Più che un’audizione davanti alla commissione Covid, è stata una lunga arringa difensiva. Giuseppe Conte non si è presentato per interrogarsi sulle decisioni che hanno segnato la vita di milioni di italiani, ma per rivendicarle quasi una a una. E lo ha fatto costruendo un racconto in cui gli errori sembrano appartenere sempre agli altri.
La commissione trasformata in un «plotone d’esecuzione», gli avversari politici accusati di «strumentalizzazioni sterili», lui dipinto come il bersaglio di una campagna permanente. «Chi parla di paura sicuramente non mi conosce», ha rivendicato. E ancora: «Sull’onore non accetterò mai lezioni». Più che l’inizio di un’audizione, il prologo di una requisitoria.
Il resto dell’intervento ha seguito lo stesso copione. Conte ha alternato rivendicazioni politiche, riflessioni di sapore filosofico e una narrazione intrisa di richiami etici, nel tentativo di attribuire un significato più alto a decisioni che ancora oggi dividono profondamente il Paese. Ha parlato di «scelte tragiche», di «incertezza», di «ferite nell’anima dei cittadini», fino ad arrivare alle sue dieci «lezioni dalla pandemia». Il risultato, però, è sembrato molto meno profondo delle intenzioni: una sequenza di luoghi comuni, paternalismo e autocelebrazione, con pochissima autocritica e molti passaggi in cui la retorica ha preso il posto dell’analisi.
Conte rivendica la gestione della pandemia e difende i Dpcm
Era prevedibile: l’ex premier si è presentato davanti alla commissione Covid con un obiettivo preciso, convincere tutti che, se tornasse indietro al 2020, rifarebbe sostanzialmente tutto. Nessun vero ripensamento, insomma, Conte ha scelto di costruire la cornice narrativa che gli riesce meglio: quella dell’uomo solo contro tutti.
Dopo aver aperto una parentesi sulla vicenda JC Electronics e sul contenzioso relativo alle mascherine – tema che il presidente Marco Lisei gli ha ricordato essere estraneo al perimetro temporale della commissione – l’ex premier è tornato rapidamente sul terreno che predilige: quello della rivendicazione politica. Più che un’audizione sulla pandemia, per lunghi tratti è sembrato un bilancio di legislatura.
Quando si è arrivati al cuore dell’emergenza sanitaria, è emersa la cifra politica dell’intero intervento: difendere tutto. Conte ha riconosciuto che il governo si è trovato davanti a una situazione di profonda incertezza, con conoscenze scientifiche limitate e decisioni che lui stesso ha definito «tragiche». Ma pochi minuti dopo ha sostenuto che le restrizioni sono state sempre adottate «sulla base delle evidenze scientifiche disponibili».
Il cortocircuito argomentativo ha attraversato tutta l’audizione: da un lato la scienza era inevitabilmente incompleta, dall’altro quelle stesse basi sono state rivendicate come fondamento di misure senza precedenti nella storia repubblicana. Non meno significativa è stata la difesa del principio di massima precauzione e dei dpcm. Conte li ha descritti come strumenti che avrebbero garantito la tenuta democratica del Paese e che sarebbero stati presi a modello da altri governi europei.
Soprattutto, ha rivendicato un’idea di Stato che durante la pandemia è diventato – parole sue – «papà, nonno e zio». Un’immagine che probabilmente voleva evocare protezione, ma che finisce per raccontare una precisa concezione del rapporto tra istituzioni e cittadini: uno Stato chiamato non soltanto a governare, ma a decidere paternalisticamente cosa sia meglio per tutti. Una visione politica legittima, ma sorprende che venga ancora oggi rivendicata senza la minima riflessione critica sul prezzo pagato in termini di libertà individuali.
Vaccini, Green pass e piano pandemico: i punti più contestati
Lo stesso schema ritorna quando Conte affronta il rapporto tra salute ed economia. Secondo lui non esisteva alcuna contrapposizione: proteggere la salute significava automaticamente salvare anche l’economia. E gli operai, sostiene, chiedevano essi stessi restrizioni perché avevano paura. È una lettura che restituisce solo una parte del quadro e che evita di interrogarsi sul ruolo che la comunicazione istituzionale ebbe nell’alimentare quel clima di allarme permanente.
Tra i passaggi più discussi c’è stato quello dedicato ai vaccini. Conte ha preso le distanze dall’obbligo vaccinale, distinguendolo dal green pass e sostenendo di non aver mai condiviso alcune espressioni utilizzate da altri esponenti istituzionali. Una ricostruzione che ha immediatamente provocato le contestazioni dei commissari di Fratelli d’Italia (soprattutto Bignami, Filini, Ciancitto e Buonguerrieri), i quali hanno ricordato come il M5s abbia votato quelle norme e, anche successivamente, ne abbia difeso pubblicamente l’impianto. Più che una presa di distanza, è sembrato il tentativo di riscrivere una pagina politicamente scomoda.
Non sono mancate neppure le polemiche sul piano pandemico. Conte ha richiamato le valutazioni attribuite all’epidemiologo Donato Greco per sostenere che il piano del 2006 non sarebbe stato adeguato all’emergenza Covid. Nella replica, però, Bignami ha contestato quella ricostruzione, mostrando come anche sui presupposti tecnici del racconto dell’ex premier il confronto resti aperto.
L’affondo contro Meloni chiude una giornata senza autocritica
Infine sono arrivate le «dieci lezioni dalla pandemia». Più che lezioni, una sintesi della filosofia spiccia che ha ispirato l’azione del suo governo: centralità dello Stato, solidarietà, precauzione, fiducia nelle istituzioni e convinzione di aver seguito la strada giusta.
È mancato, però, ciò che molti si aspettavano da un’audizione dedicata a una delle pagine più dolorose della storia recente: un momento di autocritica. Perché l’impressione finale è che, nella ricostruzione proposta da Conte, gli errori siano sempre degli altri. L’ex premier in serata ha concluso attaccando Giorgia Meloni: «Non dovete comunque chiedere a me se è andata bene oggi questa audizione, dovete chiederlo a Meloni se è soddisfatta, perché lei è la regista di tutto questo.
Lei è la regista anche di questi attacchi e ovviamente di tutto quel circuito mediatico grazie a stampa e tv amiche che gettano fango da tempo per colpirmi. Confrontiamoci politicamente da esponenti politici seri, responsabili, e cerchiamo di evitare questi trucchetti, questi mezzucci, perché non portano da nessuna parte».
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