L’Agenzia delle entrate guidata da Ernesto Maria Ruffini manda a regime la nuova disciplina a tappe forzate e diffonde una circolare che, anziché spiegarla, la complica. Ennesima croce per i contribuenti: nel 2019 ci hanno messo 238 ore per pagare le tasse.

La semplificazione fiscale non è nelle corde dell’Agenzia delle entrate. E a testimoniarlo è la circolare del 12 febbraio sugli appalti. L’amministrazione fiscale, guidata da Ernesto Maria Ruffini, ha infatti pubblicato la circolare n.1/E che avrebbe dovuto dissipare i dubbi in merito alla nuova disciplina degli appalti, introdotta dal decreto fiscale 2019. Ma l’intervento dell’Agenzia delle entrate è andato a complicare ulteriormente una disciplina (quella degli appalti) già complessa di suo.

Il primo sgambetto al contribuente è stata la data di pubblicazione. I chiarimenti sono infatti stati diffusi il 12 febbraio, con la norma che vede la sua applicazione a partire dal 17 febbraio. Si sono dunque dati solo quattro giorni (compresi sabato e domenica) ai contribuenti per chiarirsi eventuali dubbi. A questo si aggiunge la complicazione introdotta dall’ente del fisco. La disciplina aveva infatti previsto che ogni volta che i committenti affidano a un’impresa la realizzazione di una o più opere di importo complessivo superiore ai 200.000 euro annui, debbano richiedere determinati documenti fiscali (copia degli F24 relativi al versamento delle ritenute fiscali per i lavoratori impiegati nell’esecuzione delle opere). E dunque, se l’importo complessivo dell’opera supera i 200.000 euro annui, si rientra a pieno titolo nella norma. Se si è invece al di sotto si è ritenuti esclusi. L’Agenzia delle entrate, nella sua circolare, ha però deciso di chiarire ulteriormente l’elemento dei 200.000 euro annui. Intervento che secondo l’amministrazione fiscale è andato a semplificare il sistema, facendo ruotare il tutto attorno al concetto di anno solare (gennaio-dicembre), senza tener conto del fatto che un contratto può benissimo essere stipulato a cavallo di due anni (15 febbraio 2020-14 febbraio 2021). Obbligando il contribuente all’anno solare si impongono però calcoli assurdi, che vanno a complicare un principio chiaro alla base.

A spiegare la complicazione ci pensa la stessa Agenzia delle entrate, con un esempio pratico. Nell’esempio 3 della circolare si ipotizza che un committente affidi due lavori alla stessa impresa. Il primo contratto va dal 14 febbraio 2020 al 13 febbraio 2021 e ha un corrispettivo di 100.000 euro. Il secondo va dal 16 giugno 2020 al 15 giugno 2021 e ha un valore di 200.000 euro. Se non si dovesse considerare la semplificazione dell’anno solare dell’Agenzia delle entrate, nel primo caso non ci sarebbe l’applicazione della norma, mentre nel secondo caso sì. Secondo l’amministrazione finanziaria, invece, per capire se si è esclusi o meno dalla norma appalti, si dovranno spezzettare i 100.000 euro da febbraio 2020 a dicembre 2020 (11 mesi). E a questa somma aggiungere la divisione dei 200.000 euro tra giugno 2020 e dicembre 2020 (6 mesi). Sommando le cifre che ne risultano si potrà capire se si sarà in obbligo di normativa oppure no. L’Agenzia delle entrate ha dunque reso complicato l’unico elemento chiaro all’interno di una disciplina che era già di per sé il trionfo della burocrazia. E come ironizza Enrico Zanetti su Eutekne, «sul punto sarebbero auspicabili quanto prima chiarimenti dei chiarimenti». E magari una vera una vera e propria semplificazione.

La circolare sugli appalti è l’ultima di una lunga serie di complicazioni burocratiche che appesantiscono il sistema fiscale italiano. A evidenziare in modo inequivocabile il problema ci pensa la Banca mondiale. Secondo l’organizzazione, nel 2019 in Italia ci si sono messe ben 238 ore per pagare le tasse. Dato che ha fatto posizionare il nostro Paese ventitreesimo a livello Ue. Peggio solo la Bulgaria, con 441 ore, la Polonia, con 334 ore, l’Ungheria, con 277 e il Portogallo, con 243 ore. Da sottolineare come la Bulgaria, nonostante, nel 2019, sia la peggiore a livello Ue, in 9 anni abbia visto un miglioramento netto delle lungaggini burocratiche, passando da 598 ore (2010) a 441. Ben 157 ore in meno. Grossi passi in avanti anche per il Portogallo che è passato da 298 ore a 243. L’Italia ha sì migliorato la sua performace, ma in maniera ridotta rispetto agli altri paesi passando da 285 a 238 ore. E per 4 anni, dal 2013 al 2015, ha mantenuto le 269 ore per pagare le tasse. Eppure, negli ultimi anni si è puntato a digitalizzare il fisco, per renderlo «amico» dei contribuenti e più snello.

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