• Costi certi per le piccole aziende, gettito dubbio per il fisco La discussa riforma di Paolo Gentiloni non ridurrà neanche l’evasione.
  • Rinvio improbabile: lo Stato si aspetta 4 miliardi in più. I commercialisti propongono l’introduzione graduale per alleviare la stangata alle Pmi. Difficilmente l’esecutivo li ascolterà.

Lo speciale comprende due articoli.

Siamo ormai a novembre e il tema della fatturazione elettronica stenta a farsi largo come meriterebbe, rischiando però di deflagrare prepotentemente tra poche settimane, quando si dovrà prendere atto che ci sono ancora molti problemi applicativi da risolvere, molti operatori non sono pronti e le previsioni di gettito sono incerte. Pertanto, è elevata la probabilità di correre ai ripari con il solito decreto tra Natale e Capodanno.

Ma a cosa serve la fattura elettronica? L’obiettivo strombazzato è la digitalizzazione dei processi amministrativi delle imprese, quindi aumentarne l’efficienza. Il vero fine è contrastare l’evasione Iva, con relativo aumento di gettito.

Riguardo al primo obiettivo, va rilevato che, se per le grandi imprese e molte Pmi i costi per l’adozione della e-fattura sono sostenibili rispetto a quanto attualmente speso per sistemi informativi e la loro scala dimensionale gli consente di giustificare tali costi, per le micro imprese si tratta di costi non di poco conto. Infatti, considerata la loro ridotta dimensione, i benefici derivanti dalla maggiore efficienza saranno ragionevolmente inferiori ai costi, che restano non comprimibili al di sotto di una certa soglia: chi emette poche decine di fatture all’anno ha ben pochi vantaggi dalla digitalizzazione, solo costi certi. Se solo si pensa che ben l’85% delle imprese emette meno di 500 fatture all’anno, si ha chiara l’idea che in questo Paese le imprese non hanno la scala dimensionale ottimale per beneficiare appieno dei vantaggi della fatturazione elettronica e poterne giustificare i costi.

Riguardo al secondo obiettivo, la meritoria attività di contrasto all’evasione troverà nella e-fattura un aiuto poco rilevante, non perché essa sia inefficace ma perché erano già stati introdotti nel nostro ordinamento strumenti efficaci e notevolmente meno costosi per aggredire il fantasioso mondo di espedienti utilizzati per sottrarsi o, più spesso, rinviare l’obbligo del pagamento Iva. Mi riferisco alla comunicazione dati (cosiddetto spesometro trimestrale) e alla trasmissione della liquidazione periodica Iva. Questi due provvedimenti, faticosamente entrati a regime nel 2018, dopo mesi di costosi adeguamenti ai software e tanto tempo speso nella soluzione dei numerosi problemi applicativi, avrebbero dovuto generare, relazione ministeriale alla mano, 9 miliardi di euro di maggior gettito nel triennio 2017-2019. Confrontiamolo ora con il maggior gettito previsto dalla fatturazione elettronica: 2,05 miliardi, meno di un terzo di quanto previsto per lo spesometro.

Il servizio bilancio del Senato, nel novembre 2017, esprimeva perplessità a largo raggio sulla e-fattura: denunciava l’aleatorietà del gettito per il quale sarebbe stata prudente una contabilizzazione a consuntivo, si chiedeva cosa ne sarebbe stato del gettito stimato per le norme che sarebbero state abrogate (spesometro) ed esprimeva dubbi sulle stime poste a base del maggior gettito. Un quadro a tinte fosche.

La nota dei tecnici del Senato in sostanza si chiedeva come sia possibile che dopo provvedimenti che avrebbero generato gettito per 9 miliardi in tre anni, la fatturazione elettronica, che comunica gli stessi dati ma in tempo reale e non con un ritardo di tre mesi, riesca a generare altri 2 miliardi quasi di gettito il primo anno e 2,3 il successivo. Delle due, l’una: o è vero che lo spesometro aggrediva in modo efficace le irregolarità Iva, aumentando anche il tasso di adempimento spontaneo dei contribuenti o il gettito previsto per la e-fattura è scritto sull’acqua.

Ma non finisce qui. Entrando nei dettagli di questo gettito, si scopre che poco meno della metà è ascrivibile alla «tempestività delle informazioni». Quindi, nell’immaginifico mondo del legislatore di fine 2017 (governo Gentiloni, giova ricordarlo) per il solo fatto di rendere disponibile in tempo reale al fisco gli stessi dati dello spesometro trimestrale, sarebbe possibile recuperare quasi il 10% del gettito Iva mancante, a cui si aggiunge un altro 5% circa per l’incentivo all’adempimento spontaneo da parte del contribuente. Ma perché il 10 e non il 5 o il 15%? Silenzio.

Inoltre, chi conosce la realtà degli uffici dell’Agenzia delle entrate ha difficoltà a immaginare che questa massa di dati arrivati in tempo reale siano prontamente analizzati e facciano partire tempestivi controlli. Più facile credere che restino su qualche server a marcire per settimane prima che qualcuno abbia il tempo di controllarli. Nel migliore dei casi, i tempi di intervento sarebbero uguali a quelli, già lusinghieri, dello spesometro. Inondare di dati l’amministrazione finanziaria non garantisce automaticamente efficacia e tempestività dei controlli. Ci vogliono persone e strumenti di analisi. E allora perché tutta questa fretta, gravando le piccole e micro imprese di costi non recuperabili?

A completare il quadro di quello che si prefigura come un flop annunciato arriva l’innalzamento della soglia del regime forfettario (flat tax) fino a 65.000 euro, prevista dalla manovra 2019. Per effetto di tale norma, circa il 78% delle persone fisiche con partita Iva sarebbe escluso dall’obbligo di fatturazione elettronica, ponendo ancora più in dubbio le già labili previsioni di gettito.

Da ultimo, la scelta di non applicare sanzioni, nel primo semestre 2019, a carico di chi emette e-fatture in ritardo ma entro il termine della liquidazione periodica, appare una soluzione che produce solo ulteriore confusione. Il legislatore pare non comprendere che il problema non è l’eventuale ritardo, quanto essere o non essere soggetti all’obbligo.

L’adozione della e-fattura, per le modifiche a numerose norme Iva su detrazione e registrazione, per l’impatto sui processi amministrativi aziendali, per i costi connessi e l’elevato rischio di sanzioni, dovrebbe avvenire consentendo, per tutto il 2019, una «doppia circolazione» (fattura digitale e analogica), come ai tempi dell’introduzione dell’euro, senza accampare scuse per un gettito che, con ogni probabilità, è già garantito da norme di recentissima adozione.

Giuseppe Liturri


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