Dal primo aprile scatta la mancata indicizzazione. Secondo il centro studi di Alberto Brambilla, con assegni sopra i 2.565 euro lordi la perdita media è di 10 euro al mese. E dal taglio sui trattamenti sopra i 100.000 euro il gettito è di soli 120 milioni.

Risulta confermato ciò che La Verità aveva scritto alla fine del 2018 ai tempi della manovra: sui due differenti fronti delle pensioni d’oro e delle rivalutazioni delle pensioni, la Lega (buona notizia) è effettivamente riuscita a contenere i danni, ma si registra comunque (cattiva notizia) una vittoria culturale piena dei grillini.

È questo il quadro che emerge da una ricerca di Itinerari previdenziali, il centro studi di Alberto Brambilla, che – va detto per chiarezza nei confronti dei lettori – ha da alcuni mesi un approccio molto critico nei confronti della politica previdenziale del governo.

Cominciamo dalle pensioni d’oro e ripartiamo da ciò che era venuto fuori dall’ultima manovra. Contrariamente a quanto era stato assicurato per mesi, a dicembre scorso il governo decise di colpire indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza alcuna tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Dunque, taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli di invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi superino la soglia dei 100.000 euro lordi annui.

Oltre quell’asticella, ci sono 5 scaglioni a cui verranno applicate 5 aliquote crescenti: taglio del 15% per la parte tra 100 e 130.000 euro; del 25% per la parte da 130 a 200.000 euro; del 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; del 35% per la parte da 350 a 500.000 euro; del 40% per la parte oltre i 500.000 euro.

Itinerari previdenziali ha fatto qualche simulazione (la cosa scatterà realisticamente non prima di giugno, dopo le elezioni europee). Primo esempio: un pensionato che riceve una pensione annua lorda di 130.000 euro, sui 30.000 eccedenti i 100.000 euro, subirà un taglio del 15%, ossia 4.500 euro lordi. Secondo esempio: su una pensione di 350.000 euro, il contributo sarà di 67.000 euro. Terzo esempio: su una pensione di 700.000 euro, la riduzione sarà pari a 199.500 euro.

Va onestamente detto che la cosa riguarderà un numero ridotto di persone: 35.642, cioè lo 0,22% dei pensionati totali. Però (e qui la critica di Brambilla appare particolarmente fondata) il ricavo finale dello Stato sarà una miseria, appena 120 milioni l’anno, senza contare l’inevitabile apertura di una stagione di ricorsi.

Si chiede Brambilla: ne valeva la pena? Onestamente, no. E non solo perché lo Stato incasserà poco, ma soprattutto perché è il principio che appare sbagliato. È stata persa l’occasione di distinguere tra trattamenti ingiustificati (perché frutto di contributi non versati: in quel caso, un vero e proprio regalo della collettività a favore di un pugno di privilegiati) e trattamenti certamente elevati, ma frutto della contribuzione e del lavoro di persone che non possono essere criminalizzate solo perché abbienti. «Anche i ricchi piangano» era uno slogan di Rifondazione comunista. Non sembra un buon viatico per il governo del cambiamento, se induce a colpire nel mucchio senza distinguere.

L’auspicio è che con il prossimo Def si volti davvero pagina, impostando un robusto taglio di tasse, un vero e proprio shock fiscale, unica condizione per una ripresa dei consumi e il ritorno a una crescita sostenuta. La Lega, da settimane, è tornata positivamente a rimettere il tema in agenda. Ora occorrerà fare argine alle resistenze culturali grilline. Oltre che – inevitabilmente – attrezzarsi per un confronto serrato e robusto con Bruxelles, prigioniera dei suoi parametri e da sempre pervicacemente ostile a forti operazioni di taglio fiscale o di aumento degli investimenti.

Ma veniamo al secondo fronte. Sempre ai tempi della manovra, fu cambiato il meccanismo di rivalutazione delle pensioni. Le rivalutazioni erano bloccate dal 2011, e si decise di sbloccarle (buona notizia). A seguito però del negoziato con la Commissione europea (cattiva notizia), la rivalutazione è stata fortemente contenuta (o peggio che contenuta: questo è il timore che il centro studi guidato da Brambilla ha messo nero su bianco) per le pensioni sopra i 1.521 euro.

L’analisi di Itinerari previdenziali prevede che a essere penalizzati, alla fine della fiera, saranno circa 3 milioni su 16 milioni totali di pensionati. E Brambilla annota criticamente che «i penalizzati sono proprio quelli che i contributi e le imposte, segnatamente l’Irpef, le hanno pagate, a differenza degli oltre 8 milioni di pensionati che vengono totalmente o parzialmente assistiti dallo Stato».

In ogni caso, in base alla circolare resa nota il 22 marzo scorso, l’Inps, guidata da Pasquale Tridico, ha comunicato che «il nuovo importo […] viene messo in pagamento dalla mensilità di aprile 2019», dunque riguarderà le prime tre mensilità del 2019. Anche qui Itinerari previdenziali fa degli esempi. Primo caso: un pensionato che riceve 2.052,04 euro lordi avrà una rivalutazione mensile di 21,90 euro (e non di 20,32): dunque beneficerà di 1,58 euro al mese in più. Secondo caso: chi ne riceve 2.565,05 lordi dovrà invece «rimborsare» lo Stato di circa 11 euro, poiché la sua pensione mensile verrà rivalutata di 3,66 euro in meno ogni mese. Stesso discorso per tutti coloro che percepiscono una pensione lorda superiore 2.052,05 euro.

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