La strage delle partite Iva
Ansa
  • Oltre 4 milioni di lavoratori autonomi rischiano di perdere 9 miliardi di euro e di dover chiudere ogni attività. Ma il governo li ha sostanzialmente ignorati.
  • Il segretario degli artigiani di Mestre Renato Mason: «È enorme l’arretrato della pubblica amministrazione. Bisogna pensare al futuro».

Lo speciale contiene due articoli

Oltre 4 milioni di lavoratori rischiano un crollo del proprio giro d’affari e un’alta percentuale anche la chiusura. È il popolo delle partite Iva, quelli corteggiati da ogni partito quando si tratta di prendere voti ma dei quali ci si dimentica appena si varca la soglia di Palazzo Chigi. Pur rappresentando le fondamenta del Paese, pagano il prezzo più alto di ogni crisi economica perché non hanno nessun paracadute sociale se non i risparmi accumulati nei periodi più felici. Per costoro non c’è né cassa integrazione, né assegno di disoccupazione.

Il governo ha deciso, tramite l’ultimo decreto legge, un indennizzo di 600 euro ma le modalità di erogazione appaiono confuse. Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha smentito l’ipotesi di un «click day», cioè una sorta di lotteria, ma di sicuro non tutti rientreranno nel beneficio perché c’è un plafond da rispettare. Partite Iva sono non solo artigiani, commercianti, imprenditori edili, professionisti, ma anche quanti (sempre più numerosi) operano nel settore informatico innovativo e nelle nuove tecnologie. Sono giovanissimi ma anche cinquanta-sessantenni, espulsi dal ciclo produttivo e non ancora in età da pensione.

Confcommercio ha stimato una perdita di fatturato per una platea di 3,9 milioni tra commercianti, artigiani, lavoratori autonomi non iscritti alle casse di previdenza e assistenza private, lavoratori delle attività artistiche e di intrattenimento, di almeno 9 miliardi. Questo sottobosco dell’economia reale rischia di uscire con le ossa rotte dal blocco produttivo causato dal coronavirus. I danni possono propagarsi come il virus, con un effetto a cascata. Le partite Iva sono un mondo interconnesso, che vive di commesse intrecciate tra loro; se un anello cede, crolla un’intera filiera.

Negli ultimi anni le partite Iva hanno avuto una crescita sostenuta. Secondo l’Osservatorio del ministero dell’Economia, nel 2019 sono aumentate del 6,4% (545.700 nuove attività), rispetto all’anno precedente. Il commercio conta il maggior numero di aperture (+19,7%), seguito da professioni (+17,1%) e da costruzioni (+12,4%). Il 44,8% è stato avviato da giovani fino a 35 anni e il 32,5% da soggetti tra 36 e 50 anni. A determinare il considerevole incremento rispetto al 2018 sono le persone fisiche, grazie alle adesioni al regime forfettario, per il quale dal 2019 il limite dei ricavi è stato esteso a 65.000 euro. Gli incrementi maggiori si hanno proprio in Lombardia (+11,6%), la Regione maggiormente colpita dal Covid-19, e in Piemonte (+11%).

Questi numeri lasciano intuire l’entità delle ripercussioni economiche conseguenti alla serrata. Una prima valutazione l’ha fatta l’Acta, l’Associazione dei freelance più volte consultata dal governo in queste settimane. Ha effettuato due sondaggi a distanza di 17 giorni. «Abbiamo rilevato un forte peggioramento, la categoria è in ginocchio», afferma la presidente Anna Soru. E sciorina i numeri. Dalla rilevazione pubblicata mercoledì scorso emerge che quasi il 50% degli intervistati non ha lavorato nell’ultima settimana. Coloro che hanno subìto almeno una cancellazione o sospensione delle commesse, sono aumenti dal 62,9% della settimana dal 14 al 16 marzo, all’89,3%. Solo il 10% non ha ancora registrato alcun impatto sugli ordini. La metà ha subito cancellazioni per un valore di oltre 2.000 euro.

«È un valore medio», precisa Anna Soru, «trainato dai valori molto alti di pochi. I freelance sono di solito sottopagati, hanno scarso riconoscimento professionale e quindi sono già normalmente in difficoltà economiche. Figurarsi ora». I più colpiti sono gli interpreti (valore mediano di quanto cancellato pari a 4.500 euro), gli operatori nel turismo e nell’organizzazione di eventi (3.000 euro). Il bilancio a fine anno non potrà che essere disastroso. Il 60,5% degli intervistati si attende un calo del fatturato superiore al 30% (erano il 17,5% nella precedente rilevazione), di questi il 26,4% un crollo di oltre il 60% (rispetto al 2,9% della precedente rilevazione).

«Sono a terra anche comunicatori, pubblicitari, designer, consulenti delle imprese. Chi ha potuto ha reagito con la ben nota flessibilità che caratterizza questo mondo», spiega Soru: «C’è stato un aumento del lavoro a distanza del 32% e una modifica dei servizi offerti». La leader Acta si attende qualcosa di più dell’indennità di 600 euro previsto dall’ultimo decreto del governo: «Servono altri provvedimenti soprattutto sulle scadenze fiscali e contributive di fine giugno, rinviando al 2021 il pagamento di contributi e fisco e una rateizzazione senza interessi».

Anche Anna Rita Fioroni, presidente di Confcommercio professioni, associazione con oltre 20.000 aderenti su 338.000 partite Iva iscritte alla gestione separata, parla di una situazione da codice rosso. «Le guide turistiche hanno perso tutta la stagione primaverile ed estiva. Gli annullamenti sono arrivati a pioggia. Allo stremo sono i consulenti d’azienda, chiamati con incarichi a tempo legati a esigenze specifiche. Chi lavora nel web marketing, i grafici di Internet, già ci prospettano un calo significativo del fatturato. C’è poi il mondo dei servizi che, anche se con gradazioni diverse, sta subendo il fermo del mercato. Sono figure che hanno introiti medi annuali inferiori a 20.000 euro».

Fioroni guarda al dopo emergenza: «Bisogna capire il funzionamento del fondo residuale per il reddito di ultima istanza, perché è necessario coprire tutti gli esclusi dai 600 euro, compresi i professionisti iscritti agli ordini. Sulla sospensione dei versamenti dei contributi previdenziali e assistenziali e dei versamenti di tributi e tasse, sono da considerare i tempi di ripresa per l’economia, dal momento che la crisi di liquidità continuerà a lungo».

In allarme il settore dello sport. Assosport (produttori di articoli sportivi), Assofitness e Anif-Eurowellness (impianti sport e fitness) parlano di 1 milione di posti a rischio. La chiusura dei centri sportivi, fanno sapere le associazioni, già tragica per titolari e personale impiegato nelle migliaia di impianti, palestre, piscine e campi sportivi di tutta Italia, rischia di avere ricadute pesanti sull’intera filiera produttiva, mettendo in ginocchio le aziende che producono attrezzature, abbigliamento e calzature per il fitness».

Piangono le partite Iva dello spettacolo. La fondazione Centro studi doc parla di circa 340.000 lavoratori fermi e stima una perdita di 8 miliardi in un solo mese di blocco dell’attività. La cooperativa Doc servizi (attiva nella fornitura di servizi nel mondo dello spettacolo) sottolinea la sofferenza di musicisti, tecnici, attori, dj, fotografi o videomaker, che hanno visto annullate date e collaborazioni a causa dei divieti imposti ai locali pubblici.

Luca Gaburro, segretario generale di Federagenti (40.000 soci), accende i riflettori sulla situazione degli agenti di commercio:

«Da tutta Italia ci arrivano segnali preoccupanti. All’inizio di febbraio avevamo quantificato un calo degli ordinativi del 40%, ora siamo completamente fermi. Un agente di commercio ci ha chiamato disperato perché intermedia prodotti cinesi. È stato fatto di più per i lavoratori dipendenti».

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