- Le protezioni prive di marchio di garanzia sono legali, ma non si sa quanto sicure Intanto il commissario ignora le richieste del Copasir, che vuole vederci chiaro.
- Finora l’Iss ha esaminato solo il 12% delle cartelle cliniche dei deceduti classificati come vittime del virus. Tra di loro, la percentuale di chi non aveva altre patologie è il 3,6%. Un comitato ne chiede conto al governo.
Lo speciale contiene due articoli.
C’è un buco nero intorno all’importazione di mascherine in Italia. Non è chiaro quante ne importiamo, né da dove, né quante sono prodotte dalle nostre aziende. Tanto che Antonio Zennaro, membro del Copasir (il comitato di controllo sui nostri servizi segreti) ha fatto una richiesta di accesso agli atti inviata al commissario straordinario Domenico Arcuri «per verificare quanto sia significativa la presenza delle aziende italiane quali soggetti fornitori e/o produttori di singoli dispositivi di protezione personale per conto del governo italiano». La Pec è stata spedita il 22 settembre. Ieri non era ancora arrivata risposta, anche se ci sono in totale 90 giorni di tempo per replicare.
Il silenzio di Arcuri però potrebbe presto diventare un problema. Perché diversi cittadini italiani, in particolare i genitori, in concomitanza con l’aumento dei contagi, stanno iniziando a domandarsi se quelle che vengono fornite dalle istituzioni alle scuole siano davvero in regola con le normative vigenti. Così mentre il nostro Paese affronta la seconda ondata di coronavirus, da Roma a Milano iniziano a emergere casi di dispositivi di protezione senza marchio Ce in arrivo dalla Cina. In teoria le mascherine senza marchio comunitario si possono ancora vendere fino al termine dell’emergenza. Lo prevede il decreto Cura Italia, dove si legge appunto che «è previsto che siano utilizzabili, previa valutazione da parte dell’Istituto superiore di sanità, anche mascherine prive del marchio Ce (marchio di conformità alle prescrizioni europee)». In pochi conoscono la deroga, approvata anche per le lunghezze burocratiche dell’Inail. La colpa è anche della giungla di norme approvate durante il lockdown dal governo, misure che hanno creato non poca confusione, persino nelle farmacie che devono venderle.
Per esempio a Milano quelle date dal Comune per gli studenti sono di origine cinese e si chiamano Kennolai. Hanno avuto il benestare anche dalla Protezione civile, come spiega alla Verità palazzo Marino. Eppure vengono vendute separatamente da quelle cinesi provenienti dall’Hubei e approvate, proprio perché non hanno il marchio Ce. Hanno solo il via libera istituzionale. Ma sono davvero sicure? Arcuri nei mesi scorsi era arrivato a promettere che entro settembre «ci sarebbero state sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane». Non è andata così. Un esempio? Pochi giorni fa, il 12 ottobre, i funzionari dell’Agenzia dogane e monopoli di Milano 3 hanno sdoganato 2.295.000 di mascherine Kn95 destinate proprio al commissario straordinario per l’emergenza Covid 19. Le merci sono arrivate via ferrovia da Xian in Cina con ingresso nell’Unione Europea attraverso la Polonia. Il 17 settembre ne sono arrivate 26 milioni, sempre da Xian e contenute in 32 container. Il 4 altri 3 milioni. Il 31 agosto 31 milioni. D’altra parte un rapporto Ocse di maggio avvertiva di come nessun Paese al mondo producesse in modo efficiente tutti i beni di cui c’è bisogno per combattere il Covid 19. Solo Germania e Stati Uniti si stanno specializzando nella produzione di dispositivi medici. Le esportazioni globali di prodotti correlati al Covid sono concentrate in pochi Paesi. I primi 5 esportatori mondiali, che insieme rappresentano il 49% del commercio, sono Germania, Stati Uniti, Svizzera, Repubblica popolare cinese e Irlanda. L’Italia è al nono posto, con appena il 4% delle esportazioni. Del resto, un’elaborazione dei dati Istat da parte di Assosistema Confindustria di fine settembre spiegava che da febbraio a maggio del 2020 sono state importate mascherine per un valore complessivo di 1,1 miliardi di euro. In totale si parla di 1,5 miliardi di dispositivi di protezione. Facendo un calcolo in base ai dati delle dogane, da maggio a oggi dovrebbero essere 1,7 miliardi le mascherine importate. Il 90 per cento degli articoli acquistati risulta provenire dalla Cina. Zennaro ha presentato anche un’interrogazione parlamentare, dove spiega che su quel materiale in arrivo dalla Cina è stato «autorizzato inoltre l’utilizzo di Dpi non marcati Ce privi di certificati che ne comprovino la reale efficacia». Per questo il deputato del gruppo Misto, spiega che «la provenienza dei singoli dispositivi di protezione individuale, come le mascherine, rappresenta una questione di interesse pubblico in termini di garanzia di sicurezza e rispetto dell’ambiente». Quali sono quindi i Paesi che inviano in Italia mascherine? Quali le società importatrici? Quali sono i volumi di fornitura da febbraio a settembre? Zennaro domanda soprattutto «se il governo intenda avviare una programmazione strategica nazionale per l’approvvigionamento di presidi utili contro il Covid-19 e quali iniziative intenda adottare per valorizzare le aziende italiane produttrici di Dpi marcati Ce». Al momento non è arrivata risposta. Non solo. Negli ultimi giorni a Roma è scoppiato anche il caso delle mascherine prodotte da Fca, una delle industrie più importanti nel nostro Paese. Alcuni genitori di alunni se ne sono viste recapitare a casa. Ma non riportano il marchio Ce, né sulla busta, né sulla mascherina stessa. Non hanno il ferretto per aggiustarle sul naso. E, contrariamente alle mascherine chirurgiche, hanno gli elastici sul lato lungo e non su quello corto. In teoria sono autorizzate, ma la confusione generale ha fatto correre ai ripari le famiglie che hanno fornito ai figli altre mascherine acquistate in farmacia, con marchi e certificazioni. Si attendono spiegazioni dal commissario straordinario.
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