Da che politica è politica, l’agone per il consenso si combatte su due piani. Quello delle parole, delle dichiarazioni roboanti, spesso pronunciate all’interno di un comizio, che certo hanno un peso ma spesso servono più ad aizzare la folla (il potenziale bacino elettorale) che a indicare il vero traguardo che si vuole raggiungere. E quello dei fatti. Delle riforme, delle singole leggi e delle scelte di indirizzo che stringi stringi rappresentano la vera cifra di un partito, di una coalizione, di un governo. Questo schema vale anche per il balletto fiscale e il dibattito sulla lotta all’evasione – che ha origini antichissime: se ne parla con modi e sfaccettature diverse da quando esiste una Cosa pubblica -, tornato d’attualità negli ultimi giorni. Tutto è partito dalle dichiarazioni di Matteo Salvini che rispolverando un suo vecchio cavallo di battaglia ha parlato di «pace fiscale» (il segretario della Lega era a Matera, impegnato in un tour nelle regioni del Mezzogiorno): in buona sostanza azzerare le pendenze di tutti i contribuenti che hanno debiti con le Entrate fino a 30.000 euro, in cambio del pagamento di una penale o di una percentuale del mancato esborso. Incalzato dal fuoco di fila dell’opposizione, il ministro dei Trasporti ha evidenziato che lanciare un salvagente «a chi ha fatto la dichiarazione ma non è riuscito a versare tutte le tasse rappresenterebbe un vantaggio per lo Stato che incassa una marea di miliardi da poter usare per stipendi e pensioni e una liberazione per 15 milioni di persone».
Tanto è bastato per ringalluzzire la sinistra che non ha perso l’occasione per rimettere al centro dello scontro la politica dei condoni e per accusare il centrodestra di flirtare con gli evasori. Si è esposto anche il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, che rispondendo indirettamente a Salvini ha ribadito, se vogliamo, un’ovvietà. «Il contrasto all’evasione», ha ricordato il numero uno delle Entrate, «non è volontà di perseguitare qualcuno, ma pagare le imposte è un fatto di giustizia nei confronti di tutti coloro che, e sono la stragrande maggioranza, le tasse anno dopo anno le pagano…». Il solito gioco delle parti. Perché se dal piano delle parole si passa a quello dei fatti, la musica cambia completamente. E a dirlo sono gli stessi oppositori di Salvini. Ruffini, per esempio, che nonostante l’arrivo del governo di centrodestra (lui che è «nato» con Renzi ed è diventato direttore con Gentiloni) è stato confermato al suo posto e che sempre in occasione dell’evento «Facciamo semplice l’Italia» ha annunciato una sorta di svolta epocale per quanto riguarda il rafforzamento dell’organico delle Entrate: «Grazie al piano straordinario autorizzato dalla legge di Bilancio potremo di contare, entro la fine del 2024, su circa 11.000 nuove risorse. L’Agenzia inoltre è in procinto di avviare nuovi concorsi per 4.000 funzionari per attività tributaria, 500 funzionari per servizi di pubblicità immobiliare, 100 funzionari per attività di logistica e approvvigionamento, 50 funzionari informatici, 130 funzionari tecnici, 80 funzionari esperti in risorse umane. Nell’autunno 2024, inoltre, abbiamo in programma di reclutare altri 3.000 funzionari tributari».
In alcuni casi si tratta di decisioni in ballo da tempo, in altri di scelte improcrastinabili, fatto sta che con l’arrivo del governo Meloni l’Agenzia delle Entrate si sta rafforzando, mentre negli anni precedenti- quelli che vanno da Mario Monti, passano da Enrico Letta e Matteo Renzi ed arrivano fino a Paolo Gentiloni e agli esecutivi gialloblù e giallorosso – si è indebolita. «Nel 2012, al momento dell’incorporazione dell’Agenzia del territorio», ricorda Ruffini, «la dotazione organica complessiva delle Entrate era di circa 41.000 unità. Da quell’anno, anche a causa del blocco del turn over, il totale dei dipendenti è stato in continua decrescita, fino ad arrivare a meno di 28.000 persone al 31 dicembre 2022». Insomma, quando a Palazzo Chigi ci sono stati quasi sempre esponenti di sinistra o centrosinistra la dotazione dell’Agenzia delle Entrate si è ridotta di 13.000 unità, mentre con la Meloni dovrebbe arrivare a breve ad aggiungere 11.000 posizioni all’organico.
Fatti. E un altro fatto è sotto gli occhi di tutti e prende il nome di delega fiscale, il disegno di legge che è stato approvato pochi giorni fa alla Camera e che si accinge al passaggio scontato in Senato. Si tratta di principi che poi devono trasformarsi in norme specifiche, certo, ma in quel testo non c’è nessun riferimento a possibili sconti o condoni e anzi viene ribadita la necessità di accrescere la fiducia, il rapporto collaborativo con il contribuente.
Questo non vuol dire che l’operato delle Entrate vada bene così com’è e non vuol dire che non ci siano degli eccessi da correggere: vuol solo significare che nel gioco dei due piani della politica se si desse un po’ spazio ai fatti e un po’ meno risalto alle parola, forse si farebbe un servizio migliore ai cittadini.
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