• Inflazione al galoppo e stipendi a rischio. Si sono già visti i primi scaffali vuoti. E si va verso i razionamenti di energia minacciati da Mario Draghi. Sembra di essere tornati agli anni Settanta.
  • «L’Europa miope parla solo di debiti ma dovrebbe aiutarci a investire». Il docente di economia politica Gustavo Piga: «Gli Stati Uniti applicano politiche espansive per favorire l’occupazione. Qui invece si puniscono le aziende aumentando il disagio sociale che 50 anni fa riuscimmo a evitare».
  • «Adesso il nodo è capire che cosa succederà alle paghe dei lavoratori». L’economista Leonardo Becchetti: «Se non aumentano vengono colpite le famiglie, se aumentano parte una spirale pericolosa».
  • «È inutile il ritorno all’austerity». Il professore della Cattolica Luigi Campiglio: «Le domeniche a piedi e i tagli all’illuminazione varate dal governo Rumor nel 1973 non servirono a nulla. Decisivi furono Bundesbank e Fmi».

Lo speciale comprende quattro articoli.

Chi ha qualche anno di più sulle spalle ricorda di sicuro le domeniche a piedi, l’inflazione a due cifre, i mutui onerosi per acquistare casa, gli stipendi che crollavano. Allora come oggi a fare da detonatore della crisi è stato un riassetto degli equilibri geopolitici. Nel 1973 la guerra del Kippur contrappose Egitto e Siria a Israele. Gli Stati arabi membri dell’Opec aumentarono i costi del petrolio e avviarono un embargo nei confronti dei Paesi vicini a Israele. L’impatto economico fu immediato e si tradusse in Italia in una frenata alle importazioni e un’impennata generalizzata dei prezzi di prima necessità analoga a quella che ci colpisce ora: non solo la benzina, ma anche bollette, pane, farina e molto altro. Un vero incubo.

A ciò si aggiunse una serie di misure restrittive: il blocco della circolazione nei giorni festivi, chiusure anticipate di cinema e teatri e di molti esercizi commerciali, limiti al riscaldamento domestico e dei luoghi pubblici. La tv anticipò alle 20 il tg e chiuse le trasmissioni dopo le 24. Lo spettro degli anni Settanta è tornato ad aleggiare in queste settimane perché da quegli anni, in cui emerse con evidenza la pressoché totale dipendenza energetica dell’Italia dall’approvvigionamento estero, poco è stato fatto per conquistare più autonomia.

La burocrazia e i veti ambientalisti hanno ostacolato lo sfruttamento dei giacimenti nazionali e lo sviluppo di fonti energetiche. La crescita tecnologica ha reso il nostro Paese dipendente anche per le materie prime necessarie alla transizione energetica. L’uscita dalla fase acuta della pandemia, l’accelerazione della produzione e quindi della domanda di materie prime hanno mostrato ancora una volta la fragilità energetica del sistema Europa di cui l’Italia è l’anello più debole. E il presidente del Consiglio Mario Draghi ormai parla apertamente di «economia di guerra» con razionamento dell’elettricità per famiglie e imprese.

L’aumento dell’inflazione, già manifestatosi alla fine dell’anno, è esploso con il conflitto ucraino e le successive sanzioni applicate alla Russia. Si è scatenata la speculazione, anche questo un meccanismo prevedibile. E ora rischiamo di tornare agli anni Settanta con il razionamento dell’elettricità, i blocchi della circolazione, i prezzi in corsa incontrollata. Tornano d’attualità parole che credevamo dimenticate, come la spirale prezzi/salari e la perdita del potere d’acquisto. Manca solo la scala mobile, cancellata dal referendum del 1985, e poi il salto all’indietro di un quarantennio è completo.

Secondo una elaborazione della Coldiretti su dati Istat di febbraio, nell’ultimo anno il prezzo del pane è aumentato del 4,9%, la farina del 9%, la pasta dell’11,7% mentre per carne, pesce fresco e burro si sono avuti rincari rispettivamente di +3,3%, 6,1% e 11,2%. Per frutta e verdura fresca il maggior esborso è stato rispettivamente del 6,8% e del 16,8%. L’olio di girasole, di cui Russia e Ucraina sono i maggiori produttori al mondo, è schizzato addirittura del 18,9%. In media gli aumenti vanno dal 15 al 30%.

Ci sono state segnalazioni di supermercati presi d’assalto che in breve tempo hanno finito i generi di prima necessità e di altri centri commerciali che, per evitare speculazioni, hanno esposto cartelli con l’indicazione del limite massimo di confezioni acquistabili. C’è già chi pensa a fare le scorte per paura di una crisi alimentare provocata sia dalla guerra sia dal rincaro del carburante che ha causato scioperi, proteste e fermi degli autotrasportatori. Il freddo contribuisce a rendere sempre più difficile reperire ortaggi e frutta. L’insalata ora costa 1,50 euro il chilo invece di 1 euro, le melanzane sono balzate da 1,20 euro al chilo a 2,50, le mele da 1,40 euro a 1,60.

Il Codacons prevede che per pasta, pane, biscotti, dolci e derivati dal grano potrebbero esserci ulteriori rincari tra il 15% e il 30%. A Roma la pasta è passata da 1,69 euro di novembre 2021 a 1,84 euro oggi, la carne da 18,16 euro il chilo a 18,85 e il merluzzo da 19,16 euro a 20,68 euro, sempre nello stesso arco di tempo. Le carni sono a rischio di maggiori rincari. Senza il mais esportato da Ucraina e Ungheria, i principali fornitori dell’Italia, le aziende che producono mangimi hanno scorte solo per 8 settimane.

Il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, sottolinea che un pieno di benzina ora costa in media 32,5 euro in più rispetto allo scorso anno, +39,3 euro un pieno di gasolio. «Questo significa che ai livelli attuali dei prezzi una famiglia va incontro a una stangata pari a +780 euro annui per un’auto a benzina e addirittura +943 annui se il veicolo è a gasolio», osserva Rienzi. E come negli anni Settanta, la speculazione si è scatenata. Nemmeno per questa abbiamo sviluppato gli anticorpi.


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