- Approvata ieri all’ultimo minuto grazie alla fiducia. Il testo contiene mancette per vari settori, ma senza un progetto serio di rilancio Non solo: manca il piano per spendere i soldi Ue e una strategia per il lavoro. Tanto da rendere subito necessario un Ristori 5.
- Altra tegola sull’operazione: favorisce i più ricchi e peserà su tasse e disavanzo.
Lo speciale contiene due articoli.
Alla fine, calpestando tutti i riti della democrazia, la manovra è stata approvata con il voto di fiducia. È stato evitato l’esercizio provvisorio che avrebbe imposto tagli lineari soffocanti. La gioia per la mancata strage non ci solleva però dal dover dare un giudizio di merito. Si è certo evitato il peggio ma si è approvato il male. Raramente un governo ha avuto a disposizione una potenza di fuoco tale (ben 25 miliardi di euro in deficit, 15 miliardi impegnati tramite il Recovery plan, a cui si aggiungono i 26 già stanziati con la manovra 2020) e alla fine Giuseppe Conte ha deciso di proseguire nella filosofia dell’elemosina. Sette miliardi circa sono utilizzati per pagare la cassa integrazione per il primo trimestre. Altri 7 miliardi se ne vanno con i bonus più assurdi e qualche agevolazione fiscale. Solo 4 miliardi vanno alla scuola e altrettanti alla sanità. Resta l’estensione degli 80 euro concessi dal governo Renzi sulle buste paga di chi guadagna 26.000 euro all’anno e un po’ di risorse per garantire un salvagente anche alle partite Iva.
Certo, nel testo ci soldi per assumere più infermieri e incentivare l’acquisto di nuove auto. Ma la situazione è molto lontana da quella descritta dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Non siamo di fronte a una manovra espansiva. I bonus e le mance non generano lavoro e non risolvono l’immane calo di fatturato a cui le aziende si trovano sottoposte.
A fine marzo scadrà il divieto di licenziamento. I 7 miliardi stanziati per la Cig bastano per 12 settimane. Che succederà dopo? Ci auguriamo che il divieto non permanga. Sarebbe una ulteriore lapide sul mondo del lavoro. Ma anche abolendolo, il governo dovrebbe mettere mano e stravolgere tutte le politiche attive sul lavoro. Da aprile avremo come minimo un altro mezzo milione di disoccupati. Che fine farà il welfare? Nella manovra non c’è traccia di tali questioni. La stessa cosa vale per il fisco. Agevolare il cuneo lavorativo non sposta né in qua né in là la situazione fiscale del Paese. Il gettito del 2020 è sceso di oltre il 20%. Significa a spanne 100 miliardi. I continui rinvii sono dei nodi che arriveranno al pettine il prossimo giugno. Il governo insiste con l’ignorare il muro verso cui sta spedendo ad alta velocità l’Italia.
Le aziende non avranno i soldi per pagare le tasse. Servirebbe un condono. Ma il condono sarà un buco di bilancio da coprire in ogni caso. Eppure si insiste con i bonus. «Concordo», ha risposto sarcastico il presidente del Consiglio in Aula, «è un collage di favori a sostegno della sanità, delle famiglie, del lavoro». Insistendo a perpetrare una filosofia che ricorda molto quella del Venezuela.
Il desiderio è chiaramente quello di passare oltre e affrontare un problema alla volta con la consapevolezza però che i media non si periteranno mai di mettere in fila gli errori e chiedere il conto. Non ci riferiamo soltanto allo sbaglio ammesso in Aula dal viceministro dell’Economia, Antonio Misiani. Il comma 8 del maxi emendamento conteneva un errore formale che avrebbe causato il dimezzamento del cosiddetto bonus Renzi. Pur avendo inserito le coperture aggiuntive, da gennaio non sarebbe stato possibile inserire i 100 euro di agevolazione per le fasce di reddito attorno a i 26.000 euro. Il problema è stato risolto ieri con un apposito decreto correttivo. Modificare la manovra avrebbe imposto un rinvio del testo alla Camera e quindi la tagliola dell’esercizio provvisorio. Una figuraccia che a nessun altro governo sarebbe stata perdonata.
Ciò che è veramente grave è che appena approvata la manovra già va rabboccata. Già è vecchia. Non solo perché il governo è ancora al lavoro per definire il piano con cui verranno spesi i miliardi del Recovery fund (che sono parte importante dell’indebitamento del 2021), ma soprattutto perché ci si prepara a un nuovo scostamento, a inizio anno, per finanziare altri interventi a favore delle categorie economiche che più stanno pagando la crisi legata alla pandemia: ci sarà in poche parole un Ristori cinque.
Per gennaio sono attesi anche i provvedimenti per gli impianti sciistici: «Stiamo lavorando per ristorare le aziende che per dpcm non hanno mai chiuso, ma che hanno comunque avuto forti cali di fatturato», ha aggiunto in una intervista l’altro viceministro all’Economia, Laura Castelli, «In cima alla lista ci sono pure i proprietari degli impianti di sci. In Francia gli hanno dato il 50% di quello che hanno perso». Trovarsi ad approvare un quinto decreto sui ristori significa aver fallito qualunque strategia previsionale. Significa arrivare sempre dopo i danni causati dal Covid e non essere in grado di dare respiro a chi produce ricchezza. Serve meno Stato, non più Stato nei settori economici. È questo che i giallorossi non comprendono. Il governo dovrebbe occuparsi solo della sanità e della tutela dal Covid e lasciare le imprese libere di rinascere gravate da meno tasse. Il deficit andrebbe usato per una vera riforma fiscale. Non per le mance. Queste finiscono e non resta nulla.
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