una conseguenza non certo una causa.

Sottolinea Polito: «Ci troviamo davanti a un populismo digitale senza precedenti. Tutto molto divertente per chi guarda, ma sicuramente devastante per chi ne è vittima e deve aggiungere, alla paura, la gogna». Ha ragione. Con un dettaglio: la responsabilità del processo mediatico permanente non è di chi lo guarda girando il ragù e buttando lì un like per noia. Ma di chi ne ha fatto un totem nella stagione di Tangentopoli e in 30 anni non ha mai cambiato spartito. Garlasco non è che la nemesi. E ci ricorda ogni giorno, ogni ora, lo sfacelo di un sistema giudiziario tenuto in piedi dalla santa alleanza fra procure e redazioni, dove le prime dettano gli spartiti e le seconde suonano il trombone.

Seconda riflessione. Troppo comodo applaudire il popolo quando va in piazza o si fa turlupinare dai luoghi comuni («Pace o condizionatori», «Chi non si vaccina si ammala e muore» «Arriva l’helicopter money») per poi derubricarlo a feccia populista quando si appassiona ad altro. Privato della sovranità costituzionale sui grandi temi (sui soldi decide la Bce, sulle riforme l’Europa e i giudici, sulla salute Big Pharma) l’uomo della strada si sente più vicino a un caso di cronaca andato a male (diceva Lev Tolstoj: «Parla del tuo villaggio e parlerai del mondo») piuttosto che al patto di stabilità o al patriarcato tossico. Sicuri che abbia torto? E comunque versatevi un altro calice di Brunello. Dopo Garlasco è in arrivo un nuovo psicodramma collettivo: l’hantavirus. Lo gridano con la sirena i vostri giornali.

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