Il «credito» per Tercas va speso sul tavolo del Patto di stabilità
  • Il crac del 2015 ha travolto pure il Pil. A Daniele Franco il compito di ottenere risarcimenti. Ma meglio dei soldi sarebbero regole Ue a nostro favore.
  • Il segretario della Fabi, Lando Maria Sileoni: «Sulla Cassa di Teramo, e a seguire sulle Popolari, alleanza europea anti Italia. Abbiamo il golden power, ma non lo usiamo: è una presa in giro. Così siamo stati preda dei fondi stranieri».

Lo speciale contiene due articoli.

La sentenza della Corte Ue sul caso Tercas è storica. Non tanto e non solo perché permette di ricostruire gli errori commessi dal commissario Margrethe Vestager, ma perché svela l’insistenza con cui sono stati perpetrati. L’intervento a favore della banca di Teramo nel 2015 era legittimo e non si trattava di aiuti di Stato. Per avere il ristoro di quel torto si è dovuto attendere un secondo giro perché nel 2019 la medesima Commissaria impugnò il ricorso dell’Italia. La Vestager è ancora al suo posto. Noi invece abbiamo un governo nuovo. Il quale ha davanti a sé due strade che possono essere persino convergenti.

La prima è quella dell’azione legale. Il ricorso del 2019 è stato maneggiato dal Fondo interbancario, dalla Repubblica italiana e da Bankitalia. Spetta tecnicamente alle tre entità chiedere i danni. La figura che assomma politicamente tutti i ricorrenti è il nuovo ministro dell’Economia, Daniele Franco. Rappresenta la Repubblica e praticamente è di casa a Bankitalia, da cui proviene dopo essere stato a capo della Ragioneria.

Il Fondo interbancario viene di conseguenza. Spetterà a lui chiedere i danni. Quanti soldi? Come calcolarli? Una lunga lista di incognite praticamente che si aggiunge a una difficoltà intrinseca. Rimettere il dentifricio nel tubetto è quasi una magia e in ogni caso un po’ di danni sparsi resteranno sempre visibili. Ieri il numero uno dell’Abi, Antonio Patuelli, è tornato sul tema. L’impugnazione «ripaga in termini morali i danni che ha sofferto l’Italia tutta e in particolare i lavoratori, i risparmiatori e gli azionisti innanzitutto delle banche concorrenti che hanno dovuto pagare molto di più», ha spiegato, «i salvataggi di quella banca e delle altre quattro mandate in risoluzione nel novembre 2015. Nei bilanci bancari del 2020 ci sono ancora cospicui oneri relativi a quei salvataggi fatti nella maniera più costosa», ha concluso il presidente dell’Abi, il quale ha infine tenuto a spiegare che dall’insediamento della nuova Commissione a fine 2019 c’è «un’aria nuova» rispetto alla Commissione precedente, che aveva appoggiato le decisioni dell’Antitrust Ue, compreso il ricorso sul caso Tercas.

Non sappiamo se veramente sia cambiato il clima. Sarebbe il caso di scoprirlo. E qui si profila la seconda strada che il Mef guidato da Franco potrebbe intraprendere. Avviata la richiesta danni o anche solo paventata, si apre la possibilità di sventolare un credito da spendere nel futuro immediato. L’intervento del vice presidente della Commissione Valdis Dombrovskis va valutato con attenzione. «Durante la revisione delle regole del Patto di stabilità vogliamo allontanarci dai parametri di aggiustamento strutturale e output gap, perché sono variabili volatili, difficili da stimare, guardano all’indietro invece che avanti», ha detto ieri in conferenza stampa. Per Dombrovskis bisogna in pratica andare verso variabili «ancorate alla spesa», o al «debito buono». E non esclude una golden rule limitata. «Nella trasformazione delle nostre economie ci potrebbe essere margine per discutere se ci possa essere una “clausola verde” per gli investimenti in regola con il green deal». Adesso la sfida di Franco e di Mario Draghi, ovviamente, sta proprio nel rendere la solita fuffa green una vera leva negoziale con l’Ue. Tutti gli investimenti del Recovery in ambito ambientale potranno essere gestiti all’interno di un Patto di stabilità che non zavorri ancor di più il debito italiano. È una mossa da cui dipende la sopravvivenza del Paese. Quando ripartiranno le regole Ue, ripartirà anche l’inflazione. Le due cose assieme rischiano di essere un cappio attorno al collo del Paese. Con la devastazione inflitta dal divieto di salvataggio di Tercas e quindi il mancato intervento pubblico sulle quattro banche abbiamo un enorme credito da giocarci. Non perché è saltata per aria banca Etruria con le altre tre popolari, ma perché la gestione di quel bail in ha creato un metro di paragone sulle sofferenze bancarie così basso da distruggere nei tre anni successivi almeno 100 miliarid di Pil. Svendere gli Npl (non performing loans) al 17% del valore originario ha significato livellare verso il basso la ricchezza italiana. E non ci riferiamo alle colpe degli amministratori delle banche fallite. Ma agli effetti sul sistema Italia. Dietro alcuni Npl ci sono casi di furbizia e casi giudiziari. Ma dietro la quasi totalità degli Npl ci sono famiglie, aziende, capannoni, case. Ricchezza insomma che nessuna causa potrà mai ristornare.

Ecco perché, in vista anche del perfezionamento dell’Unione bancaria, vale la pena usare questa leva per il futuro. Vedremo così se ha ragione Patuelli e l’aria è cambiata. La Vestager è ancora al suo posto. È sempre commissario alla Concorrenza. A lei spetterà la grana Alitalia e oggi per di più è atteso un vertice che potrebbe essere decisivo. Sempre lei valuterà gli interventi pubblici sull’ex Ilva. Purtroppo una lunga serie di fascicoli che si è accumulata nei cassetti del governo di Giuseppe Conte. Senza dimenticare che il 2021 sarà l’anno del risiko bancario e della privatizzazione di Mps. Un’altra partita così ampia nella quale far pesare il credito originato dagli errori su Tercas. E chi meglio di Draghi potrà gestire le mosse politiche e inserire il risiko tricolore all’interno del processo dell’Unione bancaria? La domanda è retorica e la riposta vera sarà il combinato disposto di quanto l’Italia saprà trattare con la Germania da player che cerca anche di federare i Paesi del Mediterraneo.


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