I nuovi poveri
  • Sono colf, cuochi, giostrai, ma anche artigiani. Per la Caritas, il loro numero è già raddoppiato: «Gli sfrattati costretti a dormire nei parchi».
  • Il presidente del Banco Alimentare, Giovanni Bruno: «Chi viveva con poco, ora non ha nemmeno un piatto di pasta. Si valorizzi il terzo settore».

Lo speciale contiene due articoli.

Milano, emporio della solidarietà della Caritas Ambrosiana. La fila è silenziosa, composta, dietro la mascherina gli occhi bassi tradiscono un misto di vergogna e orgoglio ferito. «Mai avrei pensato di venire qui. Ho resistito giorni ma poi non ce l’ho fatta più. Ho la mia piccola pensione, tiravo avanti. Poi mio figlio ha perso il lavoro in albergo, è caduto in uno stato di profonda prostrazione. Lui non sa nemmeno che sono venuta qui» dice Ada con voce sommessa. In coda una coppia si tiene per mano, sembra si vogliano far coraggio. Lui era addetto alle pulizie in un albergo e lei arrotondava il magro bilancio familiare, come colf. Con il lockdown, lui viene messo in cassa integrazione ma l’assegno, arrivato pochi giorni fa, è di soli 500 euro e l’affitto è di 900 euro. Poi ci sono tre figli. Il proprietario della casa è stato comprensivo, si è accontentato di 400 euro ma con i restanti 100 euro non si riesce a comprare nemmeno la pappa per il più piccolo.

A Milano sono otto gli hub che distribuiscono viveri. Le persone che chiedono aiuto alla Caritas sono raddoppiate. Nelle diocesi di Milano, Lecco, Varese, Monza e province, sono affluite 16.500 famiglie, il doppio di una situazione di normalità. Solo a Milano, 5.000 ricevono il pacco alimentare.

È l’esercito dei nuovi poveri, le vittime sociali del Covid, molti in attesa di una cassa integrazione che comunque sarà insufficiente per vivere, moltissimi sconosciuti allo Stato perché irregolari. In Italia i lavoratori in nero sono una platea di 3,7 milioni, non hanno alcuna tutela eppure rappresentano, secondo l’Istat, il 4,5% del pil nazionale. Questo è l’anello debole dell’economia che il Covid ha sganciato dal mercato.

Da un’indagine della Caritas, da aprile al 2 maggio, è emerso che è raddoppiato (+105%) il numero di coloro che si sono rivolti ai centri per l’ascolto e ai servizi. Sono circa 38.580 i nuovi poveri. Il 98% ha problemi occupazionali e economici e un 69,3% si sta separando. Tutte le diocesi hanno segnalato un incremento della richiesta di beni di prima necessità, cibo, viveri e pasti a domicilio, empori solidali, mense, vestiario, ma anche aiuti economici per il pagamento delle bollette, degli affitti e delle spese per la gestione della casa. È cresciuto il bisogno di ascolto e di sostegno psicologico. Circa 57.000 persone hanno ricevuto pasti a domicilio. «Chi è caduto in povertà non sa come orientarsi, ha un misto di paura e di vergogna» spiega il portavoce della Caritas Ambrosiana, Francesco Chiavarini. «Le prime ad arrivare sono state le badanti e le colf, messe alla porta dalle famiglie impaurite dal contagio. Poi i precari della ristorazione e del settore alberghiero, lavapiatti, cuochi, addetti alle pulizie. Alcuni assunti in modo regolare ma con una indennità insufficiente a pagare l’affitto o i costi di una vita a Milano». E racconta di una donna di 65 anni, che lavorava alla Scala come guardarobiera. Pochi soldi ma una vita dignitosa, poi il blocco dell’attività e la cassa integrazione che non arriva.

Da Milano a Treviso, cambia lo scenario dei nuovi emarginati. «Stanno venendo anche le prostitute, ci chiedono cibo. Hanno storie disperate. Non riescono più a mandare i soldi alle famiglie, nei Paesi d’origine. Alcune sono andate a vivere insieme per dividere le spese» dice don Davide Schiavon. Poi ci parla delle carovane di giostrai, addetti ai circhi, girovaghi dell’intrattenimento. «È un mondo sommerso, senza sussidi». Un altro livello di nuovi poveri, spiega Schiavon, è rappresentato da artigiani e piccoli imprenditori. «Ne sono venuti una cinquantina ma sono molti di più coloro che hanno bisogno. Fanno fatica a farsi avanti, provano vergogna, sono chiusi nell’orgoglio. Temo gesti di disperazione, come i suicidi della crisi del 2011». Sono circa 3.000 i nuovi poveri che sono affluiti in questa diocesi.

Nella diocesi di Bergamo, in questi due mesi, si sono aggiunte 600 famiglie. La maggior parte, dice don Roberto Trussardi, sono stagionali, con contratti irregolari.

Dal Nord a Roma. All’Emporio della solidarietà della Caritas, i nuovi arrivi sono raddoppiati. «Ieri in fila per un pacco di generi alimentari, c’era una giovane donna, con un bimbo in braccio e uno per mano. Faceva la maschera nei teatri tramite una cooperativa, non ha diritto alla cassa integrazione. Il marito è scomparso» ci racconta il portavoce Alberto Colaiacomo. Nei 5 empori e nei 127 punti di distribuzione delle parrocchie sono arrivate oltre 20.000 nuove famiglie. Nella Capitale i più colpiti sono gli addetti alla ristorazione, i camerieri, gli ambulanti, il personale dei catering, delle mense scolastiche o aziendali, del settore dello spettacolo, trasportatori, attrezzisti.

Angelo Rinelli della Fondazione Opera Divino Redentore ha raccolto segnali del dilagare della povertà anche nel centro storico della Capitale. «Nel quotidiano giro per consegnare di pacchi alimentari mi sono imbattuto in un tenore che abita vicino a Largo Argentina. Per la chiusura dei locali ha dovuto interrompere l’attività. Talvolta canta per strada per racimolare qualcosa». Poi ci riferisce di tante famiglie che, per vergogna, gli chiedono di lasciare i pacchi alimentari sul pianerottolo del palazzo, come se fossero consegne di Amazon.

«Non mi sarei mai aspettata di trovarmi qui in fila alla Caritas, mi ha detto una artigiana» ci riferisce don Gabriele D’Annibale, direttore della Caritas diocesana di Albano. «C’è l’orgoglio del piccolo imprenditore che fino a due mesi fa lavorava e ora si trova senza niente». Al centro di Albano arrivano anche tanti giovani. «Facevano piccoli lavori per pagare gli studi e ora non riescono a saldare le tasse universitarie. Un ragazzo appena laureato mi ha chiesto aiuto perché non aveva i soldi per iscriversi all’albo professionale». I nuovi arrivi sono oltre 2.000. Solo nella parrocchia di Pomezia gli assistiti sono passati da 50 a 300, dice don Gabriele. «Alcuni sono stati sfrattati e non sanno dove fare la doccia. Le nuove povertà fanno saltare le coppie. Un uomo, rimasto disoccupato, è stato cacciato di casa dalla moglie. Era andato a dormire nei giardini pubblici. Aveva preferito arrangiarsi in questo modo piuttosto che venire a chiedere aiuto. Ora gli sto pagando una stanza in albergo».

L’industrializzazione di alcune aree della Campania, fino agli anni Ottanta a vocazione agricola, si è rivelata un boomerang per la popolazione locale. «Gli impiegati nelle piccole imprese sono stati i primi a perdere il lavoro mentre gli agricoltori soffrono meno» dice don Nicola De Blasio direttore della diocesi di Benevento che conta 72 comuni. «C’è stato un picco del 70% di nuove richieste di aiuto. Alcune famiglie non avevano nemmeno i soldi per il funerale di un loro congiunto». Emergono situazioni paradossali. Come quella di un trentenne che ha cercato un impiego stagionale presso alcune aziende agricole del Nord Est, per la raccolta delle mele ma è stato respinto. «Gli hanno detto: non sei specializzato. Ora occorre un master anche per raccogliere la frutta» dice sorridendo don Nicola. Nella Caritas della Puglia le richieste sono aumentate del 100% riferisce il coordinatore don Alessandro Mayer. «La nuova povertà è più facile preda della malavita».


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