La legge Cartabia salva i risparmi di Gravina
Gabriele Gravina (Ansa)
Il Riesame: niente sequestro dei 140.000 euro, «non c’è pericolo di dispersione dei soldi».

Per la seconda volta i giudici del tribunale di Roma respingono la richiesta di sequestrare 140.000 euro al presidente della Figc, Gabriele Gravina. Se lo scorso giugno era stato il gip a negare la domanda dei procuratori romani, questa volta è stato il Riesame a respingere l’appello sul sequestro preventivo, che corrisponderebbe all’equivalente della opzione sull’acquisto di una collezione di libri antichi proprio di Gravina. Il presidente della Figc è indagato per appropriazione indebita e autoriciclaggio. Nell’ordinanza i giudici del Riesame respingono la richiesta perché non sussiste il pericolo di dispersione delle somme, dati gli alti redditi di Gravina. Possibilità introdotta dalla legge Cartabia. Allo stesso tempo, accolgono nel merito la ricostruzione dell’inchiesta della Procura della Capitale. Ora bisognerà aspettare il gip, che potrebbe archiviare o rinviare a giudizio il capo della Federcalcio.

Al centro dell’indagine dei magistrati di piazzale Clodio, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, ci sono alcune irregolarità, tra le quali appunto una compravendita di una collezione di libri antichi. Tutto ruota intorno all’appalto per la piattaforma streaming della Lega Pro, assegnato alla società inglese Isg quando Gravina nel 2018 era alla guida della vecchia Serie C. Questa operazione sarebbe stata mascherata dietro un complesso giro di vendita simulata di una collezione di libri con la sponda di altri soggetti, che gli avrebbe permesso di rientrare in possesso, a titolo personale, di parte dei soldi, che sarebbero poi stati spesi per un immobile per la figlia della sua compagna.

Gli avvocati difensori, Leo Mercurio e Fabio Viglione, smentiscono che il tribunale del Riesame abbia sposato le tesi dei pm, perché, «come esplicitato nell’ordinanza, la valutazione del collegio attiene a una mera compatibilità astratta con le ipotesi dell’accusa che non può in nessun modo rappresentare un’anticipazione di giudizio, non essendo il carattere della pronuncia volto a provare l’innocenza o la colpevolezza, ma la mera giustificazione di una misura patrimoniale […]». Come già ribadito dalla Verità, l’inchiesta su Gravina fu trasmessa a Roma direttamente dal procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo. Un’azione che aveva certificato che l’indagine esplorativa del Gruppo Sos della Dna, all’epoca guidata dal luogotenente della Guardia di finanza Pasquale Striano, finito sotto inchiesta a Perugia insieme all’ex pm Antonio Laudati, non era affatto un’attività di dossieraggio (come invece sostenuto da Gravina).

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