Se non volete rimborsare le imprese almeno fatele riaprire (in sicurezza)
  • Quest’anno avremo un milione in più di percettori di reddito di cittadinanza. Le assunzioni sono colate a picco (-31%). E intanto s’aggrava la frattura tra garantiti (della Pa) e non garantiti (coloro che operano nel privato).
  • Nessuno perderà il posto: così promise Roberto Gualtieri. Invece sono già andati in fumo 662.000 impieghi. E quando a marzo finirà lo stop ai licenziamenti…

Lo speciale contiene due articoli.

La verità è più semplice di quanto sembri. I danni provocati all’economia dal Covid 19 sono enormi, disastrosi, in taluni casi irreversibili e irrecuperabili. Questo nonostante i vaticini ripetuti dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus», o altri del tipo: «Nessuno sarà lasciato indietro». Evidentemente non ha funzionato e questa non è un’opinione, è una certezza. I conti non tornano. Riassumiamoli per semplicità.

Il 31 marzo del 2021 scadrà il termine al blocco dei licenziamenti e Confindustria stima che dopo il blocco dovremmo avere circa un milione di nuovi disoccupati. Tra l’altro da tempo Confindustria avverte che più si allontana lo sblocco e più avremo conseguenze peggiori. Del resto non è difficile a capirsi: con fatturati ridotti, aiuti inconsistenti e impossibilità di licenziare, molte imprese saranno costrette a chiudere perché hanno speso tutti i loro risparmi (in banca di soldi non gliene danno), e altre strade non ce ne sono. Basterebbe aver passato un mesetto in una impresa e tutto questo risulterebbe estremamente chiaro. Certo, è meno chiaro per chi di mondo delle imprese non sa nulla, salvo due o tre slogan imparati a pappagallo.

Intanto 654.000 persone il posto di lavoro l’hanno già perso, lavoratori a tempo determinato o lavoratori autonomi, oltre ai 200.000 professionisti che hanno cessato l’attività. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite del 31%: chiara conseguenza del blocco delle attività. In tutto questo, quello che prima era una separazione è diventata una voragine. E cioè quella che separa i lavoratori del settore pubblico da quelli del settore privato. I garantiti, sempre e comunque, e i non garantiti, mai. Qualcuno potrebbe obiettare che chi decide di mettere su un’attività in proprio deve essere consapevole che si assume tutti i rischi del caso. Si chiama sistema capitalistico perché l’imprenditore anticipa i capitali dell’attività prima di cominciare e, quindi, senza nessuna certezza che l’impresa andrà a buon fine. D’accordo, ma se tu mi vieti di proseguire la mia attività, se tu mi impedisci di aprire la mia attività di pubblico esercizio, per motivi di tutela della salute pubblica, tu devi anche preoccuparti che io possa continuare a campare e se non vuoi che si crei disoccupazione devi fare come negli Usa, dove hanno messo a disposizione fondi perché le imprese mantengano i livelli occupazionali. Insomma: non ci sono altri modi per evitare il disastro economico. Ce n’è solo uno: aiutare le imprese a non fallire perché è da loro che vengono la produzione, il lavoro, il reddito e, quindi, anche il consumo. Il circolo è questo, inutile provare a farlo quadrato.

Quest’anno il numero dei percettori del reddito di cittadinanza arriverà a 4 milioni, un milione in più del numero raggiunto nel 2020. Noi non siamo di quelli che ritengono che non debba esserci un sistema di protezione sociale per chi, soprattutto a una certa età, rimane senza reddito dalla sera alla mattina. È un dovere sociale assicurare a tutti il minimo essenziale per campare. Lo sostenevano anche liberisti come Milton Friedman o Friedrich August von Hayek. Ma l’obiettivo dichiarato era quello di dare un sollievo temporaneo e aiutare, nel frattempo, le persone a rientrare nel mondo del lavoro. Ebbene, quelli che lavorano, secondo le stime dell’Inps, sono appena 200.000. Cioè non ha funzionato. Perché la dignità di una persona viene dal lavoro, non dai sussidi, e il lavoro viene dalle imprese, e il governo questa cosa non la vuol capire. Dice cifre roboanti che se poi vengono divise per il numero dei destinatari risultano ridicole.

Le direzioni di marcia non possono essere che due: consentire ad alcune attività di riaprire al più presto nel rispetto dei distanziamenti sociali vari (piscine e palestre, solo per esempio, delle quali, solo in Lombardia, chiuderà, secondo Confartigianato, il 35%). E soldi alle imprese sui conti correnti. Siccome la seconda misura è improbabile che venga messa in campo, perché se ci fosse stata la volontà di farlo, e soprattutto la competenza per farlo, potrebbe essere già stata presa, rimane la seconda alternativa, che deve essere presa con urgenza. Gli epidemiologi non devono fare terrorismo, devono indicare strade oltre la semplice chiusura per la riapertura delle attività economiche. Vadano un po’ meno in televisione e studino queste misure. E in fretta.


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