«Contatti con il consigliere del Colle quando seppi del trojan nel telefono»
Luca Palamara a Raffaele Cantone: «Chiesi a Lotti di raggiungere Erbani perché mi avevano detto che ero intercettato». Il voto al Csm: «Davigo non dice la verità. Dopo la vittoria di Ermini, cene riparatorie con lo sconfitto Gigliotti».

Subito dopo le festività natalizie gli inquirenti di Perugia si sono trovati di fronte un Luca Palamara molto più combattivo di quello che avevano torchiato prima della sua sospensione dalle funzioni di magistrato. Un Palamara pronto vendere cara la pelle, sentendosi vittima di un’insopportabile ingiustizia. Il 13 gennaio scorso, davanti al procuratore Raffaele Cantone e ai pm Gemma Miliani e Mario Formisano, l’ex pm è andato a farsi le sue ragioni considerando surreale l’accusa di aver pilotato gli articoli della Verità e del Fatto Quotidiano su un esposto del pm Stefano Fava contro l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, contestazione piovutagli addosso a causa di un’innocua frase contenuta in una chat («Uscirà la verità»): «Vi è un travisamento dei fatti in ordine a quanto dichiarato nell’interrogatorio del 29 luglio e 21 settembre 2020» ha spiegato. «La frase che ho scritto a Cesare Cesare Sirignano (ex sostituto della Direzione nazionale antimafia, ndr) faceva riferimento alla verità storica sulla nomina del procuratore di Roma» e non al nostro giornale. Verità per verità, Palamara, nel verbale, ne ha anche per Piercamillo Davigo, ex consigliere del Csm in pensione: «Davigo, che non ha detto la verità dinanzi a voi, non ha spiegato perché ha votato Marcello Viola (procuratore generale di Firenze e in quel momento candidato favorito per la poltrona di procuratore di Roma, ndr)». Il motivo tenuto segreto? Avrebbe fatto la sua scelta basandosi su quanto gli aveva riferito Fava a proposito dei «problemi dell’ufficio» di Roma. Frizioni che avrebbero potuto affiorare grazie all’esposto. In questo modo, secondo l’indagato, «sarebbe emerso il fronte interno, costituito da una serie di colleghi, che non volevano Viola in quanto uomo di Cosimo Ferri», l’ex leader della corrente conservatrice di Magistratura democratica e all’epoca deputato del Pd in quota Renzi. In un altro passaggio il magistrato sotto inchiesta soggiunge: «Secondo una componente del mio ufficio Viola non poteva venire a Roma, in quanto uomo di destra e vicino a Ferri. Tale affermazione mi venne riferita da Mario Palazzi e da Eugenio Albamonte (entrambi pm a Roma, ndr)».


Il racconto prosegue: «Sulla nomina del procuratore di Roma era fondamentali due consiglieri, (il laico, ndr) Fulvio Gigliotti e Davigo. Il primo era dispiaciuto del mancato appoggio di Unicost (la corrente di Palamara, ndr) per la nomina di vicepresidente del Csm. Gigliotti vota Viola, in quanto ha delle interlocuzioni con il vice capo di gabinetto (del ministro Alfonso Bonafede, ndr) Leonardo Pucci e, inoltre, ha avuto dei contatti con Sirignano che lo conosceva. Stesso discorso vale per Davigo. Tramite Fava, infatti, sapevo che Davigo e Sebastiano Ardita (altro membro del Csm, ndr) avrebbero tenuto su Viola. Fava era il gancio con Ardita e Davigo». Nella primavea del 2019 Palamara riteneva di avere la vittoria in pugno e che, per portarla a casa, bastasse «rimanere fermi su Viola»: «Il 23 maggio 2019 la partita a mio avviso era vinta, sia sul lato del procuratore di Roma che sul versante aggiunti (poltrona a cui era candidato, dnr). La partita era vinta, in quanto, come è emerso, Davigo aveva già votato Viola. All’epoca Davigo era il paladino della legalità e il suo voto era molto importante, in quanto dava forza all’operazione». Quando, nel settembre 2018, i giornali pubblicarono la notizia dell’inchiesta a suo carico avrebbe contattato il procuratore aggiunto di Roma Giuseppe Cascini e il suo capo Pignatone: «Quella sera sono andato a mangiare una pizza insieme a Riccardo Fuzio (all’epoca procuratore generale della Cassazione, ndr). In seguito, ho concordato con Fuzio e Pignatone come dovevo comportarmi in merito alle indagini in corso a Perugia. C’è stato con loro un costante monitoraggio della mia situazione».

Palamara racconta anche di un caffè al bar Settembrini con Cascini: «All’inizio del colloquio mi disse che non avremmo dovuto parlare delle indagini. lo gli risposi che non avevo nulla da nascondere. Per questa ragione, andando avanti, mi disse come si era pervenuti a scoprire i soggiorni in albergo (costati a Palamara l’accusa di corruzione, ndr) facendo indagini su un assessore. Cascini mi riferì dei viaggi e in particolar modo di quello a Dubai. Io gli diedi delle spiegazioni e lui mi rispose: “Metti da parte le carte”». E avrebbe anche aggiunto: «Lascia stare Ferri. Te lo dico e non dire che non te l’ho detto». L’ex presidente dell’Anm rammenta anche di essere stato aggiornato sullo stato dell’inchiesta da Fuzio senza che lui gli avesse chiesto nulla: «Avevo rapporti analoghi anche con Pignatone che mi raccontava tutto in tempo reale anche sulle indagini in corso sulla vicenda Consip». E qui Palamara tira in ballo il Quirinale: «Voglio rappresentarvi che io sapevo che mi era stato istallato un trojan. Come emerge dalle intercettazioni nella cena del 28 maggio 2019 viene detto che uno di noi aveva il trojan […]. In quel contesto Ferri mi aveva riferito di aver appreso dell’esistenza di una doppia informativa, una relativa ai regali e una relativa alle cene che facevamo». Ma la confidenza più delicata era un’altra: «Mi ha detto, poi, che Antonio Lepre (all’epoca consigliere del Csm, ndr) gli aveva riferito che Stefano Erbani (consigliere per gli affari dell’amministrazione della giustizia di Sergio Mattarella, ndr) aveva confidato a Gianluigi Morlini (ex membro del parlamentino dei giudici, ndr) che sul mio apparecchio era installato un trojan. Ricordo che dopo aver appreso tale circostanza dissi a Luca Lotti di far chiamare Erbani da Francesco Garofani (altro consigliere del Colle, ndr)». Palamara sostiene anche che il vicepresidente del Csm David Ermini avrebbe promesso a Fuzio di aggiornarlo «sull’interlocuzione avuta con il Quirinale» sull’esposto di Fava: «Fuzio mi disse che gli era stato riferito che io avevo sbagliato a dare spazio a Fava e che l’informativa di Perugia era una risposta a quello che io avevo fatto». L’ex pg della Cassazione avrebbe avuto come fonte privilegiata il procuratore di Perugia Luigi De Ficchy, che gli avrebbe dato «rassicurazioni in ordine alle indagini in corso».

Quindi Palamara fa il punto sui suoi vecchi rapporti con Sirignano e con Gigliotti: «A luglio del 2018 con l’avvento dei 5 stelle Sirignano mi iniziò a parlare di Gigliotti. Di lui mi parlarono anche amici calabresi. Sirignano mi disse che potevamo fare affidamento su di lui e che potevamo considerarlo il nuovo che avanza. Mi disse che durante le parlamentarie dei 5 stelle aveva preso molti voti grazie alle votazioni su Napoli. A settembre 2018 io puntai, sbagliando su Ermini. Il mio è stato un errore tattico, in quanto nessun laico ha votato per lui. Successivamente compresi di aver sbagliato ed ho avuto con Gigliotti alcune cene riparative. Avendo perso a seguito della nomina di Ermini i miei rapporti con i laici, ho dovuto intensificare i collegamenti con Magistratura indipendente». E questi rapporti con la corrente di destra sarebbero all’origine delle sue disavventure.

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