La logica vorrebbe che un ente che sfora il tetto di spesa definito per legge, sia indotto a ripianare il debito. Niente di tutto questo accade nella sanità dove è stato costruito il paradosso del payback, un meccanismo che solleva le Regioni da ogni responsabilità circa l’incauta capacità di spesa e riversa l’onere sulle imprese fornitrici di dispositivi medici. In questo modo le amministrazioni possono spendere e spandere, tanto poi ci sono le aziende che rimediano ai loro dissesti economici.
La trovata è opera dell’inventiva di Matteo Renzi. Nel 2015 l’allora premier stabilì che, in caso di sforamento delle Regioni- soprattutto le meno virtuose come la Toscana di Eugenio Giani, una parte (pari al 40% nel 2015, al 45% nel 2016 e al 50% dal 2017) della spesa in eccesso dovesse essere rimborsata dalle imprese fornitrici (ciascuna pro quota, verosimilmente in base all’incidenza percentuale del proprio fatturato sul totale della spesa nella regione in questione). Quindi gli imprenditori sono chiamati a ripianare una parte dello sforamento del tetto di spesa, anche se loro non hanno avuto alcuna responsabilità in merito, pretendendo da essi la restituzione di una parte del prezzo stabilito in origine solo perché ci si è resi conto di aver speso troppo.
La norma di Renzi, in assenza dei decreti attuativi, è rimasta quiescente per diversi anni. Fino a quando nell’agosto del 2022 Daniele Franco, ministro dell’Economia, in accordo con il collega della Sanità, Roberto Speranza, la rianima, certifica i disavanzi delle Regioni dal 2015 al 2018, impone a queste di metterli a bilancio per non essere commissariate, e di richiedere entro il 15 gennaio 2023 a tutte le aziende fornitrici dei dispositivi medici, la partecipazione al ripiano.
I numeri li conosciamo: la somma del periodo dal 2015 al 2018, richiesta alle aziende nell’agosto 2022, ammontava a 2,2 miliardi, divenuti 1,1 miliardi con il decreto Bollette del governo Meloni, che ha previsto un dimezzamento dell’entità del contributo richiesto alle imprese. Incerte, invece, le stime dello sforamento dei tetti di spesa per il 2019-2022.
Il paradosso è che il payback viene applicato anche se il sistema d’acquisto e forniture da parte del Servizio sanitario nazionale si basi su gare pubbliche bandite dalle Regioni, nelle quali prezzo e volumi sono definiti unilateralmente dalla stazione appaltante e dove quindi non vi è margine di negoziazione tra due parti.
Nelle gare pubbliche c’è la formula del ribasso rispetto alla base d’asta iniziale anche del 50-60% e con un utile che, mediamente, non supera il 10%. Secondo un calcolo di Pmi Sanità, la somma dello sconto offerto in gara e del corrispettivo richiesto dalle regioni in applicazione del payback, in molti casi, conduce a uno sconto complessivo del 70-75%, con una perdita netta per le imprese non inferiore al 5%. Questo vuol dire che le forniture di molte imprese nei confronti delle regioni sono in perdita.
Sono circa 4.500 le piccole e medie imprese che ogni anno forniscono dispositivi essenziali al funzionamento degli ospedali e oltre 700 nella sola Milano. Imprese che a causa della politica dissennata delle Regioni rischiano di chiudere, mentre sarebbero favorite le multinazionali e i colossi del settore. L’impatto sugli ospedali è che non sarebbero più in grado di avere forniture all’avanguardia.
Sulla questione 1.800 imprese hanno fatto ricorso al Tar per gli sforamenti relativi al 2015-2018 e lo scorso novembre un’ordinanza del Tar del Lazio ha rimandato alla Consulta il giudizio. Il prossimo 22 maggio la Corte costituzionale esprimerà il proprio parere sulla legittimità (o meno) del pagamento di 1,1 miliardi. Mentre le Regioni continuano a sforare i tetti di spesa, il 61% delle aziende ha bloccato le assunzioni, mentre il 31% ha ridotto il personale (secondo un’indagine di Confindustria dispositivi medici, realizzata insieme a Pwc-Price Waterhouse Cooper).
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